DIETRO LE QUINTE/ Sul Mes il Pd molla M5s e pensa al voto anticipato

- Anselmo Del Duca

Oggi Conte in Aula dovrà difendere il suo operato sul Mes. Ha con sé il Pd, molto meno M5s, che sul dire no al trattato è più vicino alla Lega. Il governo ne uscirà indebolito

Conte alla Camera
Giuseppe Conte, presidente del Consiglio (LaPresse)

Chi si attende una riedizione del Conte lancia in resta contro Salvini visto il 20 agosto in Senato probabilmente resterà deluso. E stavolta Salvini non resterà in un angolo a incassare botte come un pugile suonato. Sul Mes, il Fondo salva-Stati, semplicemente il presidente del Consiglio non si può permettere lo scontro frontale perché stavolta Luigi di Maio si è trovato inaspettatamente in sintonia con l’ex alleato e il fragile equilibrio che sorregge il Conte 2 davvero potrebbe saltare con poco.

Non si tratta di un ritorno di fiamma fra 5 Stelle e Lega, solo una convergenza occasionale, anche se insidiosa per Palazzo Chigi. Nessuno crede che vi sia in vista un improbabile riaffacciarsi gialloverde. Ma sul Mes si è arrivati al massimo di distanze fra gli attuali alleati di governo. Una tensione talmente grande che il lungo vertice di ieri sera è stato disertato dai renziani. Intento dichiarato scaricare ogni responsabilità sulla dialettica fra Pd e grillini.

In aula, prima alla Camera e poi al Senato, l’“avvocato del popolo” dovrà dare fondo alle tutte le sue abilità dialettiche per trovare una via d’uscita tale che nessuno perda completamente la faccia, né l’euroentusiasta ministro Gualtieri, né il perplesso collega degli Esteri. Il tempo stringe: la maggioranza deve serrare le fila in vista della riunione dell’Eurogruppo fissata per mercoledì e del dibattito parlamentare del 10 dicembre, dove si voteranno mozioni in vista del vertice europeo dei capi di Stato e di governo del 13 e 14.

Sembra necessario affidarsi agli equilibrismi, che in questo caso potrebbero concretizzarsi nella strategia del pacchetto (nell’inglese delle cancellerie “package approach”): dare il via libera al Mes solamente in modo contestuale ad altre due riforme, il primo bilancio dell’Eurozona e soprattutto l’unione bancaria, poco gradita ai francesi e soprattutto ai tedeschi. E se questo vorrà dire un rinvio del via libera di qualche mese, non sarebbe esclusiva colpa dell’Italia. E dal momento che si tratta di materie sulle quali a Bruxelles è necessaria l’unanimità, la manovra potrebbe anche andare in porto, salvando il governo dall’andare a sbattere. 

Resta la realtà di un governo diviso su tutto, che deve convocare un vertice a Palazzo Chigi sul Meccanismo europeo di stabilità, ma che in settimana a livello parlamentare dovrà convocare un vertice sulle autonomie differenziate e uno sul tema caldissimo della prescrizione. Un feeling fra i due principali partiti, 5 Stelle e Pd, mai realmente scattato, nemmeno per un minuto. Essersi messi insieme per evitare le elezioni e con esse la più che probabile vittoria di Salvini ha avuto l’unico effetto di evitare al leader leghista di sporcarsi le mani con un legge di bilancio davvero difficile. La china discendente non si è affatto interrotta, e al prospettiva di arrivare alla elezione del successore di Mattarella, nel gennaio 2022, con questi equilibri parlamentari appare ogni giorno più velleitaria.

L’insofferenza cresce soprattutto fra le fila democratiche, e certo la scissione renziana ha contribuito a complicare le cose. Basta un tweet di Pierluigi Castagnetti, ex leader dei Popolari, una delle personalità più vicine a Mattarella, per capire l’aria che tira: “È oggettivamente sempre più difficile continuare a governare in questo modo, dove i 5S rimettono in discussione ogni cosa ogni giorno, pensando solo a un molto ipotetico vantaggio elettorale e disinteressandosi dell’interesse e della credibilità del paese. Caliamo il sipario?”

Qualcuno ha giudicato le parole di Castagnetti una semplice arma di pressione. Chi però in questi giorni ha avuto occasione di raccogliere gli umori del Transatlantico ha verificato che coincidono con l’umore della stragrande maggioranza dei parlamentari dem. Visto che i 5 Stelle neppure vogliono trasformare la collaborazione di governo in patto politico valido anche nelle Regioni, meglio sbarazzarsi dei grillini e andare al voto dopo la finanziaria. Non sarebbe ancora scattato il taglio dei parlamentari, e pure Renzi non sarebbe ancora abbastanza organizzato. Il Pd rischierebbe di veder crescere la propria rappresentanza di parlamentari persino con una vittoria di Salvini, con deputati e senatori scelti da Zingaretti. Dopo Natale per lo stato maggiore democratico la tentazione di far saltar tutto sarà difficile da allontanare.

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