DL RISTORI/ Nuovi sussidi senza aiuto vero a microimprese, stagionali e partite Iva

- Natale Forlani

Il Governo ha varato misure per compensare le attività penalizzate dalle nuove restrizioni. Ma non bastano a evitare la morte di alcune aziende

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DECRETO RISTORI. La scelta di accantonare le ipotesi di riforme strutturali delle imposizioni fiscali dirette e dei sostegni al reddito, sostenuta in particolare dal ministro dell’Economia Gualtieri nell’occasione dell’approvazione della Nota di aggiornamento al Def, risulta maggiormente comprensibile alla luce del nuovo Dpcm adottato per contenere la diffusione dei contagi e dei provvedimenti assunti ieri dal Consiglio dei ministri per sostenere le imprese e i lavoratori e le famiglie esposte agli effetti economici e sociali delle restrizioni amministrative anti-Covid.

L’opzione di navigare a vista, oltre che per le evidenti discordanze interne alle forze politiche he sostengono il Governo, è imposta dalla sostanziale impossibilità di prevedere le conseguenze della seconda ondata dei contagi sul Prodotto interno lordo e sugli equilibri dei conti pubblici, e per l’oggettiva necessità di differenziare in modo pragmatico i provvedimenti verso le categorie economiche e sociali più colpite, in attesa di tirare le fila quando lo scenario dell’emergenza sanitaria lo renderà possibile.

I provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri con il nuovo decreto presentano il vantaggio di usufruire delle informazioni già disponibili e dei canali di erogazione delle risorse già avviati in precedenza: quelli messi in campo tramite l’Inps per le casse integrazioni, per le indennità straordinarie di sostegno al reddito dei lavoratori stagionali e dei beneficiari del reddito di emergenza, e dalla Agenzia delle entrate per i contributi a fondo perduto rapportati alle riduzioni dei fatturati per le imprese. Con interventi che vengono potenziati, togliendo il limite dei 5 milioni di fatturato per i beneficiari per la parte destinata a compensare le perdite di fatturato subita dalle imprese, in particolare per quelle dei comparti del turismo, della ristorazione e delle attività ludiche collettive, con un aumento degli importi fino al 400% di quelli precedenti.

L’incremento sarà stimato sulla base dell’impatto delle nuove misure amministrative per i singoli comparti di attività (150% per i bar, 200% per la ristorazione, 400%per discoteche e sale ballo, con un tetto di 150.000 euro per le singole erogazioni). L’aumento degli importi, l’allargamento della platea delle imprese, e la decisione di riproporre l’erogazione delle indennità straordinarie maggiorate a 1.000 euro per i lavoratori stagionali e dello spettacolo, si propongono evidentemente anche l’obiettivo di consolidare il consenso sociale verso i provvedimenti anti-Covid messo alla prova dalle proteste delle categorie colpite e dalle discordanze interne tra le istituzioni centrali e periferiche.

Per lo specifico delle casse integrazioni l’intervento previsto nel nuovo decreto offre una copertura parziale per i nuovi fabbisogni fino al 31 gennaio 2021, e viene accompagnato da una proroga del blocco dei licenziamenti alla medesima data per le imprese che utilizzano le Cig. Ovvero per quelle che, in alternativa, decidono di usufruire degli sgravi contributivi sul costo del lavoro analogamente previsti anche per il mese di gennaio del prossimo anno. Il tema della fuoriuscita dal blocco dei licenziamenti rimane un nervo scoperto che dovrà trovare negli incontri già programmati dal Governo con le parti sociali una soluzione strutturale ragionevole cercando di contemperare l’esigenza di riorganizzare le imprese con quella di contenere i costi sociali delle ristrutturazioni aziendali.

Il complesso delle misure, finanziato con i residui delle risorse non spese dei decreti precedenti, è destinato inevitabilmente a essere implementato con la prossima Legge di bilancio destinata per definizione a offrire una risposta più complessiva ai fabbisogni futuri di intervento.

L’approccio pragmatico adottato non deve far trascurare che l’impatto economico delle misure messe in campo per contenere la diffusione della seconda ondata dei contagi Covid rischia di essere più devastante degli effetti generati con i provvedimenti di lockdown nel primo semestre del 2020. E non solo per l’evidente peggioramento delle stime sui livelli di caduta del Pil con l’allungamento dei tempi della ripresa economica. L’onda d’urto produce come primo effetto quello di azzerare gli accenni di ripresa delle attività economiche, e dell’occupazione, che si sono registrati a partire dal mese di luglio 2020 con un parziale recupero occupazionale per i lavoratori a termine, gli stagionali, i giovani, le donne e gli stranieri, che avevano scontato pesantemente le conseguenze della prima ondata del fattore Covid.

Gli interventi pubblici promossi per sostenere l’accesso al credito delle imprese, gli incentivi per la produzione e il lavoro, l’intervento nel capitale delle aziende private, e i sostegni al reddito di varia natura sommano la cifra di 100 miliardi. Oltre la metà del valore della riduzione del Pil stimata nelle previsioni, tutte da aggiornare, comunicate dal Governo. Ma allo stato attuale è lecito chiedersi se questo tipo di interventi possano essere sufficienti, e soprattutto efficaci, proprio per i segmenti delle attività economiche più colpite, per i comparti che registrano una vasta componente delle microimprese, e per i ceti sociali più deboli tradizionalmente meno tutelati in termini di rappresentanza e nelle prestazioni del welfare.

Misure come le garanzie per l’accesso al credito, le casse integrazioni, il blocco dei licenziamenti, l’utilizzo dello smart working compreso, possono generare risultati ragionevoli se applicate su strutture consolidate e con orizzonti di attività che traguardano il breve periodo. L’esito diventa più incerto per le piccole aziende, i comparti di attività caratterizzati da andamenti stagionali e da una elevata mobilità del lavoro e di contratti a termine. Molti piccoli imprenditori, dopo aver investito risorse per adeguare le strutture ai requisiti di sicurezza anti-Covid, si stanno interrogando in questi giorni sull’opportunità di mantenere in vita le loro attività. Senza trascurare il fatto che molti di loro sono in età avanzata e propensi a valutare l’opportunità di usufruire dei contributi che sono stati previsti per le imprese che hanno deciso di chiudere i battenti. Più semplicemente nei prossimi mesi sul fronte dell’occupazione si pagherà lo scotto di un’ulteriore riduzione delle nuove iscrizioni di partite Iva e delle assunzioni di lavoratori a termine e stagionali, destinate a persone in cerca di lavoro e in buona parte prive dei requisiti per accedere ai sostegni al reddito.

Alcune mutazioni del contesto ambientale emerse con il Covid sono destinate a generare delle conseguenze strutturali soprattutto nei comparti dei servizi rivolti alle persone e al tempo libero. In assenza di iniziative rivolte a proiettare nel futuro la riorganizzazione di queste attività, soprattutto per quelle finalizzate ai servizi verso le persone e le imprese che potrebbero offrire un contributo per ampliare i livelli di occupazione. È questo il tassello mancante nella strategia messa in campo. Una lacuna da completare in fretta per dare un senso e prospettiva agli interventi adottati.

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