Don Paolo Piccoli condannato per omicidio/ “Non ho ucciso don Rocco” (Chi l’ha visto)

- Emanuela Longo

Don Paolo Piccoli, monsignore condannato per l’omicidio di don Rocco: lui si difende e spiega la presenza del suo sangue, il caso a Chi l’ha visto

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Don Paolo Piccoli, Chi l'ha visto

La storia di Don Paolo Piccoli sarà affrontata questa sera nel corso della trasmissione Chi l’ha visto, in onda in diretta su Rai3. Il monsignore è stato condannato con la gravissima accusa di omicidio di un anziano sacerdote strangolato nel 2014 nella Casa del clero di Trieste. Per quell’orrendo delitto però don Piccoli, canonico alla cattedrale dell’Aquila, è stato riconosciuto colpevole anche se lui continua a difendersi con estrema forza, come riferisce il quotidiano Corriere della Sera: “Sono innocente, non ho ucciso io don Giuseppe Rocco, contro di me hanno vinto i pregiudizi e le bugie. Vivo una grande sofferenza, come Giobbe sono stato messo alla prova”. Il parroco è stato condannato a 21 anni e 6 mesi di reclusione oltre all’interdizione dai pubblici uffici per l’omicidio di Giuseppe Rocco, 92enne, strangolato nella Casa del Clero di Trieste, un istituto che accoglie anziani sacerdoti. Il delitto si consumò la mattina del 25 aprile 2014. Don Piccoli è malato e quindi già in quiescenza. Dopo il terremoto dell’Aquila fu colpito da una brutta depressione che lo portò ad un eccessivo consumo di alcool. Ma questo, spiega il monsignore, non ebbe alcuna influenza sul suo comportamento.

DON PICCOLI CONDANNATO PER OMICIDIO DI DON ROCCO

Il delitto dell’anziano prete si colloca in un periodo in cui entrambi erano ospiti della casa di riposo. Secondo l’accusa, don Paolo Piccoli uccise il prete per rubargli una collanina, mai ritrovata, ed altri oggetti di poco valore quali una bomboniera ed una madonnina di legno. Dopo la condanna in primo grado, l’avvocato del prete ha già annunciato di voler procedere con l’Appello: “Non ci sono prove. Il sangue del mio assistito sul letto del morto è solo la conseguenza di una xerosi cutanea, lui infatti era lì a dargli l’estrema unzione. Inoltre, la ricostruzione basata sull’ipotesi dello strangolamento non è veritiera in quanto non ci sono infiltrazioni emorragiche sull’osso ioide. Manca, infine, nella maniera più assoluta, il movente”, ha spiegato l’avvocato Vincenzo Calderoni. L’omicidio sarebbe avvenuto tra le 5 e le 7 del mattino quando l’anziano don Rocco fu trovato privo di sensi accanto al letto. Inizialmente si era pensato ad una morte naturale ma solo in seguito si scoprì la verità. Piccoli però si difende: “Lui non lo vedevo quasi mai, avevamo orari diversi e io quella mattina mi sono alzato alle sette e mezzo, ignaro di quello che era successo, perché avevo in programma una gita a Capodistria con altre persone. Mi riferirono della sua morte e così, in attesa del vicario del vescovo, andai ad impartirgli la benedizione. Sono state trovate delle macchioline del mio sangue sul suo corpo, è vero, ma sono collegate a una delle patologie di cui soffro. C’è una domanda fondamentale che nessuno si è mai posto. Perché mai avrei dovuto buttare 43 anni di vita religiosa, di cui 26 anni di sacerdozio e 23 di monsignorato, per una catenina e due bomboniere?”.

UNICA TESTIMONE

La principale testimone in questo caso di omicidio è la perpetua di don Rocco presente nella casa del Clero al momento della morte dell’anziano prete. Secondo la difesa di don Piccoli però, proprio questo, insieme al fatto che sia risultata beneficiaria di un testamento della vittima firmato solo pochi mesi prima, basterebbe a far reagire alla condanna in primo grado e a far arrivare il caso in Appello. Dopo la sentenza tuttavia, nulla è cambiato rispetto allo stato di libertà del parroco. A don Piccoli, spiega il Corriere, gli sarebbero state risparmiate anche le sanzioni canoniche. In una nota, l’ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali dell’Aquila spera nella piena giustizia e in merito commenta: “Manifestiamo profondo rispetto per il verdetto espresso dalla Corte d’Assise di Trieste, nella consapevolezza che, come sancito dal Codice civile e da quello canonico, fino alla sentenza definitiva spetta all’imputato la “presunzione di innocenza””.

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