DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ L’amico: “Ha dato la vita per Cristo fino a morirne”

- int. Paolo Binda

Il ritratto di don Malgesini, il sacerdote ucciso a Como da uno degli immigrati che lui stesso aiutava, raccontato da un amico che lo conosceva bene

Don Roberto Malgesini
Don Roberto Malgesini, prete ucciso a Como (Twitter Caritas)

“C’è una foto che sta girando sui social: si vede don Roberto Malgesini che sta celebrando Messa e sorride. Lui aveva sempre quella faccia lì, sorrideva sempre”. Così ci ha raccontato Paolo Binda, della Scuola Cometa di Como, che ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare per diversi anni il sacerdote comasco ucciso a colpi di coltello da un immigrato con problemi psichici. I due infatti si conoscevano di persona, don Roberto Malgesini lo aveva aiutato in più occasioni. Sui social c’è anche chi scrive assurdità, del tipo: “è morto per il clima di odio che si respira oggi in Italia”. Chissà cosa è successo l’altro giorno verso le 7, mentre il sacerdote, come ogni mattina, dopo aver parcheggiato la sua auto al solito posto ha aperto il bagagliaio dove teneva le colazioni per i senza tetto, gli immigrati, gli ultimi di cui si prendeva cura da anni. “Era una persona umile – ricorda Binda – che aveva speso la sua vita per gli ultimi, non era un solitario, pur essendo unico come persona nella sua santità. A volte davanti alle sue richieste gli rispondevo: non puoi chiedermi di essere santo come te. Scherzavo così, ma santo don Roberto lo era davvero”. Così lo ha definito anche la Chiesa italiana in una nota ufficiale, “il Santo della porta accanto”.

Conoscevi don Roberto da molto tempo?

Sì, era un amico. Svolgeva un lavoro con il permesso del vescovo rivolto ai poveri e ai migranti di Como. Siccome ci sono sempre meno sacerdoti, c’era una chiesa nel quartiere peggiore di Como, con massiccia presenza di migranti e di situazioni di povertà, che era rimasta senza parroco e lui era stato nominato vicario. Don Roberto usava la sua casa e l’oratorio per queste persone svantaggiate. 

Lavorava da solo nella sua parrocchia o faceva parte di qualche associazione?

Lui ovunque era stato si tirava dietro la gente, i giovani delle parrocchie in cui era stato lo seguivano nelle sue iniziative caritatevoli. Ha sempre lasciato il segno. A Como c’è una realtà molto viva, una rete che mette insieme la Caritas, diversi sacerdoti, anche noi come Cometa, e lui faceva parte di questa rete. Lo avevo sentito proprio venerdì scorso, voleva mandarmi dei giovani, gli avevo detto che con la riapertura della scuola ero troppo incasinato. Dovevamo parlare di corsi per stranieri.

Lui vi inviava degli stranieri?

Era molto intelligente, sceglieva di mandarci solo persone che potevano seguire i nostri corsi, non ci inviava persone che poi sarebbero risultate una perdita di tempo per loro e per noi: lavorava a motivare le persone. Non solo: aveva una grande intelligenza dal punto di vista educativo, era un santo che metteva a rischio la vita, centrata sulla fede. Ha spinto tanta gente a fare carità ed era uno che le cose le faceva per Gesù non perché era buono. Su questo non ho mai avuto dubbi.

Puoi citare qualche esempio?

Si dedicava a queste persone 24 ore al giorno, aiutandole se dovevano andare all’Agenzia delle entrate o in banca. Uno di loro un giorno mi ha detto: “Don Roberto mi ha aiutato a fare il conto in banca perché nessuno me lo voleva fare”.

Strazianti le immagini degli immigrati in lacrime davanti al suo corpo…

Era un baluardo in quel quartiere, anche se quando accogli senza riserve queste persone ti assumi rischi grossi e lui lo sapeva. Non l’ho mai visto arrabbiato per la burocrazia, i codici fiscali, il modo con cui spesso trattano senza rispetto i migranti. Ma lui era tenace: pur di portare a casa il risultato, andava avanti, senza mai lamentarsi.

La sua morte cosa ci dice?

Che è stato un punto di sicurezza per chi voleva riscattare se stesso e un punto di bene dove c’è tanto male. Uno che ha speso la vita per Gesù e l’ha data fino al martirio.

(Paolo Vites)

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