DONA 1 MLD DOLLARI/ Contro il coronavirus: si può essere “simboli” del bene?

- Mauro Leonardi

Il Ceo di Twitter Jack Dorsey ha donato 1 miliardo di dollari per finanziare tutti coloro che fanno qualcosa per limitare i danni del coronavirus nel mondo

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Jack Dorsey, fondatore e Ceo di Twitter
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Il Ceo di Twitter Jack Dorsey dona una cifra enorme per finanziare tutti coloro che fanno qualcosa per limitare i danni del coronavirus nel mondo. Per l’esattezza si tratta di un miliardo di dollari, e cioè l’equivalente del 28% del suo patrimonio personale: aggiungendo, ovviamente attraverso Twitter, tutti i meccanismi di tutela che garantiscono l’assoluta trasparenza dell’operazione.

Un miliardo di dollari è una cifra che noi mortali riusciamo ad immaginare con grande fatica. Secondo alcuni studi un milione di dollari – 710.000 euro circa, una cifra con la quale si può comprare un bell’appartamento nel centro di una grande città – equivale a quasi un secolo di lavoro dell’essere umano medio. Dorsey quindi avrebbe donato il lavoro di un secolo di mille persone normali. È una cosa gigantesca che spingerebbe a pensare che altrettanto gigantesca sia la generosità del capo, nonché fondatore, di Twitter.

Questa deduzione, però, non è così scontata se si considera che, subito dopo l’annuncio, le azioni dell’azienda Twitter sono salite su Wall Street del 2,87% e quelle di Square, l’azienda di servizi finanziari sempre fondata da Dorsey, è arrivata al +4,37%.

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Però limitarsi a ragionamenti fatti in sola chiave economica non sarebbe corretto. Quando infatti si superano certe soglie di benessere occorre chiedersi quale valore abbiano i soldi quando non si può acquistare più nulla di quello che si ha, visto che si ha veramente tutto e in grande abbondanza. Scatta allora il desiderio di comprare, dinnanzi all’intero mondo, l’essere ricordati per qualcosa di buono: divenire simboli del bene finanziando tanto bene.

Basta una ricerca di qualche minuto sul web per scoprire che Bill Gates, o Soros, o tanti altri super ricchi, fanno a gara nel regalare. Se si mettono assieme le donazioni dei super ricchi degli ultimi anni, si arriva a qualcosa come 106 miliardi di dollari di beneficenza, quanto basterebbe per finanziare tre o quattro manovre economiche in Italia (sto pensando all’Italia del pre Covid-19). Per esempio Charles Francis Feeney, il magnate del retail, in vita ha donato 6,3 miliardi di dollari a fronte di un patrimonio personale di 1,5 miliardi. Ovvero ha donato il 420% di quanto ha: insomma Feeney sarebbe circa venti volte più generoso di Dorsey.

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In questi giorni in Italia abbiamo visto quanti personaggi più o meno famosi non hanno avuto remore nel far sapere di aver donato a questo o quell’ospedale, a questo o quella ricerca, tanti soldi per la lotta contro il coronavirus. Tutto bello, per carità. Ma in questi casi mi viene da ricordare quanto importante siano le parole evangeliche della mano destra che non deve sapere cosa faccia la sinistra.
Il bene va fatto per il bene e non per un ritorno di immagine o per un rimbalzo in positivo delle azioni societarie in borsa. Ho la fortuna di conoscere personaggi ricchi e famosi che preferiscono donare in modo nascosto: dando relativamente poco (magari qualche migliaio di euro) a tante persone o istituzioni. Che sono gratissime di quanto ricevono ma che non si sento “salvate” da qualcuno, e perciò rimangono libere e più facilmente se stesse. Regalare secondo quest’ultima modalità mi piace di più. Il bene per essere tale deve essere semplice, umile e senza sovrastrutture. Deve avere il sapore della vita della madre che si alza di notte per coprire il figlio badando a che non se ne accorga.


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