Donato Di Veroli è morto/ Era l’ultimo ebreo romano sopravvissuto alla Shoah

- Alessandro Nidi

È morto Donato Di Veroli: aveva 98 anni l’ultimo degli ebrei romani sopravvissuti allo sterminio della Shoah

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Donato Di Veroli (screen da YouTube)

Donato Di Veroli è morto all’età di 98 anni. L’Italia si ritrova così a piangere la scomparsa dell’ultimo degli ebrei romani che riuscì a sopravvivere al dramma inenarrabile della Shoah. Ad annunciare la notizia della sua dipartita è stata proprio la comunità ebraica di Roma, presieduta da Ruth Dureghello, la quale ha scelto di ricordarlo attraverso queste parole: “Dopo la terribile esperienza della Shoah, Donato Di Veroli ebbe il coraggio di ricostruirsi una vita e una famiglia dalla forte identità ebraica, che oggi fa attivamente parte della nostra comunità tramandandone le tradizioni. Piangiamo la sua scomparsa con la famiglia, a cui mandiamo il nostro abbraccio. Sia il suo ricordo di benedizione”.

Di Veroli era venuto alla luce a Roma nel 1924, e, quando aveva soltanto 20 anni (marzo 1944), fu arrestato e deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, uno dei luoghi dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Trascorse un periodo superiore all’anno di prigionia all’interno del lager nazista e nel corso della sua esistenza non ha mai raccontato in pubblico le atrocità viste e subite in quel terribile lasso di tempo.

DONATO DI VEROLI È MORTO: DOPO AUSCHWITZ UN POLMONE SI AMMALÒ

Quando fu liberato, Donato Di Veroli ritornò a Roma e provò (con successo) a ricostruire completamente la propria vita. È il “Corriere della Sera” a riproporre le parole che l’uomo pronunciò nel 2011, in occasione delle celebrazioni dedicate al Giorno della Memoria: “Sono stato liberato il 29 aprile del 1945 da Dachau, ma sono passato attraverso vari campi. Ho vissuto ad Auschwitz, ma quando sono arrivati gli alleati, non ero già più lì. Ho sofferto per altri tre mesi e mi sono ammalato al polmone a causa del deperimento”.

Una breve ma significativa testimonianza delle sofferenze patite dai prigionieri dei lager nazisti, alla quale, però, Donato di Veroli non volle aggiungere nessun altro dettaglio, continuando dunque a mantenere il massimo riserbo su quella fase delicata della sua giovinezza.





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