DOPO I BALLOTTAGGI/ Il centrodestra di opposizione che divide Meloni da Berlusconi e Salvini

- Antonio Fanna

Quello della Meloni si può considerare un successo al primo turno ma non al secondo. Infatti la sconfitta di Verona riaccende lo scontro nel centrodestra

sondaggi politici
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini in piazza a Roma (LaPresse)

Al giorno della sconfitta segue quello della resa dei conti, e il centrodestra non è sfuggito alla regola. Nei territori, da Verona a Catanzaro passando per Monza, ci si lecca le ferite, ma nelle segreterie dei partiti si tenta di ricucire una situazione tragica. Prima Matteo Salvini ha detto che ci sono stati errori da non ripetere. Poi Giorgia Meloni ha invitato a incontrarsi quanto prima. Il leader leghista ha replicato di avere l’agenda vuota già da domani. Fatto sta che l’appuntamento non è ancora stato preso, segno che per metabolizzare la batosta ci vorrà ancora del tempo. Anche Silvio Berlusconi ci ha messo la faccia, ricordando che divisi si perde e attaccando la scelta scellerata del ministro Lamorgese di consentire il voto in un solo giorno e in piena estate. Condizioni che hanno aumentato l’astensione e contribuito alla sconfitta elettorale.

In realtà, non è soltanto questione di cicatrici da sanare. È l’idea stessa di centrodestra che va ricostruita, prima ancora nei programmi che nelle formule politiche. Per oltre vent’anni la coalizione è cresciuta sotto l’ala di Silvio Berlusconi. Ora serve qualcosa di nuovo. Un paio di mesi fa Salvini ha depositato il marchio di Prima l’Italia, che potrebbe essere il contenitore in cui consolidare l’accordo con Forza Italia che oggi sostiene il governo Draghi. O almeno una sua parte, perché quella più filodraghiana di figure storiche come Brunetta e Gelmini strizza l’occhio al Pd.

Il progetto di federazione FI-Lega oggi è molto più di un’idea, tanto che sotto traccia i due partiti ci stanno lavorando da mesi: obiettivo, politiche 2023. Una nuova forza moderata che riporti l’asse della coalizione più verso il centro, rivolgendosi a quel ceto medio deluso o arrabbiato che oggi non va più a votare.

L’incognita resta la Meloni. Fratelli d’Italia stando all’opposizione è cresciuta nei sondaggi guadagnandosi l’apprezzamento e soprattutto la legittimazione di Enrico Letta e qualche timida apertura dalle cancellerie europee per la posizione apertamente filoatlantica sullo scacchiere ucraino. Vezzeggiata dai riconoscimenti, cui la grande stampa ha dato larga eco, Giorgia si è convinta di essere davvero il dominus del centrodestra, quasi come fece – nel centrosinistra – Matteo Renzi quand’era premier e segretario del Pd. Con la differenza che Renzi i voti li prese nelle urne e tanti, come in quelle europee dove il suo Pd superò il 40%, mentre i consensi della Meloni in queste elezioni Comunali hanno raggiunto il 10,4% (con il Pd di Letta al 19,3%).

La leader di FdI si è potuta comunque consolare con la vittoria morale per aver superato la Lega, anche se i ballottaggi hanno dimostrato che senza una unità che superi i personalismi nessuno va da nessuna parte.

Ma il voto di domenica ha confermato anche un’altra cosa che i giornali dalla memoria corta hanno già dimenticato, cioè che la Meloni non ha la bacchetta magica nella scelta delle candidature. Raffaele Fitto in Puglia, Enrico Michetti a Roma e ora Federico Sboarina a Verona, e liste solitarie a Catanzaro e Parma: scelte imposte dalla Meloni che si sono rivelate perdenti. La tattica di Fratelli d’Italia, in nome della coerenza e del tirar dritto, è quella di sacrificare i propri uomini pur di mandare il partito alla conta e piazzarlo meglio nella corsa alla leadership del centrodestra.

A Verona, per esempio, si sapeva che Sboarina, nonostante la tessera di FdI, era un candidato debole. Al ballottaggio ha rifiutato l’apparentamento con Flavio Tosi (passato in FI) in base alla convinzione che Tosi gli avrebbe dovuto omaggiare i propri voti senza entrare in maggioranza. I consensi si sarebbero dovuti convogliare per grazia ricevuta, al solo scopo di evitare l’ascesa di Damiano Tommasi, un “bravo ragazzo” di parrocchia che non ha mai alzato la voce mentre è stato dipinto come un “pericoloso prestanome dell’armamentario ideologico della sinistra”. Ora lo schema potrebbe riproporsi alle regionali. La Meloni ha già detto che i governatori uscenti non si toccano, convinta che il “suo” Musumeci sarà riconfermato in Sicilia mentre il leghista Fontana sarà bocciato in Lombardia, con ulteriore ridimensionamento di Salvini. Se il vecchio centrodestra è acqua passata, il nuovo è ancora lontano.

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