DOPO IL VOTO/ La sconfitta del centrodestra porta Draghi al Colle e Franco al Governo

- Anselmo Del Duca

Legge di bilancio a parte, le elezioni amministrative erano l’ultimo appuntamento politico prima dell’elezione del capo dello Stato. Ecco come cambia il quadro

salvini meloni
Matteo Salvini, leader della Lega, con Giorgia Meloni, leader di FdI (LaPresse)

La prima sconfitta di queste amministrative è la politica, visto che tre italiani su cinque hanno preferito restare a casa, nonostante si trattasse di scegliere i sindaci, l’istituzione più vicina ai cittadini. Poi c’è il centrodestra, che esce a pezzi da questa tornata elettorale, e nei ballottaggi segna il gol della bandiera solo a Trieste, con Roberto Di Piazza eletto per la quarta volta alla guida del capoluogo giuliano.

Per il resto un massacro. Bocciati senza appello i candidati della società civile, rivelatisi inadeguati, soprattutto Michetti a Roma e Bernardo, scelto da Forza Italia, a Milano. Rifiutati dagli elettori anche i toni forti e, probabilmente, pure le strizzate d’occhio al mondo dei no vax e dei no green pass, in un momento in cui il paese riparte grazie a vaccini e mascherine. Non può essere un caso se le due vittorie più significative sono state conquistate da esponenti moderati, il succitato Di Piazza e il neogovernatore della Calabria, Occhiuto. La lezione che viene dal voto è che servono politici veri, ma capaci, pragmatici e moderati.

Le dimensioni della sconfitta di Michetti a Roma costituiscono un atto d’accusa nei confronti di Giorgia Meloni che l’ha fortemente voluto, sbarrando la strada a Bertolaso. La campagna di stampa contro le scorie neofasciste, scattata con sospetto tempismo, ha certo pesato, ma serve ben altro per candidarsi a guidare l’Italia.

Se possibile, Salvini è finito in una situazione ancora più scomoda. Essere insieme di lotta e di governo non ha pagato, ma anche l’ala governativa del Carroccio è in gramaglie, visto che è fallita anche la riconquista di Varese, culla della Lega delle origini e terra del super-draghiano ministro Giorgetti. Vero che Alberto da Giussano ha sempre riscosso più consensi nei comuni piccoli e medi rispetto alle grandi città, ma la Lega deve risolvere molti problemi di identità.

Sul versante opposto Enrico Letta ha molte ragioni per gongolare: la sua leadership esce molto più forte dalle urne, ma sbaglia quando parla di una vittoria del centrosinistra, a meno che la sua concezione non escluda da questo raggruppamento il Movimento 5 Stelle, che esce ridotto ai minimi termini dalle amministrative. La parabola grillina sembra puntare irreparabilmente verso il basso: persi tutti i capoluoghi governati (Roma, Torino e Carbonia), irrilevante nei ballottaggi, i pentastellati non sembrano più in grado di raccogliere quel malcontento, che infatti vira in molte periferie verso l’astensione, schizzata a punte elevatissime. Conte promette un rilancio, anche se la sua sembra una missione impossibile. Letta, però, della sponda grillina ha una disperata necessità, se vuole sperare di vincere quando si voteranno le politiche.

Ma dopo le amministrative le elezioni sono più lontane o più vicine? Chi le chiedeva è uscito indebolito, difficile che Salvini e Meloni tornino a invocarle, hanno bisogno di tempo per leccarsi le ferite. Persino la leader di Fratelli d’Italia per la prima volta ha dato per scontato il 2023. La prossima sfida sarà l’elezione del successore di Mattarella a fine gennaio, e si farà con i numeri del parlamento del 2018, che nulla hanno a che fare con il quadro politico di oggi. Nel percorso di avvicinamento si andranno a discutere i totem del governo Conte 1, a breve il reddito di cittadinanza, entro fine anno Quota 100. Grillini e leghisti avranno meno forza per difenderli, ma potrebbe trattarsi di una difesa molto rumorosa.

Draghi avrà maggiore spazio di manovra per imporre le sue scelte, ma dovrà fare attenzione a non esagerare: sostenitori in ambasce non saranno certo garanzia di stabilità. Proprio per il suo peculiare ruolo di unico punto di equilibrio possibile, il premier sembra sempre più indirizzato verso il Quirinale: è l’unico nome votabile da tutta la sua maggioranza.

Da qui a fine gennaio però Draghi dovrà discretamente impegnarsi nel costruire un percorso per mandare avanti per qualche mese il governo di unità nazionale anche senza di lui. I rumors vedono il ministro dell’Economia Daniele Franco come il probabile successore a Palazzo Chigi, sotto l’ombrello di Draghi Capo dello Stato. Una road map che non esclude la possibilità di anticipare la legge di bilancio a luglio 2022 per votare in autunno. Comunque non prima che i parlamentari, con 4 sei mesi e un giorno di legislatura, abbiano maturato il diritto al vitalizio. Un termine che scade il 23 settembre 2022.

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