DOPO L’AFGHANISTAN/ Tocca all’Iraq: il prossimo disastro della “strategia” Usa

- Caleb J. Wulff

C’è purtroppo motivo di credere che Biden si prepari a ripetere in Iraq gli stessi errori commessi in Afghanistan, regalando il paese al caos e agli islamisti

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Soldati americani a Ramadi (Iraq) (LaPresse)

Dopo la precipitosa ritirata degli Stati Uniti dall’Afghanistan, i commenti si sono concentrati soprattutto sulla perdita di credibilità di Washington e sulle conseguenze nei Paesi vicini. Il Pakistan risulta il più esposto e ciò potrebbe rendere ancor più grave il conflitto con l’India per la irrisolta questione del Kashmir, in cui è coinvolta anche la Cina. Altrettanta attenzione dovrebbe però essere dedicata ad un’altra area, il Medio oriente, dove le avventure militari hanno lasciato dietro di sé rovine e disordine.

Due anni dopo l’attacco all’Afghanistan, nel marzo del 2003 gli Stati Uniti invadevano l’Iraq per abbattere il regime di Saddam Hussein, che cadde poche settimane dopo. In quella occasione, gli Stati Uniti vinsero la guerra, ma perdettero la pace; in Afghanistan paiono aver perso entrambe. Allora, Washington non tenne conto delle profonde divisioni del Paese, principalmente tra arabi sciiti, arabi sunniti e curdi, sunniti ma non arabi. Saddam, benché si rifacesse a una sorta di ideologia socialista, quella del partito Ba’th, aveva favorito pesantemente i suoi correligionari arabi sunniti, opprimendo sciiti, curdi e le altre minoranze nel Paese.

Gli americani non solo non tennero conto di queste radicate divisioni, ma pensarono di portare l’Iraq alla democrazia utilizzando espatriati iracheni del tutto occidentalizzati, dopo aver eliminato il sistema statale e militare precedente. Una situazione questa che favorì la nascita e l’affermazione dell’Isis tra gli arabi sunniti, che si sentivano discriminati dal nuovo regime, in cui avevano gran parte gli sciiti.

L’Isis è stato alla fine sconfitto, ma i recenti attentati all’aeroporto di Kabul dimostrano come l’organizzazione sia ancora attiva. Se, da un lato, l’Isis può rappresentare una spina nel fianco dei talebani, che considerano troppo “morbidi”, dall’altro non si può escludere una ripresa della loro attività in Iraq. Malgrado la situazione interna del Paese sia tutt’altro che stabilizzata, Biden ha confermato il ritiro delle truppe da combattimento statunitensi entro la fine di quest’anno, mantenendo solo una presenza di supporto e addestramento delle forze irachene. Una situazione parallela a quella dell’Afghanistan, che in Iraq potrebbe portare a una definitiva frantumazione del Paese.

Osama bin Laden, causa della guerra in Afghanistan, venne ucciso nel maggio 2011 da un commando statunitense, ma la guerra è continuata altri dieci anni, per poi riconsegnare il Paese nelle mani dei talebani. Due mesi prima, nel febbraio 2011, Stati Uniti, Francia e Regno Unito avevano attaccato la Libia, intervento terminato nell’ottobre con la morte di Gheddafi. La caduta della dittatura ha precipitato la Libia in una guerra civile che è continuata fino ai nostri giorni, con pesanti influenze straniere, la Turchia nella parte occidentale, Russia ed Egitto in quella orientale. Continuano anche i conflitti etnici e tribali e le conseguenze della situazione libica si riflettono negativamente anche sull’Europa, in particolare l’Italia.

Nello stesso 2011 cominciò anche la guerra civile in Siria con l’obiettivo di abbattere il regime di Bashar al-Assad, una guerra che ha portato ancora una volta in evidenza le divisioni etniche e religiose tipiche di tutto il Medio Oriente. Nonostante l’appoggio di diversi Paesi stranieri, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, gli oppositori non sono riusciti ad abbattere Assad che, grazie al sostegno di Russia e Iran, ha riaffermato il proprio potere su gran parte del Paese. Una consistente area è governata dai curdi, mentre diverse zone sono sotto gestione della Turchia e di milizie controllate da Ankara, o occupate da oppositori al regime, sia laici che islamisti. Tra questi è ancora presente e attivo l’Isis, oltre che al Qaeda.

Al di là delle differenze e contrasti, gli islamisti hanno salutato la vittoria dei talebani, con la conseguente scomposta ritirata degli Stati Uniti, come una vittoria dell’islam, quello vero, contro gli occidentali e una prova che la perseveranza nella lotta alla fine premia. Le dichiarazioni in tal senso di organizzazioni come Hamas, Isis o al Qaeda dovrebbero causare un forte allarme soprattutto in Europa, in prima linea ora per riparare i danni di questi vent’anni di guerre alle sue porte.

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