DOPO LE ELEZIONI REGIONALI/ La crisi d’autunno pronta a portarci nel riformatorio Ue

- Sergio Luciano

Urne aperte per le regionali e il referendum. Mentre i partiti si divideranno tra vincitori e sconfitti, gli italiani faranno i conti con la crisi

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E niente, aspettiamo i risultati delle elezioni regionali 2020 del 20 e 21 settembre, tanto sappiamo che cambieranno poco e niente. Se la destra vince 4 a 2, forse il Pd ha un argomento per tentare un rimpastino, ma senza riuscirci; solo se vince 5 a 1 – cosa improbabile – potrebbe essere un rimpasto vero. E il sì, che ahimè vincerà, se non stravince (e non stravince, perché non voterà nessuno) non basterà a rianimare la boccheggiante maionese impazzita dei Cinquestelle, che simuleranno il trionfo ma resteranno come prima più di prima l’uno contro l’altro armati.

Chi non simulerà niente, perché non gli è rimasto più niente neanche da simulare, sono i milioni di italiani che da marzo hanno incassato magari solo uno o due mesi di cassa integrazione. Chi non ha niente da simulare sono i baristi, uno su quattro, che non hanno riaperto e hanno portato i libri al tribunale. Sono i tassisti che turnano due giorni su sei una settimana e tre su sei quella dopo, facendo la metà delle corse perché turisti non se ne vedono. Sono le ragazze precarie dei negozi di abbigliamento che non sono state rinnovate nel contratto. Sono tutti i vulnerabili, che sono stati vulnerati e che lo Stato non ha saputo – ma in fondo come avrebbe potuto? – aiutare.

Si diceva, a giugno: i dolori arriveranno in autunno. Ecco. Dopodomani è autunno. La ripresa ovviamente non c’è: hanno ripreso a produrre solo i settori fortemente orientati all’export, soprattutto verso l’Asia. Gli altri, macché.  È vero: il Paese è protetto dalle istituzioni internazionali. Ultraprotetto: i 100 miliardi di euro (se bastano) di extrabudget che il Governo italiano ha messo in preventivo per il 2020 sono in via di acquisizione attraverso emissioni supplementari di titoli di Stato senza le quali, letteralmente, non avremmo più potuto far fronte alla spesa corrente: stipendi e pensioni pubbliche (queste ultime anche private), costi sanitari, cassa integrazione.

Il Tesoro emette e la Banca d’Italia compra, su autorizzazione – anzi, su mandato – della Banca centrale europea. In attesa che da febbraio o da marzo del 2021, se miracolosamente il Governo riuscirà a presentare piani adeguati, comincino a entrare i 209 miliardi del Recovery fund, di cui già si profila la probabile destinazione impropria, per esempio verso la riduzione della pressione fiscale (sacrosanta, ma finanziabile solo sul bilancio corrente e non con fondi distratti dagli investimenti!).

Dunque la crisi dovrebbe purtroppo intervenire nelle poche e prossimissime settimane a ricordare all’esecutivo che la ricreazione estiva è finita e quella europea non è una ricreazione ma un riformatorio, come del resto la pandemia è attenuata ma non scomparsa e il sistema sanitario non è quell’orologio svizzero che vogliono farci credere e far attendere più di 48 ore uno studente con 39 di febbre e tosse prima di fargli il tampone, nella dinamica Lombardia, non è precisamente segnale di efficienza.



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