È IL VACCINE DAY/ Ma i segnali di fine anno della nostra economia sono preoccupanti

- Stefano Cingolani

II V-Day scatta oggi in tutta Europa. L’Italia sembra ancora priva di un vaccino per l’economia: l’unico efficace si chiama ripresa

crisi di governo
Giuseppe Conte, presidente del Consiglio (LaPresse)

Il vaccino è arrivato e oggi comincia la campagna che, come tutti speriamo, dovrebbe entro il prossimo anno sconfiggere la pandemia. II Vaccine Day scatta in tutta Europa, “un momento toccante di solidarietà”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ed evoca in tutti noi quello che sarà il vero V-Day cioè il giorno della vittoria contro il Sars Cov2 in tutte le sue varianti. La notte è ancora oscura, ma poi verrà il giorno e si vedono le prime luci. C’è invece buio pesto nel tunnel dell’economia. Qui manca il vaccino, un vaccino chiamato crescita. 

È vero in tutto il mondo. Negli Stati Uniti il Congresso ha raggiunto l’accordo per erogare 900 milioni di dollari direttamente alle famiglie, si attende l’insediamento di Joe Biden per capire come si muoverà il nuovo Presidente e quale spazio di manovra avrà in Senato. La ripresa cinese è estremamente debole, e già si discute se Xi Jinping, messa nel cassetto la Nuova via della seta, non abbia già imboccato la grande marcia indietro. In Europa tutti i Paesi sono duramente provati, anche se in dimensioni diverse; il rischio concreto è che si apra una linea di faglia che comincia dai Pirenei, passa per le Alpi e attraversa i Carpazi. L’Italia soffre più degli altri affiancata dalla Spagna e dalla Grecia. Il rimedio non è stato ancora trovato, nonostante il pacchetto varato dall’Ue (1.824 miliardi in sei anni, 1.074 dal bilancio e 750 miliardi dal Next Generation Eu) e la corsa della Bce a stampare moneta. Il bilancio della Banca centrale europea ha superato i settemila miliardi di euro in linea con quello della Federal Reserve americana. Ma non basta ancora.

In Italia, al quarto piano ristori varato il 18 dicembre scorso, si accompagna la Legge di bilancio 2021 che sarà votata dalla Camera dei deputati questa sera e passerà domani al Senato. La vecchia finanziaria si presenta più che mai sotto le insegne dell’emergenza: una manovra da 40 miliardi di euro basata sostanzialmente su bonus, sussidi, incentivi, tamponando gli effetti della crisi sull’occupazione almeno fino al 31 marzo (se non verrà di nuovo prorogato il blocco dei licenziamenti). Gli investimenti e gli interventi per favorire la ripresa sono rinviati al Recovery plan che ammonta a 190 miliardi di euro. 

È venuta finalmente alla luce la bozza dettagliata dei 52 progetti, ci sono le cifre voce per voce, ma non c’è ancora un calendario delle priorità. Inoltre, emerge che le risorse aggiuntive sono 120 miliardi di euro, perché il resto (75 miliardi) non è che la lista delle spese già considerate nei saldi del bilancio pubblico. Per esempio, alla salute vengono destinati 7 miliardi in più perché 2 miliardi erano stati deliberati anche se non spesi. Dei 40 miliardi previsti per la riqualificazione energetica degli edifici, 27,7 miliardi dovevano essere comunque erogati. Le iniezioni più consistenti di nuove risorse riguardano la transizione energetica, la digitalizzazione 4.0, l’alta velocità, la ricerca. Ma ciò non vuol dire che saranno erogate per prime. Allo stato attuale non sappiamo nulla sulle priorità. Lo sapremo a tempo debito e salvo intese? 

È essenziale per le famiglie, per le imprese, per chi produce e per chi consuma avere un quadro certo e chiaro il prima possibile. Tutti si rendono conto delle difficoltà, perché la pandemia non è domata e la mutazione del virus suscita nuovi allarmi e altre ondate d’incertezza. Ma, pur comprendendo che molte cose potranno cambiare in corso d’opera, questo continuo rinvio, questa eterna corsa all’ultimo minuto, è uno dei fattori che rendono più difficile lavorare in Italia. È una vecchia tara del Paese e dei suoi governi, e purtroppo in questo caso il Covid-19 non ha fornito un incentivo a cambiare.

Non è stata risolta nemmeno la diatriba sul Mes per la sanità. Nei giorni scorsi il Tesoro ha reso noti i costi del debito pubblico e ha mostrato che il tasso medio ponderato calcolato sui rendimenti all’emissione è sceso allo 0,59%, vicino al minimo del 2016 (era stato 0,55%). Una freccia in più nell’arco di chi non vuole prendere in prestito denari dal Mes: sono contrari i grillini, il presidente del Consiglio Conte e anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Il M5S per un pregiudizio ideologico che condivide con la Lega, Gualtieri perché non vuole indebitarsi ancora pagando un prezzo superiore a quello di mercato. Quest’anno sono stati emessi titoli per 551 miliardi, l’anno prossimo sarà più o meno lo stesso: si parte infatti da 367 miliardi di buoni del Tesoro a medio e lungo termine ai quali s’aggiunge la raccolta a breve che dipende dall’andamento della crisi, quindi non è ancora possibile quantificarla. 

Si prevede che la politica monetaria della Bce e il mercato internazionale dei capitali non cambieranno in modo significativo, dunque l’Italia potrà ancora indebitarsi a tassi favorevoli. Ma fino a quando nessuno è in grado di prevederlo. Il costo medio complessivo del debito italiano accumulato è sceso al 2,4%, una quota che non lo mette in sicurezza a meno che il Paese non torni a crescere a un ritmo superiore in termini monetari. Teniamo conto che nel 2019 il prodotto lordo reale era di poco superiore allo zero e nel frattempo l’inflazione è diventata addirittura negativa. Crescere, tornare a crescere a tutti i costi, è questo il faro che dovrebbe guidare la politica economica, come ha ricordato Mario Draghi. Ma i segnali di questo fine anno sono tutt’altro che tranquillizzanti.

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