“Ecclesiaste, il libro più umano della Bibbia”/ Etty Hillesum e il segno di speranza

- Niccolò Magnani

Il libro di Zagrebelsky sull’Ecclesiaste, il libro “più umano” della Bibbia: la speranza, l’umanità nuova e il segno di Etty Hillesum

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Esther "Etty" Hillesum (1914-1939)

Cosa possono c’entrare Etty Hillesum, il libro della Bibbia “Ecclesiaste” e la dialettica pessimismo-speranza ha provato a metterlo per iscritto il giudice ed ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsy nel suo ultimo lavoro “Qohelet. La domanda”. Per l’esperto giurista, il nome ebraico del libro della Bibbia più controverso andrebbe riletto in modo nuovo: «Qohelet sembra lontano da questa specie di balbettante meditatio mortis. Ma egli ci sta sempre davanti inesorabilmente, guardandoci con le orbite vuote della sfinge. Guarda in te stesso e troverai solo vanità, dice. Non solo vanità della vita e della morte, ma anche vanità della tua meditazione», scrive Zagrebelsy nell’anticipazione offerta da “Repubblica”.

Un turbine continuo tra vita e morte, tra gioia e tristezza, senza però avere mai realmente “paura”: «Qohelet non parla mai di paura. La paura presuppone che esista un terreno su cui appoggiamo, che tuttavia può franare. Egli dice che questo terreno non esiste e che tutta la vita è vuoto, dunque lo è anche la morte. Non abbiamo nulla su cui appoggiarci, nulla da perdere o da guadagnare», spiega Zagrebelsky dimostrando, forse, una peculiare sfiducia nel vasto messaggio religioso contenuto anche nel libro più particolare di tutta la Bibbia come l’Ecclesiaste.

ECCLESIASTE, LA SPERANZA DI ETTY

Con l’umanità odierna dominata dalla paura e dall’incertezza, dove si è perso ogni contatto con il divino e con esso anche con la libertà di ciascuno. Scriveva Marcello Veneziani solo qualche giorno fa su “La Verità” che la paura sorge nell’uomo contemporaneo dal momento in cui «si rifiuta di credere […] ma abolire la fede non dà più libertà, anzi…». In questo scenario culturale e umano si inserisce Zagrebelsky che rilegge lo Qohelet non considerando la vulgata classica che considera questo libro come quello più “pessimista” delle Sacre Scritture ebraico-cristiane: «Qohelet non aiuta a vivere bene, né a bene morire», spiega l’ex giudice che però viene come folgorato da un incontro particolarissimo avvenuto nell’appropinquarsi alla storia dell’Ecclesiaste (libro composto da 12 capitoli, autore probabilmente ignoto e scritto nel IV secolo a.C.).

«In una cartolina gettata da un “trasporto” ad Auschwitz, fortunosamente salvata, leggiamo: “Apro a caso la Bibbia e trovo questo: “Il Signore è il mio alto ricetto”. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci \[…\] La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. \[…\] Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma sono molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. \[…\] Arrivederci da noi quattro”»: Zagrebelsky cita Etty Hillesum, scrittrice ebrea olandese vittima dell’Olocausto nazista nel lager di Auschwitz a soli 29 anni. È morta probabilmente cantando, con quella letizia tutt’altro che frivola che contraddistingue la storia di questa incredibile testimone del Novecento: «Tutti questi sono certamente “segni”. Riceverli o respingerli è un fatto personale. Chi sì, e chi no. Chi avrà la fortuna, o la grazia, di dire sì avrà sconfitto la tristitia con un sovrappiù di laetitia fino al momento estremo della vita», conclude un ‘misterioso’, tormentato ma comunque colpito Gustavo Zagrebelsky.

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