Energia: perché aumentano le bollette?

- Paola Garrone

Dal primo aprile le famiglie italiane troveranno una bolletta energetica più pesante di 58 euro all’anno. Ma è proprio vero che questo aumento è dovuto solo al prezzo del petrolio e alla situazione politica estera?

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L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha comunicato gli aumenti delle tariffe per il secondo semestre 2008; dal 1° aprile, per una famiglia con consumi medi le bollette di energia elettrica e gas aumenteranno rispettivamente del 4,1% e del 4,2% e la spesa annua di 58 euro. La causa, come noto, sta nell’aumento dei prezzi del petrolio (oggi a 105 $ al barile) e del gas. Infatti, le bollette dell’energia elettrica sono composte da diverse voci, la principale delle quale (62% della tariffa media nazionale al lordo delle imposte, 2007) sono i costi di produzione, che dipendono dai costi proprio di gas e petrolio, per ragioni discusse nel seguito dell’articolo. Le implicazioni dell’aumento dei prezzi del combustibile sono importanti anche per i costi dell’energia e dei trasporti sperimentati dalle imprese. Per un paese importatore di energia come l’Italia un aumento del petrolio pari a 10 $ al barile nell’anno seguente si traduce, secondo le stime dell’International Energy Agency, in una riduzione del PIL pari allo 0,5% e in un aumento dell’inflazione pari allo 0,5%.

Le cause
Per una prima analisi e anche per avanzare qualche proposta, appare utile concentrarsi sul processo che alimenta l’aumento dei prezzi dell’energia. Le cause dell’aumento dei prezzi dell’energia possono essere ricondotte a tre elementi fondamentali: le scelte energetiche dell’Italia; il mercato internazionale del petrolio; il mercato internazionale del gas, non indipendente dal primo.

Primo, le scelte relative al portafoglio energetico nazionale 
In Italia, il 50% dell’energia elettrica viene prodotto con centrali a gas e l’11% con centrali che utilizzano derivati del petrolio. Più in generale, i nostri consumi totali di energia, che includono oltre all’energia elettrica gas, benzina e tutte le altre fonti di energia, si basano all’82% su gas e prodotti petroliferi, mentre, ad esempio, Francia e Germania non superano il 48%% e il 59% grazie all’utilizzo del nucleare (42% e 12%) o del carbone (5% e 24%) come fonti primarie. In altre parole, l’Italia, unico fra i grandi paesi europei importatori di energia, somma alla dipendenza dal petrolio per trasporti ed energia la dipendenza dal gas nella produzione elettrica e negli usi civili e industriali, con problemi non piccoli di costo e di dipendenza da due grandi produttori esteri (Gazprom russo, Sonatrac algerino).

Secondo, il mercato internazionale del petrolio 
I prezzi mostrano un trend crescente innanzitutto per la stabile crescita della domanda da parte della Cina e degli altri paesi in corso di industrializzazione; con vincoli ambientali molto più laschi che nei paesi avanzati la domanda di energia di questi paesi si concentra quasi interamente sul petrolio. L’offerta di petrolio almeno nel breve periodo mostra una crescita molto inferiore; molti analisti suggeriscono che gli investimenti pianificati a livello mondiale in impianti di estrazione e infrastrutture di trasporto o e trasformazione non appaiono sufficienti, al di là di interrogativi sulla quantità e la qualità delle riserve note. Se si considera che il petrolio presenta una sostituibilità molto bassa nei trasporti e che il mercato del petrolio è globale grazie al trasporto marittimo, appare chiaro che le dinamiche mondiali di offerta e domanda del petrolio ricadono interamente su un paese come l’Italia.

Terzo, il mercato internazionale del gas naturale 
Come menzionato, l’Italia presenta una dipendenza energetica superiore a quella di altri paesi importatori, dovuta a consumi straordinariamente importanti di gas. Le analisi degli esperti suggeriscono che le prospettive relative alle riserve mondiali di gas sono meno critiche di quelle del petrolio. Tuttavia, la storia del mercato del gas mostra che gli aumenti del prezzo del petrolio si traducono nel breve e nel medio termine in aumenti del prezzo del gas. Primo, i due prodotti presentano un grado non elevato di sostituibilità immediata, ma l’aumento dei prezzi del petrolio stimola gli investimenti in tecnologie basate sul gas per usi industriali ed elettrici con un aumento della domanda del gas. Secondo, la produzione del gas, soprattutto nel Medio Oriente, risente dei medesimi shock di origine geopolitica che restringono la produzione del petrolio.

Le conseguenze
In sintesi, non può essere escluso che i livelli elevati di prezzo che caratterizzano negli ultimi mesi il petrolio possano diminuire nel medio-lungo termine grazie a nuovi investimenti nei paesi produttori e nelle infrastrutture. Tuttavia il processo di industrializzazione delle nuove economie è all’origine di una crescita della domanda di energia che difficilmente permetterà ai prezzi di tornare ai livelli sperimentati negli anni Novanta. Inoltre, appare improbabile che a prezzi elevati del petrolio corrispondano prezzi ridotti del gas, se non per periodi ridotti.

Appunti per una nuova politica energetica
Appare quindi chiaro che occorre guardare alle scelte energetiche del nostro paese per un affronto consapevole del problema. Non è possibile evidentemente offrire ricette di pronto uso, ma occorre evidenziare i nodi che impediscono al nostro paese di contenere i problemi sintetizzati nell’articolo. In primo luogo, l’Italia non può rimandare la decisione di riaprire gli investimenti in centrali nucleari, proprio perché i processi di investimento presentano nel settore dell’energia tempi lunghi e irreversibilità di varia natura. Come già è stato ben argomentato da precedenti articoli comparsi su ilsussidiario.net, i problemi relativi alla sicurezza, alle scorie e alla salute sono contenuti e comunque ben affrontati nella pratica industriale di molti paesi. Insieme al carbone “pulito”, al risparmio energetico, alla presenza di quote di generazione rinnovabile, questa è l’unica scelta sostenibile per un’economia importatrice di energia. si tratta di una decisione. In secondo luogo, occorre ricordare che l’Italia, peraltro non diversamente da altri paesi di recente liberalizzazione, ha un problema sostanziale di sviluppo del mercato all’ingrosso dell’energia: si pensi che per l’80 % dei volumi di energia scambiati nella borsa elettrica nel 2006 il prezzo è stato fissato da un unico operatore. Oltre che da misure adeguate di tutela della concorrenza, la mancanza di concorrenza nel mercato nazionale può ricevere un contributo fondamentali dallo sviluppo della rete elettrica di trasmissione, che ha registrato nell’ultimo anno un aumento preoccupante delle situazioni, già assai frequenti di congestione. Solo in questo modo il potere di mercato locale di cui godono i produttori nelle diverse zone può essere eroso. Infine, sia per gli investimenti nelle nuove centrali, sia per gli investimenti elettrodotti, occorrono politiche per la localizzazione delle infrastrutture condivise e sostenute nel tempo indipendentemente dalle parti politiche. Solo in questo modo è possibile superare le distruttive opposizioni ideologiche a investimenti in determinate tecnologie e le proteste delle comunità locali contro nuovi investimenti in infrastrutture, legittime ma sovente strumentali e non fondate su evidenze relative agli effettivi rischi per la salute e per l’ambiente.

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