FINANZA/ La nuova crisi europea del 2010

- Mauro Bottarelli

La lezione di interventismo della politica Usa e della Fed dovrebbe insegnare qualcosa all’Europa. Purtroppo, non lo farà, con gravi rischi per la ripresa economica

La guerra, ora, è quella contro il debito. E se da un lato il 2010 sarà l’annus horribilis del corporate debt, ovvero aziende che subiranno ristrutturazioni feroci tali da cambiare la loro fisionomia e che già nella City vengono appellate come “zombie firms”, saranno gli Stati a mettere in campo le mosse principali da qui al prossimo mese di aprile, quando in molti temono che i ricaschi sociali della crisi economica toccheranno un po’ dappertutto il punto più critico.

Nel silenzio generale, dovuto anche alla nuova emergenza terrorismo negli Usa che ha silenziato ogni altra decisione, il Senato statunitense ha rialzato di altri 290 miliardi di dollari il tetto di indebitamento del governo, portandolo a 12.394 miliardi di dollari: hanno votato a favore di tale mossa 60 senatori e contro in 39.

Cosa significhi questo è presto detto: l’iniziativa consentirà infatti al governo di emettere altre obbligazioni sul debito e avere due ulteriori mesi di operatività. Siamo, cioè, all’emergenza bella e buona. Segnale che negli Usa, a differenza che in Europa, la politica sta guardando in faccia la realtà e non sta nascondendosi dietro il dito del “ormai si vede la luce in fondo al tunnel”: ricordatevi, infatti, che con ogni probabilità quelle luci sono di un treno in arrivo.

Di più. Sempre nel silenzio la Federal Reserve ha messo in campo una mossa strategica nella lotta a quello che sarà il potenziale nemico del domani, ovvero l’inflazione, creando il “term deposit facility”, un meccanismo con il quale si è in grado di prelevare denaro dal sistema bancario in caso la politica decida per una rafforzamento della politica monetaria.

Attraverso questo, le banche potranno guadagnare interessi sui prestiti basati su maturities lunghe e si vedranno accordato un interesse anche sulle riserve overnight. Insomma, le riserve bancarie, la liquidità degli istituti diviene un nuovo strumento per la Fed al fine di supportare un’implementazione effettiva della politica monetaria. Ovviamente, le somme prestate alla Banca Centrale non possono essere ritirate dagli istituti se non sui tempi voluti dallo schema.

Insomma, se Francoforte dorme il sonno degli incoscienti, Washington lavora e si prepara alla ripresa evitando che l’ormai prossimo rialzo dei tassi d’interesse si trasformi in una trappola iper-inflattiva ingestibile in una tale situazione di debolezza e instabilità dell’economia. Questo, inoltre, pone rimedio al problema delle riserve in eccesso, una sorta di bolla creata negli anni che ha portato a un esubero di credito verso il sistema bancario di 2,2 trilioni di dollari: come trasformare un problema, in una soluzione.

E l’Italia, costretta a muoversi tra le tenaglie dell’Ue e la cronica mancanza di fondi per intervenire, si lancia ancora sul mercato. È infatti italiana l’ultima emissione di titoli pubblici del 2009 nella zona euro. L’asta di oggi dei titoli a medio lungo termine della Repubblica – il maggior emittente di Eurolandia – cade in un momento di nervosismo del mercato internazionale per la grave situazione finanziaria di un Paese ad alto debito come la Grecia, non certamente nostro gemello ma non molto dissimile se prendiamo il puro dato del rapporto di indebitamento, almeno quello percepito.

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Peccato che la percezione, così come i giudizi delle agenzie di rating, spesso siano fallaci. Il nervosismo imperante nell’eurozona – come sottolineava l’altro giorno il Wall Street Journal – non si infatti è riversato sull’Italia anche perché quest’anno il deficit pubblico del Paese è stimato a circa il 5% del Pil contro l’oltre 12% previsto per la Grecia. L’asta italiana riguarderà i Btp e i Cct con gli ammontari indicativi e le caratteristiche dei titoli che saranno pubblicati nell’ultimo giorno lavorativo pieno dell’anno.

 

Ma l’asta non sarà – segnalava il quotidiano statunitense – pienamente indicativa di come i mercati accolgano il debito pubblico italiano a causa del probabile basso volume in emissione. Per i titoli pubblici ma anche per le obbligazioni societarie, intanto, gennaio si preannuncia come un mese di fuoco. L’attenzione del mercato si concentra sulla Germania visto che il governo di Berlino ha programmato quattro aste per un totale di 22 miliardi di euro, oltre un decimo dell’ammontare in emissione per l’intero 2010 escludendo i titoli indicizzati all’inflazione.

 

E la Germania si candida a essere uno dei protagonisti del mercato, considerando che l’ammontare nominale complessivo delle emissioni programmate per il prossimo anno sarà superiore del 35% rispetto all’anno in corso a causa dell’esigenza di copertura del maxi-piano di spesa pubblica a sostegno dell’economia, prima che venga iniziata l’opera di rientro del deficit.

 

Insomma, Berlino tenta la carta della maxi-emissione perché sa che – come diciamo da mesi su ilsussidiario.net – o si dà vita entro marzo alla bad bank o il sistema bancario – con a cascata quello assicurativo – salterà come un tappo di spumante a Capodanno. Meno chiaro è se la Grecia tenterà di testare i mercati con nuove imminenti emissioni in asta.

 

Le previsioni infatti indicano il ricorso a consorzi di collocamento bancari senza, dunque, calendari prefissati: negli ultimi giorni i titoli della Repubblica ellenica sono stati sommersi dalle vendite dopo il doppio declassamento subito da Fitch lo scorso 8 dicembre a BBB-plus e successivamente da Standard & Poors. Mosse che, però, hanno fatto festeggiare la Borsa di Atene con un rialzo di quasi il 5%: miracoli del mercato e degli avvoltoi che già si aggirano sopra i cieli del Pireo.

 

In generale, per quest’anno le emissioni complessive di titoli pubblici di Eurolandia dovrebbero toccare il record di 920 miliardi di euro, 50 miliardi in più dell’anno scorso secondo le stime della banca tedesca WestLb.

 

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Stime che prevedono comunque una buona accoglienza da parte del mercato anche grazie all’opera della Banca Centrale Europea che sta assicurando una sufficiente liquidità al mercato: speriamo, poiché WestLB è tecnicamente fallita e potrà salvarsi solo se parzialmente nazionalizzata – quindi i suoi giudizi potrebbero essere, diciamo così, un po’ orientate ed eterodiretti da uno Stato che, come già detto, si prepara ad emissioni record per il 2010 – e la politica monetaria della Bce non appare sufficientemente strutturata per garantire un flusso sia costante che pienamente votato a una politica che cerchi di salvare tutti o quantomeno evitare sacrifici statali per salvare i figli e non i figliastri.

 

La lezione di interventismo della politica Usa e della Fed dovrebbe insegnarci qualcosa. Purtroppo, non lo farà.

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