FINANZA/ Dopo la Grecia, si apre un nuovo fronte caldo per gli speculatori

- Mauro Bottarelli

Oltre alla Grecia, che offre buone opportunità per gli speculatori, i prezzi delle commodities sono saliti senza che vi sia stato un aumento della loro domanda

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Foto Imagoeconomica

Silenzio. È questa la parola chiave dei vari governi, delle autorità monetarie, della Bce, delle banche centrali riguardo il colossale flop – o, peggio, imbroglio – del salvataggio della Grecia. Gli assets ellenici sono stati letteralmente devastati l’altro giorno dai timori dei mercati rispetto l’efficacia del piano congiunto Ue-Fmi: Borsa a picco, spread sui titoli di Stato a livelli mai toccati da 11 anni a questa parte, cds sul sovereign debt impazziti.

 

Lo diciamo da settimane, sentendoci dare di fatto dei menagramo: ecco, invece, che la realtà diventa gentildonna e mostra al mondo il Re europeo nudo. E il fatto che le autorità greche comincino a puntare il dito contro il Portogallo, già declassato da Fitch, come possibile secondo nervo scoperto dei Pigs dimostra che la sopravvivenza e il suo istinto primordiale hanno fatto scattare la classica guerra tra poveri. Come dire, cari investitori shortate il mio vicino, non me. Ecco lo spirito europeo!

Lo spread tra bond greci e bund tedeschi è a 400 punti base, i titoli bancari di quel paese sono affondati in Borsa del 2,5%: chissà chi sta comprando i cds sul default, allora? Bravi, le banche francesi e tedesche esposte verso la Grecia e i suoi tremebondi istituti di credito: nessuno, però, tra Parigi e Berlino strepita contro la speculazione e l’utilizzo di naked short.

Devono coprirsi, lorsignori e chi di hedging ferisce, alla fine, di hedging perisce. Anche perché al Lombard Street Institute di Londra dicono chiaramente che «la netta differenza tra quanto accadeva un mese fa e oggi sui mercati è che gli investitori non scommettono sul rischio di contagio nell’eurozona, stanno bersagliando unicamente la Grecia perché numeri alla mano il piano di salvataggio si dimostra insufficiente». Che geni i nostri euroburocrati! O, forse, che furbi!

Capito che ormai la situazione era disperata, hanno accettato l’intervento misto con il Fmi per scaricare un po’ di peso del salvataggio su Usa, Russia e Cina e, al tempo stesso, hanno cominciato un gioco al massacro contro Atene per rifarsi quantomeno delle esposizioni: non stupisce, affatto. È il mercato, bellezza! Peccato che loro lo disprezzino e parlino di solidarietà europea.

Nessun hedge fund sta shortando la Grecia, siamo all’assalto degli istituzionali: ovvero, banche coperte – e spesso semi-nazionalizzate – dai governi che decidono quale medicina dare al malato. Come già detto negli scorsi giorni, sono tempi delicati quelli che stiamo vivendo e che ci accompagneranno all’estate. Le rinnovate minacce iraniane a Obama, guarda caso quando la battaglia energetica è ridivampata, ci parla di un quadro di instabilità geopolitica preoccupante ma molto interessante per i mercati: perché la Turchia ha attaccato in maniera così netta Israele per la nuova politica di insediamenti? Perché la Russia tace ma muove le sue pedine energetiche sottobanco?

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L’indice Ftse 100 di Londra sta festeggiando come ai bei, vecchi tempi del boom grazie ai titoli minerari, beneficiari dell’accordo tra i giganti del minerale ferroso per la prezzatura trimestrale e non più annuale degli stocks. Ma anche i petroliferi festeggiano, con il greggio che sale nonostante la ripresa in atto (trainata dalla crescita sproporzionata e insostenibile della Cina) non giustifichi un aumento dei prezzi: BP ha guadagnato il 2,4%, così come Tullow Oil.

 

Tra i minerari ENRC schizza alle stelle dopo che i produttori di acciaio europei hanno deciso un bell’aumento del 35% del prezzi del ferrocromo, così come i players dell’accordo sull’iron ore, ovvero BHP Billiton e Rio Tinto, tra l’1,5% e il 2%. I regolatori australiani hanno detto che vogliono vederci chiaro sui termini dell’accordo, un chiaro esempio di cartello oligopolistico ma difficilmente riusciranno – o vorranno riuscire – a provare qualcosa.

 

È un mondo meraviglioso per chi tratta commodities e per i paesi che posso far conto su riserve di materie prime: la Russia gongola, la Turchia – snodo geopolitico delle vie di gas e petrolio – per la prima volta attacca l’alleato israeliano in maniera netta e manda un segnale all’intera area. A breve, come già scritto, potrebbe essere il turno della Polonia e del suo giacimento di gas non convenzionale da 1,38 trilioni di metri cubi su cui hanno messo gli occhi statunitensi e canadesi. L’orso del Cremlino attende e si fa scudo dell’allarme terrorismo per posizionarsi in ruolo di interposizione, pronto a chiudere i rubinetti e strangolarci con la bolletta: l’inverno è finito, ma non di solo riscaldamento vive chi esporta gas e petrolio.

 

Chi perde, invece, sono le azioni della Massey Energy, il più grande produttore di carbone degli Appalachi, crollata dell’11% dopo l’esplosione in una miniera in West Virginia che ha reclamato 25 vite di operai. Pochi giorni prima, il miracoloso salvataggio dei minatori cinesi dopo giorni di paura. E di gioia volatile sui mercati per chi investe: pensateci, un accordo scompagina a livello storico il mercato delle commodities, soprattutto minerarie ed entro cinque giorni due gravissimi incidenti portano contemporaneamente morte sottoterra e profitto over-the-counter.

 

Il mondo, là fuori,ormai è questo. Si arranca per sopravvivere, altro che ripresa e luce in fondo al tunnel. Il rame ha sfondato quota 8mila dollari la tonnellata, un aumento annuale del 90%; il nickel 25,300 dollari la tonnellata, il 136,5% di aumento in un anno; il metallo ferroso 160,5 dollari la tonnellata, 170% di aumento, e l’alluminio 2,375 dollari la tonnellata, un aumento del 60%. L’indice LME, dove vengono trattati i costi di alluminio, zinco, nickel e rame ha toccato in questi giorni i massimi da venti mesi a questa parte: evviva, siamo in pieno boom, altro che fragile ripresa!

 

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Questa è la realtà, le materie prime non crescono sproporzionatamente di prezzo per domanda, ovvero per ripresa globale, ma per cartelli di produttori, rendite di posizione, speculazione sui futures e ricatti politici: tutti, nessuno escluso. Nel silenzio generale, infatti, il potentissimo e temutissimo Kazakhistan sta letteralmente minacciando il consorzio misto tra BP Group ed Eni, impegnato in un progetto per lo sviluppo del più grande sito petrolifero del paese, utilizzando come scusa la violazione delle normative sull’immigrazione da parte dei lavoratori stranieri, di cui minacciano l’espulsione.

 

Ciò significa lavori fermi, quindi danno economico, fluttuazioni sui mercati, possibili giochi sui futures: un gigante di proporzioni miliardarie che rischia di essere abbattuto dalla pietra di un Golia sotto spoglie di procuratore generale kazako per una questione di visti riguardante 270 lavoratori: ci credete? Guarda caso il progetto BP-Eni a Karachaganak è l’unico nel paese in cui non sia coinvolto lo Stato a livello di partecipazione: sicuramente è solo una coincidenza. Il mondo, come avete potuto notare, ne è pieno in questo periodo. Conviene tenere gli occhi aperti e seguire una semplice norma: leggere tra le righe per guardare negli occhi la realtà.

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