FIAT/ I sindacati sono sicuri d’aver capito quel che Marchionne vuol fare a Pomigliano?

- Franco Saro

Sergio Marchionne esce ancora vincitore dalla battaglia per la gestione degli stabilimenti Fiat. FRANCO SARO ci spiega come ha gestito la “grana” di Pomigliano D’Arco

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Marchionne ha vinto, ma questa non è una notizia perché in qualunque modo si concludesse la vicenda di Pomigliano D’Arco Fiat avrebbe vinto comunque. Se i sindacati avessero accettato l’accordo, Fiat avrebbe ottenuto quello che voleva, se l’avessero respinto Fiat lo avrebbe comunque ottenuto da qualche altra parte del mondo e avrebbe abbandonato lo stabilimento napoletano senza che nessuno potesse neanche mettere in dubbio che la casa automobilistica italiana non avesse fatto tutto quello che poteva fare per salvarlo.

La notizia sbandierata dai giornali sul presunto colpo mortale inferto agli assenteisti, invece, semplicemente non esiste. Basta leggere il testo dell’accordo per capirlo: “Per contrastare forme anomale di assenteismo” vi si legge “che si verificano in occasione di particolari eventi non riconducibili a forme epidemiologiche, quali in via esemplificativa ma non esaustiva, astensioni collettive dal lavoro, manifestazioni esterne, messa in libertà per cause di forza maggiore o per mancanza di forniture, le Parti, nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, individuano quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento”.

In sintesi si sanziona solo la furbizia tutta latina dello scioperare senza rinunciare allo stipendio, del partecipare alle manifestazioni facendosi pagare ugualmente o del restare a casa quando per cause esterne si interrompe la produzione senza “sprecare” giorni di ferie o di permesso. Non una parola sulle malattie, vere o presunte, che dovessero insorgere in altre circostanze, sui certificati medici, corretti o inventati, sulle visite di controllo.

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Di questi argomenti si è parlato, a vanvera e con i soliti luoghi comuni, solo sui media dove si è aperto un dibattito sui diritti e sui doveri campato per aria e utile solo da un lato a preoccupare chi giustamente si preoccupa della vertiginosa riduzione delle protezioni per i lavoratori e dall’altra a stuzzicare la fantasia di imprenditori che stanno già pensando di seguire la strada, per niente iniziata, di Fiat.

 

I media hanno, invece, approfondito poco il nocciolo vero della questione: come fa Fiat, spendendo la cifra relativamente bassa di 700 milioni di euro in 36 mesi, a portare la produzione di auto a Pomigliano da 70 mila a 280 mila vetture l’anno? Dal punto di vista tecnico non è facile e non è detto che ci si riesca. I sacrifici in termini di flessibilità chiesti ai lavoratori, i tre turni alla catena di montaggio, il recupero delle pause e delle interruzioni di produzione sono importanti, ma da soli non bastano se non si aumentano in maniera significativa e i ritmi e i carichi di lavoro degli operai.

 

Questi ultimi, che guadagnano il triplo di un collega polacco e una ventina di volte quello che percepisce un dipendente Fiat brasiliano, hanno iniziato, o meglio inizieranno dopo un referendum dall’esito del tutto scontato, una lunga rincorsa alla ricerca di una competitività di classe impossibile. E saranno loro, come tanti altri che, in aziende più piccole o meno blasonate, stanno già correndo o inizieranno a correre nei prossimi mesi, a pagare le deficienze della scuola italiana, il poco spazio dato ai giovani talenti, la micragna degli investimenti in ricerca, la strenua resistenza al ricambio generazionale, in sintesi la nostra scarsa capacità di innovazione, la sola arma utile per competere nei mercati globali che ha il grave difetto di essere più complicata da usare della riduzione dei diritti delle persone.



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