FINANZA/ E ora sono gli Usa a temere il crac, altro che Portogallo

- Mauro Bottarelli

Nonostante i problemi di Portogallo e Irlanda, l’euro continua a guadagnare sul dollaro, segno che forse qualcosa negli Usa non va. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Foto Ansa

A cinque minuti dall’inizio delle contrattazioni a Wall Street, ieri l’oro toccava il record di 1460,50 dollari l’oncia e l’argento flirtava con il punto di resistenza dei 40 dollari l’oncia, precisamente a 39,61. Brutti segnali, proprio brutti: anche perché solo un mercato artificiale vede le Borse salire dell’1% e contemporaneamente l’argento dell’1,09% e l’oro dello 0,55%: in America lo sanno e i segnali per una resa dei conti ci sono tutti.

Il 24 marzo scorso Warren Buffett, come vi ho riportato, dava non per impensabile la fine dell’euro: bene, il giorno seguente, dichiarò che «se mi chiedete se il dollaro manterrà il suo attuale potere d’acquisto da qui a 5, 10 o 20 anni, vi dico chiaramente di no». L’era del soft power è finita. Si sa che Buffett è il terzo uomo più ricco del mondo, un guru di Wall Street, ma soprattutto azionista di Moody’s, la stessa società di rating che in due giorni ha declassato prima il debito sovrano portoghese e poi sette banche lusitane nella speranza di affogare il Paese, destabilizzare l’Europa intera e permettere a Tim Geithner di piazzare i suoi 1,5 trilioni di T-bills.

Nonostante questa campagna di primavera, l’euro saliva e continuava a salire: pazzesco, quota 1,42 sembra ormai un mantra, un qualcosa di inspiegabile se non attraverso una teoria che potrebbe essere ritenuta folle. Ovvero, gli Usa sono di fatto in default. Non a caso, lo stesso Buffett ha progressivamente abbandonato gli investimenti a lungo termine in dollari preferendo assets più facilmente liquidabili. Oltre a questo, ha diversificato i suoi investimenti prevedendo che, malgrado la Fed lo neghi, il governo degli Stati Uniti dovrà inflazionare il dollaro per ridurre i propri debiti e aumentare le esportazioni: detto fatto, Buffett si è messo anche a investire in aziende che potranno avvantaggiarsi da questi politica forzata.

Ma cosa bolle nel pentolone degli Usa? Stando a quanto dichiarato da Bill Gross, fondatore di Pimco, il principale fondo obbligazionario del mondo, pare che il debito pubblico statunitense abbia un’extra debito “reale ma non riportato” pari a qualcosa come 75 trilioni di dollari (diverse volte il Pil americano). Alla fine, a parere di Gross, il default giungerà per un sommarsi di diverse concause: inflazione, deprezzamento delle valute, tassi d’interesse reali bassi e negativi. Insomma, i tanto amati 1,5 trilioni di T-bills di Tim Geithner diverranno sempre meno appetiti e appetibili fino ad arrivare a una situazione da zampe all’aria: o si taglia drasticamente la spesa, compresi i programmi sanitari, oppure i capolavori della Fed da Alan Greenspan in poi stanno per presentare il conto, esattamente come quel capolavoro di subprime “democratici” che sono i municipal bonds, con decine di città americane sull’orlo del fallimento o salvate in extremis dalle banche europee a prezzi non certo di saldo.

Non è un caso, quindi, che Simon Derrick, capo del monetario alla Bank of New York Mellon, abbia scritto nero su bianco nel suo ultimo report che «il 2011 sta cominciando ad assomigliare sempre di più al 2008 prima del collasso di Lehman Brothers, tranne che per i numeri coinvolti che questa volta sono decisamente maggiori. Guardate al future sul crude del Nymex per il prossimo mese, è trattato allo stesso livello dell’aprile 2008, le riserve FX stanno crescendo allo stesso passo a livello globale e l’euro comincia a essere in discussione in attesa di ciò che deciderà di fare la Bce. Persino il cross dollaro/yen sta rimandando sinistri echi del prezzo raggiunto quando Bear Stearns andò a zampe all’aria. Ripeto, l’unica differenza tra oggi e il 2008 e che in questi giorni i numeri coinvolti sono maggiori, visto che la battaglia si sta svolgendo nell’eurozona e sta coinvolgendo sia il livello sovrano che istituzionale.

Pensate che i prestiti concessi a Northern Rock e Bear Stearns nell’area ammontarono a 72,5 miliardi di euro, ora solo il salvataggio della Grecia è costato di più. E l’Irlanda? E il Portogallo ormai alle corde? Siamo a un rapporto di 2,7 volte tra i due bail-out governativi e il salvataggio delle due banche. E basta guardare alle dinamiche dei prezzi nel mercato del debito sovrano per capire che Irlanda e Grecia non hanno ritrovato affatto la fiducia degli investitori. Il fatto che il rendimento del debito portoghese abbia ormai raggiunto quello pagato dall’Irlanda prima del salvataggio, ci dice chiaramente che il collasso delle fiducia verso i periferici sta prendendo forza, invece di stabilizzarsi». E, cari amici, la perdita di fiducia del mercato verso due nazioni sovrane è più importante e grave di quella verso due banche second-tier!

Insomma, l’Europa e l’euro stanno ancora in piedi soltanto perché gli Usa sono messi molto peggio: è un patto di mutua assistenza tra due malati terminali che però non pare destinato a poter durare in eterno. Vedremo se oggi la Bce deciderà davvero di alzare i tassi di interesse, come ha fatto per l’ennesima volta la Cina spaventata dall’inflazione galoppante e come reagiranno i mercati: una cosa però è certa, fin d’ora. L’ondata di crisi incubata dal disastro giapponese sta per spandersi a livello globale: molte fabbriche chiave, specie per le industrie automobilistiche ed elettroniche, sono ancora chiuse e la Toyota ha avvisato i sindacati Usa che tra una settimana potrebbero restare senza lavoro 25mila operai americani per mancanza di componenti da montare sulle macchine prodotte negli States.

Vuoi vedere che, tra crisi strutturale degli Usa e nuova tensione importata dal Giappone, anche i sogni di gloria di Sergio Marchionne e soci potrebbero andare a scontrarsi contro la volontà di sopravvivenza degli Usa e gli accidenti del mercato? Attenzione, poi, al Messico: il prossimo focolaio di crisi e tensione sociale è proprio lì, nel cortile di casa degli Usa.

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