SPY FINANZA/ Da Washington un “siluro” puntato contro l’Italia

- Mauro Bottarelli

Al Fondo monetario internazionale hanno ipotizzato un prelievo forzoso sui conti correnti bancari. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché non si tratta di un’ipotesi peregrina

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I nodi, alla fine, vengono quasi sempre al pettine. Con l’arrivo di Carlo Cottarelli nel ruolo di commissario per la spending review del governo Letta, il Fmi ha messo ufficialmente piede a palazzo. Anzi, gli hanno fornito anche un bell’ufficio spazioso e un ruolo di primo piano. Ma cosa faceva Cottarelli a Washington? Era direttore del dipartimento per gli Affari Fiscali. Così ne parla Christine Lagarde, numero uno dell’Fmi: «I colleghi di Carlo e molti amici del Fondo saranno molto tristi di vederlo lasciare, ma la sua nomina a un posto di rilievo nel governo italiano è testimonianza delle superbe qualità che hanno contraddistinto il suo lavoro a capo del dipartimento Affari fiscali per quasi 5 anni. Carlo è stato responsabile dello sviluppo del “Fiscal monitor”, il prestigioso report fiscale del Fondo. Sotto la sua guida, il dipartimento ha anche svolto un ruolo centrale nella fondamentale assistenza tecnica del Fondo ai Paesi membri». Quindi, una personalità e una professionalità di primissimo piano.

C’è un problemino, però. E per capire quale sia, basta leggersi il box di pagina 49 proprio dell’ultimo Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale, quello di ottobre, fresco fresco, in cui gli economisti dell’istituto guidato da Christine Lagarde danno la ricetta ideale per risolvere il problema del debito pubblico. Volete saperla? Il modo più efficace per riportare il livello del debito pubblico ai livelli pre-crisi, ovvero a fine 2007, in 15 paesi dell’eurozona è quello di un prelievo una tantum del 10% sulla ricchezza privata. Eh già: la prestigiosa pubblicazione di cui Cottarelli è stato responsabile (anche di quest’ultimo numero, visto che le dimissioni avranno valore a partire dal 22 ottobre prossimo) ha scritto chiaro e tondo, ponendola tra le ipotesi da prendere in esame, che per abbattere lo stock di debito basta fregare i soldi dai conti correnti degli italiani. Certo, l’hanno messa a pagina 49, in un boxino con i crismi della proposta provocatoria: ma l’hanno messa. Immagino, con il benestare di Cottarelli.

A detta di chi ha avanzato la proposta nell’ultimo Fiscal Monitor, le condizioni per il successo di questa misura una tantum «sono forti, ma vanno pesate contro i rischi di misure alternative, che comprendono il ripudio del debito pubblico o una sua riduzione attraverso misure inflazionistiche». Queste ultime due misure, però, notano gli economisti del Fondo, «sono una forma particolare di tassa sulla ricchezza che pesa sui detentori di bond e anche sui non residenti». Tradotto: pesa sulle banche, anche quelle estere che magari in portafoglio hanno titoli di Stato italiani. Quindi, freghiamo i correntisti e non direttamente le banche.

Non vi ricorda qualcosa tutto questo? Già, la notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, quando il governo guidato da Giuliano Amato prelevò dai conti correnti il 6 per mille sulle cifre depositate. Avete capito bene: ieri era il 6 per mille e moltissimi di voi stanno ancora imprecando, oggi si parla di un’ipotesi – peregrina quanto volete – del 10%. E al Fmi non hanno proprio vergogna, anzi sottolineano come la linea Amato – quella del blitz notturno – sia la migliore: «Una tassa sulla ricchezza, se attuata prima che ci sia la possibilità di sfuggirvi e se c’è la convinzione che non verrà mai più ripetuta, non distorce il comportamento dei risparmiatori e può anche essere considerata giusta da alcuni di loro». Me la immagino la massa di correntisti festanti che escono dalla propria filiale facendo il trenino perché il governo si è fregato un decimo dei loro soldi… Tanto la scusa sarà sempre la stessa, “ce lo chiede l’Europa”.

Già così, di per sé, da ridere non c’è proprio niente. Ma la cosa è ancora più seria. Per due motivi. Primo, se non avessero la certezza che quella misura, di fatto, è già stata messa nel novero delle alternative, dubito che al Fmi sarebbero stati così pazzi da pubblicarla sul Fiscal Monitor. Anche solo per il fatto che, se per caso la troika dovesse bussare alle porte dell’Italia (ipotesi tutt’altro che peregrina), scatterebbe immediatamente la fuga di capitali e la corsa agli sportelli, peggiorando notevolmente la situazione che la stessa troika dovrebbe aggiustare. Non ritengo i funzionari del Fmi così stupidi o irresponsabili.

E non pensate che la cosa non sia fattibile. Lunedì scorso la Svizzera ha varato un prelievo forzoso dell’1% sui conti superiori a 250mila franchi dal 1 gennaio prossimo per finanziarie gli ammortizzatori sociali, mentre qualche settimana fa vi ricorderete come vi abbia raccontato del metodo un po’ “sbrigativo” con cui il governo polacco ha deciso di abbassare la sua ratio debito/Pil, ovvero di fatto espropriare i portafogli obbligazionari dei fondi pensioni privati. Cosa sia successo a Cipro, poi, lo sapete tutti, così come i drastici tagli salariali imposti dalla troika ai cittadini greci. Non c’è niente da fare, d’ora in poi a pagare le crisi non saranno più le banche o i creditori esteri ma i correntisti, la logica del bail-in è legge, non un qualcosa di straordinario e irripetibile come ci dicevano durante i giorni in cui le banche di Nicosia erano chiuse e i bancomat erogavano al massimo 100 euro per prelievo giornaliero. Il valore di un prelievo forzoso una tantum del 10% in Italia ammonterebbe a circa 245 miliardi, che nella testa del Fmi dovrebbe andare ad abbassare di colpo lo stock di 2000 e passa miliardi del nostro debito pubblico. Insomma, un’ipotesi magari lontana ma certamente non destituita di fondamento. Anzi.

Ed eccoci al secondo punto. Per far passare un provvedimento del genere senza ritrovarsi la neo-riformata colonna Walter Alasia delle Br per le strade il giorno dopo, serve uno shock. Ovvero, occorre arrivare a un punto di non ritorno tale per il quale la gente dice “meglio perdere il 10% che rischiare di perdere tutto per la bancarotta del Paese”. O, magari, basta far credere alla gente che siamo a quel punto: non è nato così il governo Monti, forse? Prima di andarsene, lo spread non era ai livelli emergenziali di quando è entrato a Palazzo Chigi? Siamo forse falliti? Abbiamo ristrutturato o ripudiato il debito? Non mi pare. E come si crea uno shock?

Una ricetta l’abbiamo vista, si opera sullo spread. Ma in questo momento l’inflow di capitali sull’Italia è altissimo, sia sui bond che sulle azioni che sull’immobiliare. Il Ftse Mib ha rotto quota 19mila punti, non succedeva dal luglio 2011, lo spread è basso e non solo banche ma anche semplici risparmiatori stanno comprando titoli di Stato del nostro Paese con il badile. Stando a dati della Bce, a fine agosto le nostre banche avevano in pancia qualcosa come 423 miliardi di euro di titoli di Stato, la gran parte nostrani, 82 miliardi in più dell’anno scorso e 162 in più dell’agosto 2011.

Stando a uno studio di Bnl, tra il secondo trimestre del 2012 e il primo del 2013, inoltre, i consumi degli italiani si sono contratti di 2,7 miliardi di euro ma i risparmi sono cresciuti di 4,4 miliardi. E dove sono finiti quei soldi, nei conti correnti? Per Nomura non ci sono dubbi, in gran parte sono serviti a comprare Btp oppure obbligazioni bancarie. Direte voi, bene. Dico io, male. Perché quegli acquisti sono figli della paura e dell’incertezza, si tagliano i consumi e si mette da parte. Quindi, lo shock può arrivare in due modi: o un grandissimo detentore del nostro debito scarica le posizioni come fece Deutsche Bank nella primavera 2011 oppure si picchia sulle banche, visto che sono piene di titoli di Stato e continuano a emettere obbligazioni.

E come stanno, davvero, le nostre banche, al netto dell’ottimismo di Saccomanni di ritorno dall’Ecofin? Ce lo dice l’ultimo rapporto mensile dell’Abi: continua la crescita delle sofferenze bancarie. Complice la crisi, le sofferenze bancarie lorde ad agosto hanno raggiunto i 141,8 miliardi, 2 miliardi in più rispetto ai 139,8 miliardi di luglio e in crescita di ben 26 miliardi rispetto a un anno fa (+22,4%). In rapporto agli impieghi, le sofferenze sono risultate pari a al 7,3% contro il 5,9% di un anno fa. Un valore che raggiunge il 13,1% per i piccoli operatori economici (10,9% a luglio 2012), l’11,7% per le imprese (8,8% un anno prima) e il 6,1% per le famiglie consumatrici (5,3% ad agosto 2012). Siamo ancora lontani dal record storico del 9,9% di dicembre 1996, ma la distanza rispetto al 2,3% del 2008 pre-crisi è sempre più forte. «La congiuntura macroeconomica negativa e la difficile situazione delle imprese continuano a riverberarsi sulla qualità del credito bancario», ha spiegato l’Abi, sottolineando come le difficoltà del mondo imprenditoriale si riflettano in un’ulteriore contrazione della domanda di credito da parte delle imprese, considerato che secondo gli ultimi dati elaborati da Crif, nei primi otto mesi del 2013 il numero delle domande di finanziamenti è diminuito dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Insomma, si smette anche di chiedere prestiti, tanto si sa che non vengono erogati se non attraverso garanzie o prezzi folli. Capite ora perché nella manovra il governo non solo ha infilato l’ammorbidimento della deducibilità delle perdite sui crediti ma anche l’accelerazione del processo di rivalutazione delle quote di partecipazione delle grandi banche nel capitale di Bankitalia? Perché si balla. Siamo alla quasi “bad bank”, ovvero lo Stato si fa garante dei crediti deteriorati? Alle banche piacerebbe, a Bankitalia no e, soprattutto, il giorno dopo la troika suonerebbe alla porta. Attenzione ai prossimi giorni, un siluro verso l’Italia starebbe per partire da Washington, stando ai bene informati. E il rischio che l’Eba sia tentata di inserire criteri di ammortamento ulteriore per le banche troppo dipendenti dalle aste Ltro – come quelle italiane e spagnole – è sempre lì, dietro l’angolo. All’Ecofin ne hanno parlato? Ufficialmente no. A porte chiuse, in un ufficio con sole cinque persone all’interno, sì. 

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