FINANZA/ La guerra delle tasse può far “saltare” l’Italia

- Ugo Bertone

Taxpayers e taxtakers sono due categorie di cittadini che si contrastano negli Stati Uniti, ma non solo. UGO BERTONE spiega come questa contrapposizione sia presente anche in Italia

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La minaccia del taglio del rating sul debito si è rivelata efficace. E così, proprio sul filo di lana, il Senato Usa ha evitato l’harakiri finanziario della più importante potenza economica del pianeta, dalle conseguenze horror. Ma l’happy ending, peraltro provvisorio, non sposta i termini del problema. Negli Stati Uniti si va radicalizzando uno scontro tra destra e sinistra che potremmo definire la battaglia tra taxtakers e taxpayers. Da una parte la fascia di popolazione che, a torto o a ragione, ritiene di versare allo Stato più di quanto non riceva. Dall’altra chi si batte per difendere o accrescere la ricchezza che l’autorità pubblica redistribuisce tra i cittadini. È una sorta di faglia che divide in maniera sempre più netta gli elettori americani. Sia a livello federale che nei singoli Stati della Confederazione. Anzi, la struttura federale delle imposte d’Oltreoceano: oltre all’aliquota federale dell’Irs, pari al 38%, ogni Stato può aggiungere una sua quota aggiuntiva.

In California, in tempi recenti, l’elettorato ha approvato il rialzo delle tasse, cosa che non stupisce visto il peso crescente degli elettori di origine ispanica, in linea di massima taxtakers, assieme alla leadership assicurata da molti protagonisti liberal della new economy. Alla Eric Schmidt di Google, per fare un esempio, che di certo non ha problemi di fisco anche perché, passando per l’Olanda e Bermuda, i colossi del web sanno dribblare le tasse con maestria. Ma la vittoria democratica nello Stato che a suo tempo benedisse la carriera politica di Ronald Reagan e di Arnold Schwarzenegger ha un’altra spiegazione: gli elettori repubblicani si stanno spostando in massa nel Texas, Stato in grande effervescenza economica grazie allo shale gas, ma anche terra promessa dei colletti bianchi, allettati dall’aliquota zero praticata a Dallas e Houston.

Al di là delle esasperazioni rese possibili dai meccanismi elettorali Usa, che favoriscono l’ascesa dei falchi, più organizzati e più finanziati delle colombe repubblicane, il tema di fondo è la contrapposizione fiscale. Perché oggi più di ieri? Semplice. Perché, complice la dinamica demografica, gli Usa si stanno rassegnando a una crescita ben più modesta che nel passato. È la tesi di Michael Feroli, che ipotizza un abbassamento strutturale della crescita potenziale americana all’1.75. Meno crescita demografica, dice Feroli, ma anche minore crescita della produttività (scarsi investimenti, ridotta innovazione tecnologica) agiranno come un freno a mano per molti anni a venire. Assieme a contraddizioni che impongono scelte complesse. Nel campo dell’immigrazione, innanzitutto. Meno immigrazione, dice Feroli, porta meno crescita. Più crescita, però, porta più immigrazione.

Su tutto, naturalmente, incombe l’ammontare del debito che gli Usa hanno contratto dalla fine del millennio in poi per sostenere una spesa comunque più elevata delle entrate. Fino alla crisi dei subprime è stato l’indebitamento delle famiglie a sostenere la tenuta del sistema. Dopo il crac il fardello è tornato sulle spalle del debito pubblico. E adesso? Purtroppo, a differenza che agli albori della rivoluzione dei consumi, non possiamo fare affidamento più di tanto sul progresso tecnologico. Certo, le novità non mancano. Basti dire che le Poste di Sua Maestà britannica, la Royal Mail, ha spuntato prezzi eccezionali dopo il collocamento alla City perché percepita come partner operativo di Amazon. Il suo business plan, infatti, si basa sull’espansione del commercio elettronico che ha rilanciato il ruolo degli spedizionieri della Regina che trasportano le merci dai magazzini di Amazon alle case. Ma il sistema non crea tanti posti di lavoro quanti ne distrugge. Non solo: il magazziniere di Amazon guadagna di meno della commessa di una boutique. Senza dimenticare l’impatto sull’indotto, dai ristoranti ai negozi.

Insomma, almeno per ora la realtà virtuale non porta più ricchezza, semmai ne distrugge. La sharing economy (affitta la tua stanza in più, dividi il posto in macchina e così via) promette di essere fatale alla sorte di pensioni, tassisti e così via. Che fare? Negli Usa si sta tornando al vecchio mattone. L’America è pronta per un’accelerazione graduale ma potente del settore. Le case pignorate, che pesavano sul mercato, sono state rivendute o demolite. Milioni di famiglie che si sono formate in questi quattro anni hanno dovuto andare in affitto e il costo della locazione, sempre più alto, le indurrà dove possibile a comprarsi la casa. L’ultima cosa che manca, adesso, è la disponibilità di mutui: Janet Yellen provvederà. Sarà in grado l’America di sostenere nel tempo la massa di liquidità che ha inondato i mercati? I tassi a quasi zero non si tradurranno in un boomerang? È una scommessa, più che una certezza. Contro cui il tea party sta facendo una scommessa di segno opposto.

Quel che accade in America non è poi così diverso dai trend politici del Vecchio Continente. Se guardiamo al difficile cammino dell’Unione europea, la Germania, severa guardiana dell’ortodossia monetaria, può essere considerata il campione dei taxpayers, convinti come sono gli elettori tedeschi che il resto d’Europa voglia appropriarsi delle ricchezze d’oltre Reno. Italia e Spagna, compresse nella trappola della deflazione (il costo della vita, pessima notizia, è calato allo 0,5% a Madrid, allo 0,9% in Italia), sono i principali taxtakers. La zona grigia, quella in cui si possono comporre i diversi interessi, è sempre più ristretta. A causa della mole dei debiti che minaccia ogni politica comune. Né si vede una soluzione al problema che non comporti sacrifici per ora intollerabili sia per i prenditori che per i creditori.

In chiave nazionale i problemi non cambiano, anche se in Italia, dove le vie delle rendite e del lavoro (complice l’evasione fiscale e il lavoro nero) sono più intrecciate che altrove, il quadro sembra meno nitido. Ma, alla fine, non è difficile individuare un trend comune: sotto l’incalzare della crisi e di una dinamica demografica (popolazione che invecchia e ha maggiori esigenze di welfare) e tecnologica (redditività in calo, più concorrenza sul lavoro da altre aree del pianeta) le distanze tra taxtakers e taxpayers si allargano. E cresce la forza dei populisti dei due fronti così come la tentazione di far saltare il tavolo (vedi il tea party sul budget federale) invece che cercare un terreno comune di collaborazione.

Come venirne a capo? L’unica speranza sta in una politica strabica, capace cioè di imporre regole severe e intoccabili di rientro dai debiti nel lungo termine, precedute però da un’espansione ragionata nel breve. Vale per l’Ue, che ha ben poco futuro se non si fornirà il reddito necessario a far ripartire l’area mediterranea (il che comporta la creazione di un mercato davvero unico), ma dove è impensabile una politica del genere se con i nostri comportamenti continueremo a giustificare la sfiducia altrui.

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