FINANZA/ I tre sms dei mercati a Bersani e Napolitano

- Giuseppe Pennisi

Non bisogna meravigliarsi, spiega GIUSEPPE PENNISI, del downgrade operato da Fitch sull’Italia. È un chiaro messaggio sulla situazione politica del nostro Paese

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La notizia, a mercati chiusi, del “declassamento” dei nostri titoli pubblici da parte dell’agenzia di rating Fitch è stata accolta, da un lato, con stupore e, dall’altro, con una nuova ondata di tirate contro il mondo della finanza (in particolare delle agenzie di rating) i cui giudizi influenzerebbero la politica (nel caso specifico i tempi per la formazione di un governo in Italia e, soprattutto, la composizione di un governo “non di minoranza” ma in grado di pilotare il Paese, per un certo numero di anni, verso lo sviluppo).

Non sono stato sorpreso del giudizio di Fitch, che conferma quelli già espressi da Moody’s e da Standard & Poor’s, nonché (ma chi se ne accorto?) della cinese Dagong, molto influente proprio presso quei fondi sovrani asiatici dove negli ultimi anni i governi italiani sono spesso andati con il cappello in mano a battere cassa. Non mi ha sorpreso perché diciotto anni a Washington in Banca mondiale mi hanno dato una certa dimestichezza con agenzie dove hanno lavorato per decenni miei colleghi di studi.

Le agenzie sono private, ma svolgono una funzione di interesse pubblico. Commettono, come tutti, errori, ma sinora restano sul mercato, hanno clienti, sono ascoltate e i vari progetti per sostituirle con altri organismi non hanno fatto molta strada. Neanche quello di dare un ruolo analogo alla Casse di compensazione centrali dei titoli (Ccc) che operano sia all’interno di paesi (e di aree monetarie), sia a livello internazionale. Sono stati proprio i Governi (che hanno un ruolo non secondario) a frenare il progetto, come ha spiegato bene uno studio recente di Chris Kenyon e di Andrew David Green, ambedue del Lloyds Banking Group. I Governi temevano che giudizi delle Ccc sarebbero stati molto più influenzati da pressioni politiche di quelli delle agenzie, turbando ancora di più i mercati.

Una posizione analoga è stata presa da Roberto De Santis del servizio studi della Banca centrale europea nello ECB Working Paper No. 1419 che i commentatori sulla stampa economica e finanziaria farebbero bene a leggere: il lavoro analizza eloquentemente come sta funzionando il contagio tra i paesi dell’eurozona con alto debito sovrano. Spagna e Portogallo sono preoccupate di essere “contagiate” dall’instabilità dell’Italia. Nella “contingenza” italiana, gli elementi di fondo sono tre: le incertezze relative al consolidamento del bilancio (ossia in che misura le manovre del 2012 hanno “messo in sicurezza” i conti pubblici); il “rischio sovrano”; la crescita economica (che non c’è). Sono ovviamente strettamente interconnessi tra di loro.

Sull’ultimo numero dell’Economic Journal, Xuixin Bin ed Eric Leeper – ambedue dell’Università dell’Indiana, quindi distinti e distanti dalle nostre beghe di bottega – sottolineano l’incertezza e la fragilità del consolidamento dei conti pubblici sinora effettuato. Nello stesso fascicolo, Tomaso Monacelli e Roberto Perotti (ambedue bocconiani e, quindi, attenti osservatori delle vicende del debito sovrano europeo – nostro e altrui) giungono a conclusioni analoghe. Sempre nell’ultimo numero dell’Economic Journal, Giancarlo Corsetti (Università di Cambridge), Keith Kuester (Federal Reserve Bank of Philadelphia), André Meier (Fondo monetario internazionale) e Gernot Mueller (Università di Bonn) concludono che, nelle condizioni attuali, le stime di operatori privati di “un ulteriore indebolimento dell’economia reale” tendono ad “autoavverarsi”; ci vorrebbero una riduzione della pressione tributaria e, “in casi estremi”, misure specifiche per stimolare l’economia. Obiettivi che non si leggono nei programmi di chi in Italia sta tentando di formare un Governo.

Quindi, perché meravigliarsi se Fitch prevede nel 2013 una contrazione ulteriore dell’economia quasi di due punti percentuali e un peggioramento della finanza pubblica (un rapporto deficit/Pil attorno a 130% e un indebitamento netto della Pubblica amministrazione pari quasi al 3% del Pil)? Lo hanno già scritto e motivato numerose voci autorevoli in saggi che certamente chi sta redigendo programmi di politica economica non ha né letto, né sfogliettato.

In particolare, le stime di Fitch sono soltanto leggermente più pessimiste dell’ultima tornata delle previsioni del “consensus” (i 20 maggiori istituti internazionali di elaborazioni econometriche) a cui chiunque (pagando un piccolo abbonamento annuale) ha accesso.

Questa nota non vuole essere pedante o erudita. Si sono citate analisi e studi recenti perché si è trattato della “cronaca di un declassamento annunciato”. A cui si può e si deve rispondere solamente con un’azione politica: un Governo forte in grado non solo di effettuare le riforme istituzionali (quali quelle bocciate dal referendum del 2006), ma anche una politica di crescita.

Il resto è silenzio. Come dice l’Amleto di Shakespeare. Morendo.

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