DATAGATE/ 1. Usa-Ue, quella “spallata” alla Cina che non conviene fermare

- Emilio Colombo

Lo scandalo Datagate riporta l’attenzione sui rapporti tra Usa e Ue, che proprio poco tempo fa hanno deciso di avviare i negoziati sul libero scambio. Il commento di EMILIO COLOMBO

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José Manuel Barroso (Infophoto)

Lo scandalo Datagate, con le novità degli ultimi giorni, rischia di incrinare i rapporti tra Stati Uniti ed Europa, proprio dopo che il 14 giugno i paesi membri dell’Ue hanno dato alla Commissione europea il via libera per avviare la negoziazione con gli Usa sulla liberalizzazione del commercio. Questa iniziativa fa seguito a una serie di colloqui più o meno formali che hanno avuto luogo negli scorsi anni tra l’Amministrazione americana e l’Ue e che sono culminate con la richiesta di un accordo commerciale avanzata dal Presidente Obama nel discorso sullo State of the Union il 12 febbraio scorso.

Chi ci guadagna – La liberalizzazione completa degli scambi commerciali tra Stati Uniti ed Europa è indubbiamente una cosa positiva per tutti. Il commercio, è noto, costituisce uno dei motori più decisivi e robusti della crescita economica creando spesso condizioni di tipo win-win in cui tutti i paesi impegnati nella liberalizzazione commerciale ottengono un vantaggio. Dunque, a seguito della liberalizzazione, ci potremmo aspettare un aumento degli scambi commerciali tra Usa ed Europa e una spinta alla crescita in entrambi.

Tuttavia, la dimensione dell’effetto dipenderà molto dalla profondità a cui arriverà il processo di liberalizzazione. Stati Uniti ed Europa hanno infatti già molto liberalizzato il commercio e attualmente hanno un livello di barriere commerciali (dazi e tariffe) reciproche piuttosto basso, intorno al 3%. Eliminare queste ultime restrizioni costituisce senza dubbio una cosa positiva, ma evidentemente limitata.

Quello che le due amministrazioni possono fare è andare oltre le barriere tariffarie e iniziare una incisiva liberalizzazione delle barriere non tariffarie. Con questo termine si definiscono tutte le barriere che di fatto ostacolano il commercio, ma che non sono direttamente definite come dazi e tariffe. Esse sono principalmente i diversi standard e le diverse norme in vigore nei rispettivi paesi; ad esempio, nel settore alimentare vi sono diverse regole di definizione delle regioni di origine dei prodotti (che costituiscono la base del marchio Doc) e la loro tutela, per non parlare del diverso trattamento dato dalla legislazione nazionale ai prodotti geneticamente modificati. Pur non essendo nate con riferimento al commercio (le norme che vincolano la produzione e il commercio dei prodotti Ogm hanno sostanzialmente una ragione di tipo sanitario), di fatto queste diverse regole e questi diversi standard finiscono per costituire un rilevante vincolo al commercio stesso.

Il fatto che queste regole e norme non siano nate per limitare il commercio ma per altre finalità rende tuttavia la modifica o l’abolizione delle stesse più complicata: è infatti più complesso rivedere normative come quella sanitaria che in Europa non è oggetto della legge comunitaria, ma è invece demandata ai singoli Stati.

In sintesi, l’accordo commerciale Usa-Ue è potenzialmente interessante, ma affinché possa veramente portare vantaggi considerevoli occorre che si metta mano allo spinoso tema delle barriere non tariffarie, il che renderà la fase di negoziazione delicata e laboriosa.

Chi ci perde – In genere quando due paesi liberalizzano gli scambi si verificano due effetti: da una parte il livello del commercio tra i paesi che liberalizzano aumenta (questo è l’aumento degli scambi descritto sopra e in gergo è chiamato trade creation), dall’altra diminuisce il commercio che gli stessi avevano nei confronti del resto del mondo (trade diversion). Dunque potenzialmente la liberalizzazione commerciale tra Usa e Ue potrebbe danneggiare tutti gli altri paesi che non sono coinvolti nel processo di liberalizzazione. In realtà, per molti paesi, in particolare per quelli in via di sviluppo, non cambierà pressoché nulla, perché essi producono ed esportano beni diversi (generalmente caratterizzati da una inferiore complessità e intensità tecnologica) da quelli prodotti da Stati Uniti ed Europa. Chi invece potrà essere penalizzato sono i paesi emergenti come la Cina o avanzati come Giappone e Corea, che producono beni a elevato valore aggiunto potenzialmente in concorrenza con i prodotti europei o americani.

C’è tuttavia un altro perdente in questo accordo che nessuno cita: la Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio). Il tentativo che stanno facendo Stati Uniti ed Europa non è infatti isolato nel panorama internazionale. Negli ultimi anni tanti paesi hanno avviato processi di liberalizzazione commerciale su base bilaterale. Il motivo è da ricercare nel fatto che le negoziazioni nell’ambito Wto che sono su base multilaterale (ovvero tutti i paesi si accordano per una progressiva complessiva liberalizzazione degli scambi) sono di fatto bloccate dal 2003 e ogni anno si registra un’ulteriore dilazione.

Il possibile accordo commerciale tra Usa e Ue è dunque figlio del fallimento della Wto, nel senso che se realmente essa avesse portato a termine i suoi compiti, non ci sarebbe stato bisogno per Stati Uniti ed Europa, né per gli altri paesi, di avviare processi di liberalizzazione su scala più ridotta.

Dall’inizio di maggio la Wto ha un nuovo direttore generale, il brasiliano Roberto de Azevedo. A lui spetta un compito arduo, riuscire a sbloccare lo stallo dei negoziati che si protrae oramai da più di 10 anni e ridare così credibilità a un’istituzione su cui erano state riversate molte aspettative che sinora sono rimaste disattese.

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