IL CASO/ 1. Così Merkel ed eurocrati “sfidano” la Dottrina sociale della Chiesa

- Raffaele Iannuzzi

Mercoledì è stata pubblicata su La Stampa un’intervista ad Angela Merkel. RAFFAELE IANNUZZI spiega quali sono le posizioni del Cancelliere tedesco confutandone le tesi principali

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Angela Merkel (Infophoto)

Dopo aver letto l’intervista di Angela Merkel concessa al quotidiano di forte tempra europeista, La Stampa, ho avuto contezza definitivamente di un assunto fondamentale: le élites europee possono raccontare quello che vogliono, non esiste di fatto alcun serio contraddittorio. L’opposizione al paradigma Europa, nel senso eurocratico del termine, l’unico che conosciamo, di fatto, è pressoché ridotta a chiacchiera priva di efficacia, derubricata a libro delle lamentazioni reazionario e revanscista. In quanto tale, degna di essere marginalizzata.

Non parlo dell’antieuropeismo che oggi molti cosiddetti “intellettuali” definiscono populista – non sapendo realmente in cosa consista la variegata gamma di realtà di segno “populista” -, ma anche di quello più direttamente analitico, che entra seriamente nel merito e mira a contrastare il mainstream dell’eurocratismo. La Merkel dimostra di essere una fine tattica e, nel contempo, proprio in quanto tattica fino al midollo, di non avere alcuna intelligenza strategica. Vediamo perché.

Primo: la Merkel sostiene che la disoccupazione giovanile sia “il problema europeo più impellente”. È falso. I dati letti in maniera assoluta, senza contestualizzazione sistemica, come sa ogni statistico degno di questo nome, mirano a uno scopo: fare propaganda e guadagnare consensi forzando i luoghi comuni. Intanto, la disoccupazione “giovanile”, al pari della “questione giovanile”, è un’invenzione sociologica, una narrazione, come direbbe appunto qualche sociologo postmoderno, buona a rastrellare voti di diciottenni-ventenni e a guadagnare il consenso delle famiglie in cui questi diciottenni-ventenni vivono da fin troppo tempo. Nelle società moderne, esiste una sola realtà: la disoccupazione. Punto. Non a caso, negli Usa, dove c’è il capitalismo, la disoccupazione non ha aggettivi qualificativi, si vuole soltanto ridurla allargando le fasce di mercato dinamiche. In Europa abbiamo creato le categorie sociali e antropologiche e non a caso vince l’ideologia del transgender: ieri c’era l’operaio, il proletario, il Lumpenproletariat, magari anche il ceto medio (in una sociologia più anni ’80); oggi ci sono i giovani, i gay, gli appartenenti ai centri sociali, insomma è il Bengodi della statistica, ma si perde la realtà nella sua interezza.

Si deve ragionare sistemicamente non ideologicamente. Allora, domandiamoci: perché c’è così tanta disoccupazione in Europa? Semplice: perché le ideologie eurocratiche – dall’austerità al pareggio di bilancio, per non parlare del rapporto deficit/Pil al 3% – sono enormi sciocchezze che mirano a omologare sistemi diversi, con storie diverse, antropologie lavorative diverse, culture diverse e, perché no?, religioni diverse.

Se tu, con l’austerità come cappio, strangoli le imprese, mi dici chi assumerà giovani e meno giovani? Se tu tassi fino allo sfinimento i ceti produttivi, andando a prendere soldi facili da lavoratori dipendenti, pensionati, per chiudere in bellezza con gli imprenditori e le partite Iva, mi spieghi come riparte l’economia? E, se non riparte l’economia, mi spieghi come si risolve il problema della disoccupazione? 

La Merkel arriva a dire: “Trovo estremamente deplorevole che le élite economiche si assumano così poca responsabilità per questa situazione”: le élite economiche? Io direi piuttosto le vere élite, quelle eurocratiche, che hanno la loro longa manus su tutto, praticamente, e favoriscono un gioco a somma zero – austerità/società – che sfianca ogni Paese aderente all’Ue. Un gioco a somma zero, il peggiore in economia e che deve essere dimostrato a tutti i costi, dunque deve diventare l’unico racconto della vicenda attuale dell’Europa. Una ideocrazia, avrebbe detto Miguel de Unamuno.

Secondo: in Europa si fanno pochi figli, dice la Merkel, e questo aggrava ancora di più la situazione giovanile. Già, ma non viene detto che si impedisce anche di far nascere figli, perché l’aborto è diventata pratica di Stato e senso comune, in Germania quasi quanto in Olanda, dunque si fa operazione di velamento della realtà (mentre la verità, a-letheia, è dis-velamento), a tutto vantaggio della tesi di fondo: la disoccupazione giovanile come emergenza. Velamento della realtà, come dire. Ideologia. Spiace doverlo rilevare, ma in questo Marx è ancora utile: le ideologie non hanno storia. Qui la tesi sull’origine vera della crisi di Gotti Tedeschi – non si fanno figli, l’anti-Malthus – andrebbe rivisitata con molta attenzione e serietà. È una visione sistemica non rigida, antropologica: se una società non scommette sulla vita, dove troviamo la creazione delle forme di vita sociali, la crescita integrale della “Caritas in veritate”, e la forza-lavoro, per far ripartire l’economia? Altro che debiti e derivati, qui la storia è un’altra.

Terzo: riformare i trattati si può, ma non ora, perché l’emergenza è in corso, altra affermazione merkeliana. Certo, oggi è tutto inscritto nella cornice emergenziale, ma quando si chiedeva la riforma dei trattati, a cominciare da Maastricht, e, ad esempio, lo faceva Berlusconi, perché la questione sembrava equivalente alla bestemmia in chiesa, durante la celebrazione della Messa? Anche Draghi si è mosso in quella direzione: perché la Merkel non è mai giunta a questa così insolita apertura di mente sul tema? Ancora una volta, lo schema emergenza sta lanciando i paesi in difficoltà verso il baratro e addirittura si racconta che, con l’austerità, la Grecia stia meglio, finanziariamente ed economicamente. Si ragiona per schemi e confinando tutto nelle cornici preconfezionate, per cui tutto deve tornare, ma la realtà e i fatti testardi dicono altro: basta farsi un giretto per i siti di analisi indipendente per cogliere ben altro racconto della storia greca.

Quarto: il mondo è cambiato, sostiene solennemente la Merkel. Grazie del contributo, mi vien fatto di pensare e dire. Non ce n’eravamo accorti. È l’Europa a trazione tedesca che non è andata a consultare i guru più forti delle economie che pompano soldi e Pil, per fare comparazioni serie e benchmarking di livello: tassazione bassa; burocrazia minima; Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo della nazione; laissez faire in molti settori chiave, tra cui, in primis, l’energia; infrastrutture progettate dallo Stato, con iniziative di ricerca settoriale e finanziamenti colossali. 

E l’Europa? Basta solo guardarsi intorno per fare paragoni o cessare di farli, per non abbattersi troppo. Viviamo con il freno a mano tirato. Dobbiamo renderci conto che le economie capitalistiche sono fondate sul rischio e sugli investimenti, non sulle sinecure bancarie e sui burocrati che decidono costruttivisticamente come deve andare il mondo. Questo è il punto, è più un problema di libertà che di economia vera e propria. E la Germania, com’è noto, non è propriamente la Philadelphia dei Padri fondatori americani. Non richiamo il nazismo, non ce n’è bisogno, mi basta pensare al Fichte della “Missione del dotto” e ai suoi principi di regolamentazione globale di ogni aspetto della comunità umana.

Mi fermo qui. Ci sono molti altri spunti sui quali dibattere, anche duramente, ma una cosa è ormai acclarata: o la nostra cultura cattolica fondata sulla Dottrina sociale della Chiesa torna a essere un criterio culturale e dunque un baricentro strategico dell’agire politico, o la famosa Europa dei Padri fondatori si allontanerà sempre di più dai Founding Fathers degli Usa, mentre il sistema americano riparte, a dispetto degli analisti europei – ancora una volta – che lo bollano e censurano a ogni piè sospinto. In America si riparte perché la libertà è un fatto testardo e riesce a passare, nonostante la mediocrità di un Presidente, criticato dai suoi stessi sostenitori di un tempo, come Obama. Da noi c’è la Merkel, iper-tattica, che non usa il proscenio europeo per regolare le sue vicende di politica interna, a tre mesi dal voto.

L’Europa è un progetto già fallito, almeno quella che oggi domina con l’eurocrazia, e a dirlo sono economisti veri come Paolo Savona, per fare un nome italiano. Non un talebano anti-europeista, ma uno che ragiona, dati alla mano, e, soprattutto, quadro sistemico globale e locale alla mano. Ma, per la Merkel e molti tifosi dell’Europa, qualunque sia il prezzo da pagare, il reale è sempre razionale. No, non è la DSC, è Hegel. L’apologeta dello Stato Prussiano.

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