GEO-FINANZA/ Ecco il trattato che permette agli Usa di spaccare l’Europa

- Paolo Raffone

Il Consiglio europeo appena conclusosi non ha deciso nulla di sostanziale ma ha ratificato la fine dell’egemonia comunitaria. A questo punto l’Ue o rinasce o tramonta. PAOLO RAFFONE

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Dopo 7 decadi di relativa pace, anche fredda, in Europa si riaffacciano le aspirazioni egemoniche di nazioni che sembravano ormai annichilite e assuefatte all’ordine imposto dopo la seconda guerra mondiale. Il Consiglio europeo appena conclusosi non ha deciso nulla di sostanziale ma ha ratificato la fine dell’egemonia comunitaria che dalla seconda metà degli anni 80 è stata incarnata dalle burocrazie e tecnocrazie di Bruxelles. Per ragioni diverse i capi dei governi britannico, francese e italiano hanno messo in discussione quel consenso europeista che li voleva sottomessi alle decisioni della Commissione europea. In altre parole, per la prima volta dal 1989 sono stati sconfessati e sbeffeggiati i guardiani dei Trattati, cioè la Commissione europea con i suoi mandarini istituzionali e i suoi funzionari. Atti irrituali ma sostanzialmente politici hanno aperto il vaso di Pandora europeo, creando le condizioni per una rifondazione o per il disfacimento dell’Unione europea.

Il mito dell’austerità, imposta surrettiziamente dall’apparato europeo dopo il 2010, è stato smascherato con un rigurgito di identità sovrana sui propri debiti pubblici. La Francia, nonostante l’imbarazzante presidenza di Hollande, ha ritrovato i propri geni dell’eccezionalismo da stato-nazione continentale. Le velleità dell’italiano Renzi, un abilissimo e spregiudicato politico, hanno portato ad una tattica che si è rivelata esiziale. Il Regno Unito, forte dell’unicità dei suoi risultati economici in un’Europa votata alla recessione, ha reagito con ritrovato vigore alle richieste di significativi e ulteriori finanziamenti all’apparato brussellese. 

Più che un attacco alla Germania si è trattato di una rivolta degli stati sovrani contro lo strapotere delle banche e della finanza anglo-americana che, con la compiacente regia di Barroso e Draghi, hanno creato in soli 4 anni una situazione di insostenibilità fiscale, economica e sociale nel continente europeo. Il tentativo di sovversione ordito dal potere finanziario si era materializzato in Italia nella prima metà del 2011, nell’estate dello stesso anno in Libia, nel corso del 2012 in tutto l’arco a Sud del Mediterraneo, e nel febbraio 2014 in Ucraina. A questi eventi abilmente orchestrati si è aggiunta la pressione politico-diplomatica rappresentata dal “Sistema Nuland” che pretendeva “fottersene” dell’Ue per estorcere agli europei dannose sanzioni alla Russia, modificare la politica energetica europea, e far ratificare al più presto il Ttip, cioè l’accordo di libero scambio transatlantico che imponeva la marginalizzazione delle giurisdizioni nazionali e comunitarie.

Il prossimo Consiglio europeo di dicembre, che seguirà all’insediamento della nuova Commissione guidata da Juncker, sarà il vero, e forse l’ultimo, banco di prova della determinazione degli stati europei di “trovare la formula per cooperare” (parole della Merkel). Che tutti gli stati europei necessitino di riforme strutturali adatte al proprio rilancio economico, politico e sociale, è cosa più che certa. D’altra parte, questi stati ben sanno che nel mondo globalizzato la loro sopravvivenza di “potenza” non è più percorribile individualmente. Ma essi sanno anche che l’Europa non esiste in base ai presunti valori comuni, bensì può esistere in contrapposizione a minacce esterne oppure per la propria capacità di proiettarsi nel mondo. Nel mondo di oggi, sia la prima che la seconda situazione non può che essere affrontata insieme.

Sul piano esterno è stato artatamente agitato lo spauracchio russo, quello del terrorismo islamico, l’altro spauracchio geofinanziario cinese e infine il terrore biologico della nuova peste, l’Ebola. Appare piuttosto chiaro, anche a chi pensava di beneficiarne, che tali “minacce” esterne invece di compattare l’Europa l’hanno ulteriormente divisa. 

Sul piano interno, poiché nessuno degli stati europei riuscirà ad imporre agli altri la propria egemonia, e riconoscendo il fallimento di ipotesi neo-imperiali nazionali o col manto europeista, esiste il concreto pericolo che prevalgano logiche di frizione egemonica che dissolvano la già molto fragile casa comune europea. 

Al momento c’è una sola proposta sul tavolo. La maldestra volontà degli Usa di concludere il Ttip entro la fine del 2014. Potrebbe essere una soluzione solo se gli americani accettassero di discutere alla pari con gli europei, cioè mettendo da parte l’eccezionalismo americano e aprendo discussioni trasparenti. La Germania, anche per bocca del neo nominato Juncker, ha chiarito che non può accettare i termini finora imposti dagli americani con il Ttip. Londra e Roma si dichiarano favorevoli perché, come ha dichiarato Matteo Renzi, si tratta “di più di un accordo commerciale, di una scelta strategica che è anche culturale”. La Francia pare che abbia salvato solo il settore dell’audiovisivo, ma sostanzialmente non riesce per ora ad opporsi al Ttip. Intanto, la neonata Commissione Juncker si è già spaccata sul Ttip. Infatti, il 22 ottobre scorso, giorno del voto del Parlamento europeo per la Commissione Juncker, 14 ministri del commercio estero degli stati membri hanno inviato una lettera a Juncker chiedendo che “gli ISDS siano mantenuti integralmente nel testo del TTIP”. Tra i firmatari figurano il Regno Unito, la Spagna, l’Irlanda, la Danimarca e la Lituania. Non è dato sapere se anche l’Italia abbia firmato la lettera. Per cercare di ridurre le tensioni, Juncker ha annunciato che la responsabilità a trattare gli ISDS è tolta alla Commissaria liberale svedese Malstrom, che ha la competenza per il TTIP, ed è affidata al primo vice presidente della Commissione, il laburista olandese Timmermans. Una mossa che cerca di smontare le accuse già avanzate a Juncker di essere troppo vicino agli interessi tedeschi. Resta il fatto che la grave spaccatura della Ue è tra due blocchi trasversali, che includono parlamentari e governi socialdemocratici, liberali e popolari.  

Finora tutto è avvolto nel segreto e non giungono segnali confortanti dagli Usa. Però gli stati europei possono usare la cultura machiavellica per far pesare il loro 16 per cento di importazioni dall’America e il peso dei grandi istituti bancari largamente sovraesposti nel casinò finanziario a stelle e strisce (Deutsche Bank, HSBC, Santander, eccetera). Se non si riuscisse a trovare un accordo conveniente con gli Usa, gli europei dovrebbero prenderne atto e già avere un piano B. Quest’ultimo non può che essere di aprire un negoziato commerciale e strategico con Russia e Cina. Ma anche in questo caso, più che altro per profondi motivi storico-antropologici e culturali, la strada è molto in salita.

Sul piano finanziario si può vedere che il periodo più cupo della crisi dei debiti sovrani sembra essere passata. Infatti anche i noti periferici hanno retto piuttosto bene agli aggiustamenti del mercato di una settimana fa, ed oggi si teme sempre meno il loro default sul debito pubblico. 

Resta invece molto grave la situazione dell’economia reale europea, con l’eccezione del Regno Unito che è in crescita. La depressione della domanda interna non si può correggere con piccole misure espansive nazionali e risulta impossibile anche a livello europeo se non si cambiano i principi e i parametri dei Trattati. 

Questa situazione sta facendo aumentare il differenziale di rendimento sulle azioni tra area dollaro e area euro. Gli Usa che vorrebbero approfittare della congiuntura per ridurre il programma di QE ed aumentare progressivamente i tassi di interesse, temono che ciò porterebbe al collasso dell’eurozona. Indirettamente ciò creerebbe un danno significativo anche al dollaro. Sul medio termine gli investitori credono che sia il momento di acquistare azioni di imprese europee, che grazie al differenziale sono a buon mercato, e attendere per estrarne i profitti. Una situazione molto complessa e delicata che rischia di sobbalzare se a livello politico gli Usa decidessero di prendere il rischio alzando anche di poco i tassi per creare inflazione. In questo scenario le azioni americane subirebbero una flessione mentre in Europa la Bce sarebbe obbligata a sostenere l’obbligazionario sovrano con ulteriori aumenti di massa monetaria. Il problema per l’Europa è che, a questo punto, il danaro facile europeo finirà per essere investito nelle azioni americane. Inoltre, un tale scenario rafforzerebbe le spinte egemoniche dei paesi europei che sono meno esposti degli altri a coprire i costi del servizio sul debito. In altre parole, i principali beneficiari di un tale scenario sarebbero Germania e Regno Unito. Ma a ben vedere l’Ue è già divisa proprio a livello dell’infrastruttura finanziaria e quindi questo scenario spingerebbe proprio verso uno scisma dell’eurozona e della Ue.

Per tutte queste ragioni, il pericolo del ritorno delle guerre egemoniche in Europa è molto alto. 

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