NAPOLITANO/ La tripla sfida a Germania e Italia

- Stefano Cingolani

Ieri il Presidente della Repubblica Giorgio Napoliltano ha parlato davanti al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria. STEFANO CINGOLANI commenta il suo discorso

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foto: Infophoto

Giorgio Napolitano ha lanciato a Strasburgo, davanti al Parlamento europeo, alcuni messaggi politici importanti e non rituali. Il primo, quasi ovvio per un europeista d’antan come lui, è che dall’Unione non si torna indietro. Quindi non si torna indietro nemmeno dall’unione monetaria e ciò ha suscitato le proteste della pattuglia dei “no euro” guidata dalla Lega Nord, rimasta isolata nell’aula, ma i cui sentimenti non sono affatto marginali. Ciò ci porta all’altro messaggio: le elezioni di maggio saranno molto importanti, addirittura potrebbero diventare decisive per sapere se l’Ue andrà avanti oppure no, perché così com’è non può restare. Infine, strettamente collegato ai primi due, ecco il terzo messaggio: l’austerità ha fatto il suo tempo.

Il presidente della Repubblica ha parlato di “austerità a ogni costo” per non mettersi contro la Germania, non solo e non tanto il suo governo e la sua classe dirigente, ma buona parte dell’opinione pubblica tedesca ancora non consapevole che ostinarsi nel rigore di bilancio sta deprimendo i consumi interni molto più di quel che gli stessi guru economici avevano previsto. Napolitano ha anche messo le mani avanti: criticare l’austerità non vuol dire tornare alla pratica dello spendi e spandi; qui il messaggio riguarda soprattutto il governo italiano e tutti coloro i quali predicano l’uscita dall’euro per poter finanziare in deficit la spesa pubblica, scaricando altro debito sulle generazioni future.

I tre messaggi sono chiari, ma ancora metodologici. Probabilmente non spettava al presidente della Repubblica andare più in là, certo è che il discorso è apparso a tutti molto preoccupato per la crisi nella quale si trova l’intero progetto europeo, una crisi profondissima perché riguarda non solo le scelte politiche, ma il senso comune. Napolitano ha ricordato il coraggio dei padri fondatori, memori delle guerre che in trent’anni hanno decimato la popolazione del Vecchio continente. Un massacro che non ha precedenti nella storia, nemmeno durante le guerre di religione tra ‘500 e ‘600 o durante le invasioni barbariche. Ma la nuova generazione pasciuta nella pace e nel benessere della Guerra fredda e rassicurata oltre misura dalla caduta del comunismo, tutto questo non solo non lo ricorda, ma spesso non lo sa neppure.

Ancor meno conosce il processo che ha portato alla Ue o ha letto Altiero Spinelli. Manca non solo “il sentimento tragico della storia”, ma la stessa conoscenza dei fatti e l’istruzione non aiuta, non solo in Italia come sa bene chi è vissuto o vive in altri paesi. Dunque, bisogna per molti versi ricominciare da capo per colmare l’analfabetismo di ritorno. Però sarebbe del tutto velleitario oltre che infruttuoso usare il metodo a salsiccia proprio della scuola italiana. Meglio partire dalla situazione attuale e arrivare da qui alla rilegittimazione del processo europeo. Vasto programma. Ma qualche indicazione si potrebbe intanto dare.

Cominciamo dal concreto, la crisi e l’austerità. Per superare l’ossessione rigorista senza ricadere nella sindrome della cicala, non si tratta di mettere in campo un ricettario accurato di misure da prendere, ma di recuperare la fiducia reciproca e concordare le politiche economiche. Tutte, quelle dei paesi in deficit e quelle dei paesi in attivo, quelle dei forti come quelle dei deboli. È il contrario di quel che si è fatto nel fatidico 2011 in cui l’euro stava per saltare. Perché allora la crisi è stata tamponata con l’imposizione da parte della Germania della stessa ricetta a paesi che avevano bisogno di un mix di pillole diverse, adeguate alla propria diversa sintomatologia. Il risultato è che l’area euro è precipitata nella deflazione dei prezzi e nella stagnazione dei redditi.

Da quel momento l’Europa s’è allontanata dal sogno spinelliano modellato sul federalismo all’americana. Gli Stati Uniti hanno lasciato il passo agli Imperi Centrali, il consiglio dei capi di stati e di governo è diventato come la Dieta di Ratisbona dove i principi venivano premiati o puniti dall’Imperatore. Pochi ricordano che nel 2011 caddero ben cinque governi (Irlanda, Portogallo, Grecia, Italia e Spagna), tutti quelli che non avevano ancora ingoiato l’amara medicina. Un europeista che voglia rilanciare il grande sogno deve cominciare a riconoscere che allora è stato commesso un errore madornale. Del resto, come si sa, le decapitazioni a catena non bastarono a salvare l’euro, ci volle un cambio di passo radicale nella Banca centrale europea e, nell’estate del 2012, l’annuncio di Mario Draghi che la Bce avrebbe stroncato con tutte le sue forze ogni attacco speculativo alla moneta unica.

Si dice che senza la svolta verso l’austerità generalizzata la banca centrale non sarebbe stata credibile. Invece, è esattamente l’opposto: nessuna politica fiscale seria, rigorosa, duratura è realizzabile senza il sostegno coordinato della politica monetaria. L’idea di far giocare l’una contro l’altra s’è rivelata pericolosa e inefficace. “I paesi dell’area dell’euro sono stati indotti a usare il secondo decennio di vita dell’euro per disfare gli errori del primo”: lo ha detto Draghi, lo ha ricordato Napolitano.

Dunque, il problema che l’Europa ha davanti in questo momento non è ridurre ancora la sovranità nazionale, devolvere altri spazi di politica economica a istituzioni più alte, ma ritrovare la volontà di collaborare insieme. I tedeschi non intendono mettere in comune i debiti degli altri paesi, ma non vogliono nemmeno seguire la via della crescita. Se l’Italia deve abbattere il proprio debito, riformare il mercato del lavoro e tornare a crescere, c’è bisogno che la Germania aumenti la domanda interna, riduca l’attivo ormai mostruoso (ben superiore a quello cinese in rapporto al prodotto lordo) e comperi più merci italiane.

Imporre il Fiscal compact, cioè 50 miliardi l’anno di tagli per vent’anni, senza accompagnarlo con una politica espansiva da parte dei paesi che possono farlo, vuol dire soffocare nella culla ogni possibilità di risanamento e di ripresa. Questo è un punto fondamentale per i popoli del sud, ma anche per quelli del nord, perché ormai è chiaro che la trappola della deflazione scatta per tutti.

Il rilancio europeista si accompagna anche alla necessità di dare nuova legittimità alle istituzioni europee che hanno perso smalto e, agli occhi dei più, anche ragion d’essere. La rilegittimazione deve riguardare la conformità dei mezzi ai fini. Questo è compito dell’élite. Ma occorre coinvolgere la gente comune, c’è bisogno di un bagno di popolo per così dire, attraverso un confronto alto sui valori, sugli ideali e sugli strumenti. È questo che si prepara per le elezioni di maggio? Oppure sarà il solito teatrino dei pupi, nel quale partiti sempre più staccati dalle masse si spartiscono i seggi in un parlamento che sulla carta dovrebbe avere più poteri, ma che di fatto è stato emarginato, se non umiliato, dalla Dieta di Ratisbona?

Sospendiamo il giudizio. Perché la ragione ci porta a una risposta negativa, mentre il sentimento ci spinge a sperare in positivo. Ma è il dilemma del momento, che Napolitano ha posto ai parlamentari europei, anche se non ha dato risposte concrete.

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