SPY FINANZA/ Banche, gli “inganni” di Mps e Bce

- Mauro Bottarelli

Il pacchetto di misure della Bce e l’aumento di capitale di Monte dei Paschi di Siena sono al centro dell’analisi di MAURO BOTTARELLI, secondo cui vige la regola di due pesi e due misure

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Due pesi e due misure, come al solito in Italia vige questa regola. Non so se vi siete accorti, ma attorno all’aumento di capitale di Monte dei Paschi, terzo gruppo bancario del Paese di fatto mantenuto in vita con soldi miei e vostri, è calato un silenzio mediatico totale. Ma di cose ne stanno succedendo, cari lettori, e di molto interessanti. Ieri, infatti, il titolo Monte dei Paschi non riusciva a fare prezzo a Piazza Affari nel primo giorno di avvio dell’aumento di capitale da 5 miliardi di euro: il valore teorico attorno all’ora di pranzo era a quota 1,848 euro (+20%), mentre il diritto d’opzione, per un po’ sospeso ma al ribasso (-8,18% a 20,7 euro), fletteva del 4,24% a 22,12 euro con un minimo a 20,70 euro e un massimo a 23,02 euro. Ora, è chiaro che questa sia una questione puramente tecnica, nel senso che chi aveva una posizione corta sul titolo, con l’avvio dell’aumento si ritrova ad avere una posizione short anche sui diritti e quindi il livello di rischio assunto aumenta: così gli investitori iniziano a ricoprirsi sul titolo del Monte. Però c’è dell’altro.

Nell’ambito dell’aumento vengono offerte 214 azioni di nuova emissione ogni 5 azioni già possedute a un prezzo di sottoscrizione di 1 euro, pari a uno sconto del 35,5% rispetto al prezzo teorico ex-diritto calcolato alla chiusura del 5 giugno: il diritto è trattabile in borsa da ieri al 20 giugno. E cos’è quest’altro? Le nuove risorse serviranno infatti a ripagare 3 dei 4,1 miliardi di euro di Monti bond sottoscritti dal Tesoro e ad affrontare i prossimi stress test. E, come comunicato dalla banca senese proprio ieri mattina, il 6 giugno il Tesoro ha formalmente acconsentito allo spostamento, dal 1 luglio al 1 agosto, della data di pagamento degli interessi maturati per l’esercizio 2013 sui Monti bond. Un bel regalino, insomma, che dubito venga garantito da Equitalia o dalle banche stesse a molti imprenditori che nel giro di una mattinata vengono chiamati a rientrare da un prestito o si vedono ritirare un fido: ma si sa, due pesi e due misure.

Certo, tali strumenti matureranno comunque interessi dal primo luglio di quest’anno alla data di riscatto, per un costo addizionale massimo stimato (sulla base del rimborso al primo agosto) in circa 3 milioni di euro e saranno corrisposti il primo luglio 2015, secondo le modalità previste dal prospetto, ma a vostro modo di vedere, non ci sarà qualche altra dilazione? Come può una banca con meno di 2,5 miliardi di patrimonio dar vita, in queste condizioni, a un aumento di capitale da 5 miliardi?

E infatti, il Ftse sta valutando la possibilità di rivedere le modalità di gestione dell’aumento di capitale di Mps nel calcolo dell’indice Ftse Mib di Borsa Italiana e, a questo scopo, ha avviato una consultazione sul mercato che si è conclusa nel primo pomeriggio di ieri. Il gruppo che gestisce la compilazione dell’indice di Borsa ha infatti spiegato in una nota che se il titolo Mps non dovesse scambiare in avvio a causa dell’eccesiva volatilità, il valore dell’indice Ftse Mib utilizzerà il prezzo rettificato comunicato venerdì, pari a 1,54 euro, fino a quando non si saranno conclusi nuovi contratti sull’Mta. Insomma, l’indice Ftse Mib non intendeva prendere in carico le difficoltà di Mps – con l’open interest che c’è e quota 23mila in vista, c’è da capirli – e si metteva in modalità duale: se sarà deciso di non cambiare le modalità di gestione dell’aumento di capitale di Mps il valore di chiusura dell’indice sarà quello di mercato, altrimenti, se cambieranno le regole di gestione, sarà possibile che il valore di chiusura di ieri del Ftse Mib sia cambiato.

In quale altro Paese la Borsa ragiona così? Non siamo forse nel gotha del capitalismo e del libero mercato? Bene, allora si applichino le spietate regole del mercato: hai difficoltà? Ti massacro per prendere profitto. Con la banca senese no e temo che con l’arrivo dell’estate il divieto di naked short sul titolo diventerà la norma: due pesi e due misure. In compenso, i vigilantes alzano la voce. Anche la Consob, l’autorità di controllo sulla Borsa, sta infatti monitorando con attenzione l’aumento di capitale di Mps: lo ha garantito proprio ieri mattina Giuseppe Vegas, presidente della commissione, interpellato a margine dell’assemblea di Assolombarda: «Stiamo monitorando, in queste occasioni lo facciamo sempre ma è un monitoraggio ordinario, ordinary business».

Sì, li conosciamo i monitoraggi ordinary business della Consob, quelli ad esempio che hanno consentito al titolo Alitalia di stare sulle montagne russe per settimane, con grande gioia degli shortisti e che non si è mai chiesta perché l’anno successivo alla quotazione in Borsa le squadre di calcio interessate vincessero casualmente lo scudetto. Va beh, poco male, ormai è il mondo al contrario. Guardate il grafico a fondo pagina: ieri, grazie alle parole di Mario Draghi di giovedì scorso, il rendimento del decennale spagnolo è sceso sotto il livello di quello statunitense!

Quindi dobbiamo desumere che il mercato obbligazionario spagnolo sia più sicuro di quello americano? No, è la conferma di quanto vi dicevo nell’articolo di venerdì scorso: le famose manovre non convenzionali della Bce non sono altro che un ennesimo regalo alle banche e la perpetuazione del carry trade obbligazionario sovrano da parte degli istituti di credito con denaro dei cittadini europei a tasso zero, altro che erogazione del credito all’economia reale.

Ci sono almeno quattro ragioni per cui ho la certezza che quei soldi non andranno alle imprese ma faranno fare festa ancora una volta alle banche. Primo, nella documentazione emanata dalla Bce domenica riguardo le nuove aste Ltro, non esiste alcun divieto all’utilizzo dei fondi per acquistare altri bond governativi, almeno per i primi due dei quattro anni di durata di durata: come vi dicevo, il non utilizzo per il credito verrà punito unicamente con l’obbligo di ripagare i prestiti alla Bce due anni dopo e non a scadenza dei quattro. Nient’altro. Secondo, ridurre sostanzialmente il costo del finanziamento delle banche a medio termine può tradursi in una riattivazione del credito soltanto se le banche stesse considerano che il livello corrente di interesse sui margini nei prestiti al settore privato sia sufficiente: se invece vorranno aumentare ancora quel margine, cosa pressoché certa perché non riterranno l’abbassamento dei tassi abbastanza remunerativo del rischio di credito, continueranno a operare come fanno da metà del 2012. Terzo, il grado di elasticità della domanda di credito, nonostante l’abbassamento dei tassi, in un contesto come quello attuale di volontà di deleverage bancario, potrebbe essere molto più bassa del solito. Quarto e ultimo, ricordiamoci sempre che entro il febbraio del 2015 le banche europee devono ripagare ancora 450 miliardi alla Bce per le prime due aste Ltro che vanno a scadenza: anche se useranno tutti i 400 miliardi delle nuove aste per questo, si creerà comunque un gap di 50 miliardi di euro.

 

In parole povere, il nuovo Ltro di Draghi si sostanzierebbe unicamente in un’estensione temporale delle aste precedenti a un costo più basso, 25 punti base contro 65 punti base e con maggiore visibilità del costo finale. Insomma, la rivoluzione della Bce altro non è – come vi dicevo già la scorsa settimana – se non la perpetuazione del carry trade sull’obbligazionario sovrano per far finanziare le banche a costo zero e tenere bassi gli spread, come quello spagnolo che manda in underperformance quello statunitense: buffoni. Ma anche un po’ criminali.

E sapete perché? Perché in base ai dati di Bankitalia resi noti ieri, il calo del tasso di crescita delle sofferenze giocherebbe a favore della linea di credito da 400 miliardi di euro concessa dalla Bce alle banche a patto che queste le prestino alle aziende: c’è chi infatti sottolinea che gli istituti di credito italiani non allentano i cordoni della borsa perché non si fidano. I dati di Bankitalia mostrano per aprile una crescita annua delle sofferenze (senza correzione per le cartolarizzazioni ma tenendo conto delle discontinuità statistiche) pari al 22,3% (era del 23% a marzo). Peccato che ad aprile la contrazione dei prestiti alle imprese non si sia fermata, anzi: in base ai dati diffusi da Bankitalia, in un quadro di prestiti al settore privato in contrazione annua del 3,1% (-3,3% a marzo), quelli alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 4,4% (-4,3% a marzo). I tassi d’interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie di importo fino a 1 milione di euro, come vi dico da sempre il vero spread, sono risultati pari al 4,28% (4,20% a marzo), mentre quelli sui nuovi prestiti di importo superiore a tale soglia al 2,66% (2,89% a marzo).

Non ci sono più scuse, il Re è nudo: Draghi ha solo fatto l’ennesimo regalo alle banche e al sistema drogato dei soldi a costo zero e gli istituti di credito se ne approfittano. Ora occorre che qualcuno dica basta ma chi, se la Bce fiancheggia e Bankitalia tace, spogliata di ogni potere?



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