SPY FINANZA/ I derivati che fanno arrossire Greenpeace

- Mauro Bottarelli

Greenpeace ha dovuto ammettere pubblicamente che un membro del suo staff ha perso qualcosa come 5,1 milioni di dollari in speculazioni valutarie. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Quando si dice predicare bene e razzolare male. A volte, infatti, anche i più strenui difensori del cosiddetto “altro mondo possibile”, incappano in gaffes parecchio sgradevoli e destinate a lasciare brutte macchie sui curricula, ancorché la grande stampa sia sempre pronta a ignorarle in ossequio al politically correct imperante. È successo a Greenpeace, l’associazione ambientalista nota per il suo impegno per la tutela delle balene in Giappone o contro il nucleare con azioni dimostrative shock durante partite di calcio o altri happening, che questa settimana ha dovuto prendere atto e ammettere pubblicamente che un membro del suo staff ha perso qualcosa come 5,1 milioni di dollari in speculazioni valutarie. Costretta a dare una risposta alla stampa, Greenpeace ha offerto le proprie pubbliche scuse, ha annunciato il licenziamento del dipendente infedele ma ha stranamente sottolineato come quest’ultimo abbia comunque «operato nel migliore interesse dell’organizzazione».

E qui comincia il primo dubbio: quindi, il dipendente non è stato licenziato per aver utilizzato metodi di finanza speculativa ma solo per averlo fatto male, perdendo dei soldi? Per chi da sempre è refrattario a qualsiasi rapporto con il mondo delle multinazionali e della finanza, appare una sconfessione abbastanza seria: verrebbe da pensare, quindi, che non si tratta del primo caso al riguardo ma soltanto della prima volta che uno swap non è andato a buon fine. Tant’è. Nel comunicato rilasciato domenica scorsa in vista della pubblicazione del suo report annuale per il 2013, Greenpeace ha ammesso un deficit di budget da 6,8 milioni di euro (9,2 milioni di dollari) per l’anno scorso, «deficit che include una perdita da 3,8 milioni di euro (5,1 milioni di dollari) dovuta a un contratto mal giudicato che doveva servire a gestire i costi del cambio di valute estere. Capiamo come i nostri sostenitori e donatori potranno risultare sorpresi in negativo ed essere delusi da questa perdita». Quindi, anche in questo caso, la negatività è legata ai soldi persi e chi dona denaro sperando di salvare così foche e mari in ebollizione non sarà affatto deluso dall’apprendere come Greenpeace, esattamente come ogni grande azienda del business mondiale, ricorra a swap valutari per coprirsi dai rischi legati alle fluttuazione dei cambi.

I contratti, infatti, sono più di uno e vengono definiti dal dipartimento finanza internazionale dell’organizzazione «un serio errore di valutazione». E qui siamo tutti d’accordo, perché in un anno di guerre valutarie svalutative da parte di tutte le principali banche centrali, con la Fed impegnata nel “taper” del programma di stimolo monetario, la Banca centrale cinese che compra debito Usa col badile per abbassare il cross yuan-dollaro, la Bank of Japan che dà vita al più grosso programma di acquisto sul mercato mai visto mentre solo la Bce è rimasta a guardare, scommettere e speculare sull’euro debole è veramente volersi fare male da soli. Oppure, essere degli incompetenti. Detto fatto, l’apprezzamento della divisa europea sulla scorta delle ultime mosse di Ben Bernanke ha portato a una seria perdita di denaro proveniente dalle donazioni, come ha ammesso la stessa Greenpeace, dovendo giustificare la voce a bilancio in vista della pubblicazione del report e quindi del bilancio.

Calcolando che l’income annuale di Greenpeace International è stato nel 2013 di 72,9 milioni di euro, con un budget globale di 300 milioni, buttare al vento quasi 4 milioni di euro con scommesse speculative non è cosa da poco. Tanto più che come altre grande charities, anche Greenpeace solitamente sigla contratti a tasso fisso sui cambi valutari con brokers che risultano essere terza parte dell’accordo, proprio al fine di coprirsi dai rischi di fluttuazione sui mercati dei cambi: cosa è accaduto stavolta? Un dipendente troppo zelante, che però per la stessa organizzazione ha fatto un errore ma per il bene dell’ente, oppure si voleva cercare di sfruttare a livello speculativo possibili guadagni, magari legati a turbolenze sui mercati emergenti o scontando un’azione della Bce che non c’è stata? Mistero, per ora sappiamo che Greenpeace in un comunicato ha sottolineato come sappia che «la nostra stessa esistenza è garantita dalla fiducia dei sostenitori e delle contribuzioni», dicendosi «determinata a dimostrare come quella fiducia non sia mal riposta».

Per l’organizzazione, chi ha agito «lo ha fatto al di là della sua autorità e senza seguire le procedure proprie. Chiediamo scusa pienamente ai nostri sostenitori e possiamo dire che non ci sono prove di arricchimenti personali». Nonostante questo, si terrà un’audit indipendente. Ciò che resta da capire è come e se i sostenitori potranno rifarsi per i soldi perduti, visto che anche se non erano investiti in senso stretto, questi rappresentavano una donazione la cui finalità di base è stata tradita con l’utilizzo di contratti derivati e non per finanziare campagne ecologiste: Greenpeace infatti vive di contributi volontari e le piccole donazioni sotto i 100 euro rappresentano il 90% del suo finanziamento. Ovvero, circa 40mila supporters hanno visto i loro soldi persi in operazioni speculative sui cambi, invece che sentirsi fieri per aver finanziato campagne di sensibilizzazione o assalti alle baleniere.

Un segno dei tempi, non c’è che dire, ma sicuramente anche una brutta scivolata di stile per chi sembra non contemplare nel suo dna l’esistenza stessa di certe forme di finanziamento e profitto. Sia chiaro, non condanno affatto l’operazione compiuta in sé – semmai l’errore marchiano di puntare su un euro svalutato – ma mi piacerebbe che certi atteggiamenti da integralisti finissero: si può fare del bene all’ambiente anche scendendo a patti con certe logiche. Altrimenti, quantomeno, si evitino predicozzi anticapitalisti a oltranza. E temo Greenpeace non sia l’unica organizzazione a fare ricorso a certe pratiche, legalissime ma azzardate e rischiose, nonostante in pubblico le condanni come il male assoluto e la radice stessa della crisi e dell’impoverimento del pianeta. Chi è senza peccato (finanziario), scagli la prima pietra. 

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