SPY FINANZA/ Dal Dubai alla Cina, quattro ragioni per temere la crisi

- Mauro Bottarelli

Nonostante le aste dei titoli di stato vadano sempre meglio, ci sono dei segnali sull’economia reale che non devono essere affatto sottovalutati. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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Sempre meglio, andiamo sempre meglio. Ieri mattina il Tesoro ha collocato 2,5 miliardi di euro di Ctz aprile 2016 al rendimento dello 0,591%, minimo da quando esiste l’euro: a maggio gli stessi titoli erano stati collocati allo 0,786%. La domanda è stata 1,57 volte l’offerta ma non solo: è stato piazzato anche un miliardo di Btpei a 10 anni con costo di finanziamento in calo di 0,3 punti rispetto alla precedente asta all’1,62% e con domanda oltre due volte l’offerta. «I rendimenti continuano a ridursi e questo dimostra che sta proseguendo il momento positivo sul mercato obbligazionario italiano», ha commentato uno strategist all’agenzia MF-Dowjones, ricordando però che «l’offerta era molto bassa e quindi l’importanza dell’asta non è significativa». Ma che importa, andiamo che è una meraviglia. Occhi puntati ora sui collocamenti di domani.

Il Tesoro ha infatti annunciato il lancio del nuovo Btp a 5 anni agosto 2019, cedola 1,50%. Il nuovo quinquennale, che verrà offerto per un importo compreso tra 3 e 4 miliardi, sarà accompagnato dalla riapertura del decennale settembre 2024, per 2-2,5 miliardi e da quella del Ccteu novembre 2019, per 1-1,5 miliardi. Insomma, giustamente si sfrutta il momento e si colloca tutto il collocabile finché la domanda regge e lo spread è basso. Ma davvero stiamo vivendo un momento di ripresa, oppure siamo solo all’interno di un’enorme bolla che deforma la realtà?

Vi do qualche dato a livello globale, visto che rispetto alla realtà meramente europea ho già scritto fin troppo. Prendiamo il Baltic Dry Index (Bdi), ovvero l’indice dell’andamento dei costi del trasporto marittimo e dei noli delle principali categorie delle navi dry bulk cargo per le maggiori rotte mondiali e che raccoglie le informazioni relative alle navi cargo che trasportano materiale “dry”, quindi non liquido, e “bulk”, cioè sfuso. Riferendosi al trasporto delle materie prime o derrate agricole, questo indice costituisce anche un indicatore del livello della domanda e dell’offerta di tali merci e per queste sue caratteristiche viene monitorato per individuare i segnali di tendenza della congiuntura economica. Bene, dall’inizio dell’anno è crollato del 60% e oggi si trova a 867 dollari, poco più in alto dei minimi post-Lehman. Di più, come mostra il primo grafico a fondo pagina, siamo al peggiore primo semestre dell’anno di sempre.

Ora, vi pare un segnale di ripresa? Come al solito, ci venderanno la balla dell’extra-offerta di cargo per dimostrare come il crollo del prezzo non sia da legarsi a una congiuntura negativa della crescita globale? No, il problema è che viviamo in un mercato – e in un mondo – completamente manipolato, dove la crescita non esiste, ma è sostituita dal denaro a pioggia delle banche centrali. Qualche altro dato? Pronti. Sapete da dove partì veramente la crisi dei debiti sovrani? No, no dalla Grecia ma da Dubai. E guardate dal secondo grafico come sta andando la Borsa di Dubai: anche l’altro giorno, un rotondo -8%.

A trascinare sugli scogli il listino è ancora Arabtec, il principale costruttore edile del Paese, scivolato ai minimi da gennaio dopo la conferma di ulteriori tagli al personale e il licenziamento di direttore finanziario e amministratore delegato. In un solo mese, il titolo di Arabtec ha perso il 53%, il tutto su indiscrezioni che il gigante dell’edilizia starebbe per perdere il supporto vitale del governo: e cosa comporta questo? La bolla speculativa di Dubai sta per esplodere, visto che la pressione delle vendite sul titolo sta già innescando margin calls sui conti degli investitori retail, ovvero gente come noi e non hedge funds.

Il mercato non regge, i timori sono troppi e le indiscrezioni su Arabtec hanno funzionato da detonatore: e parliamo di Dubai, non di Cipro. Cosa ci dice questo? Forse che esattamente come la crisi dei debiti sovrani, anche la bolla speculativa creata dal denaro delle banche centrali potrebbe esplodere a Dubai per poi propagarsi altrove. Anzi, ovunque.

Un altro indicatore di quanto stiamo bene? Prontissimi. Guardate il primo grafico a fondo pagina: una volta era il Vix, l’indicatore della volatilità, a dirci quanta paura ci fosse sui mercati, oggi invece c’è altro. Il Vix infatti sta toccando sempre nuovi minimi storici, ma questo non perché i mercati siano placidi, bensì perché i volumi stanno evaporando e i range di trading intraday sono ridicoli. Ecco allora entrare in gioco il nuovo indicatore, quello del grafico: il Credit Suisse Fear Barometer. Bene, quest’ultimo ha toccato l’altro giorno quota 37%, ovvero il massimo da quando viene monitorato e a quando esiste questa dinamica di calcolo.

Cosa significa? È un po’ tecnico ma anche deduttivo. Se per esempio il Credit Suisse Fear Barometer fosse a 20, questo significherebbe che un investitore dovrebbe andare “out of the money” del 20% per essere in grado di comprare un’opzione put con i proventi della vendita di una call che è “out of the money” solo del 10%. In parole povere, c’è più richiesta di protezione put, ovvero il mercato ha paura. L’indice, infatti, sale quando c’è un eccesso di domanda da parte degli investitori per una protezione sul portafoglio oppure quando c’è mancanza di domanda di opzione call: chi investe a livello professionale, in parole povere, ha capito che aria tira, comincia ad aver paura e comincia a coprirsi.

Ancora non vi basta? Non c’è problema, ecco due dati freschi freschi dalla ex e ora solo presunta locomotiva economica del mondo, la Cina. L’import di rame raffinato nel Paese è infatti sceso del 17% a quota 282.969 tonnellate a maggio, il peggior dato mensile da febbraio e gli analisti si attendono ulteriori cali visto che un’inchiesta in atto a Qingdao potrebbe portare a una limitazione dagli acquisti esteri, dato che alcuni traders utilizzavano commodities come il rame come collaterale per ottenere prestiti, sintomo questo di grande salute del mercato e del fatto che l’economia cinese tira molto, visto che cala la domanda di materie prime… Ma, ironia a parte, sintomatico è quanto sintetizzato dall’ultimo grafico: guardate i tassi repo overnight cinesi, ai livelli attuali non possiamo dire che c’è aumento della domanda di liquidità, siamo proprio alla disperazione totale pur di ottenere un po’ di denaro. Ma tranquilli, va tutto bene. E anche l’asta di domani sarà un successone.

 

 



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