GEO-FINANZA/ La “dittatura” di euro e Fiscal compact che soffoca l’Europa

- Paolo Raffone

Trattato di Maastricht, moneta unica e Fiscal Compact, ecco le tre tappe della crisi che ci vede impotenti. Così Bruxelles ha ignorato la volontà popolare. PAOLO RAFFONE

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L’iperinformazione fatta di dettagli fa perdere il quadro d’insieme, offuscandone sia le cause profonde che le possibili soluzioni. Per non assorbire in modo acritico, e spesso inconsapevole, tesi precostituite si deve fare un lavoro costante e sistematico di ricerca documentale, confronto e verifica delle informazioni, a fronte di un sapere olistico che permetta di valutare ciò che si legge. Poiché ciò è complesso e confuso, e richiede tempo, volontà e perseveranza, molte persone hanno rinunciato al tentativo di tentare qualsiasi forma di comprensione profonda.

I più giovani che, rispetto alle generazioni più vecchie di una quarantina o più anni, hanno un livello di educazione formale ben più avanzata – cicli di studi completi che spesso raggiungono livelli di specializzazione certificati da master e dottorati, conoscenza delle lingue e alfabetizzazione nativa digitale, possibilità di viaggiare, benessere diffuso e buona salute – non sembrano essere interessati ad aggredire la dominazione dell’iperinformazione che veicola le tesi dominanti precostituite. D’altra parte, il modello formativo che hanno ricevuto non era pensato per stimolare la coscienza individuale e collettiva attraverso una concezione olistica del sapere, ma ad avere dei soggetti individualistici e altamente specializzati. Costoro, infatti, non reagiranno mai perché sono stati formati nel mondo del presente continuo e nell’apostasia del passato e delle radici.

Qualche reazione giovanile si è registrata dopo la crisi finanziaria del 2008, ma era dagli anni 60 che non si registravano reazioni di critica radicale del sistema dominante. Più vibranti sono state le reazioni popolari e giovanili negli Stati Uniti, nel Sudamerica e, sebbene in un contesto specifico, in Turchia. È in Europa che la reazione è stata piuttosto evanescente e debole, rinchiudendosi nella paura di perdere quei piccoli privilegi che il sistema della massificazione piccolo-borghese ha portato dagli anni 60 in poi nonostante una costante riduzione dei salari, dei benefici sociali e degli spazi partecipativi e democratici.

Il laboratorio socio-economico Cee-Ue è riuscito nel suo intento di rendere irrilevante la partecipazione politica tanto a livello nazionale quanto a livello continentale. Nella prima fase (1951-1989) l’organizzazione europea ha potuto sfruttare la “retorica della pace” accompagnata da un’aspettativa di benessere diffuso, servizi pubblici e liberalizzazione delle società nazionali. Invece, nella seconda fase, dalla metà degli anni 90, e più particolarmente dal 1997-98, il messaggio dominante è diventato sempre di più terrorizzante, prescrittivo e impositivo a livello socio-economico, costringendo all’irrilevanza la politica nazionale, le organizzazioni sociali e di rappresentanza democratica.

Il risultato è che se fino agli anni 80 resisteva la tradizionale quadripartizione europea dello spettro politico – estrema sinistra (comunisti), sinistra (socialisti e socialdemocratici), centro (cattolici liberali), e destra (cattolici radicali e liberali di destra) – dal 2010 in poi si è registrata una profonda trasformazione, con la scomparsa dell’estrema sinistra e l’apparizione di una sinistra-centro (socialdemocratici riformisti di destra), un centro (liberale), una destra (cattolica liberale di destra) e un’estrema destra (con tendenze autoritarie e a volte razziste). Un fenomeno di “destrizzazione” dello spettro politico che è comune a tutti i paesi sviluppati. 

Nel Parlamento europeo il gruppo socialista (S&D) è il secondo per voti e numero di seggi dopo i conservatori popolari (Ppe), ma, come ha notato un fine giornalista, non riesce a esprimere una leadership condivisa. Con l’eccezione degli Usa, dove il fenomeno della cultura religiosa cristiana nella politica è ancora molto vivo e trasversale, è in Europa che in circa trent’anni si è verificata la scomparsa del cristianesimo politico e l’ascesa di una laicizzazione di massa, a destra e a sinistra. Invece, il resto del mondo rilancia importanti pollinazioni tra attività politica e religiosa, sia identitaria che fanatica, come vediamo in Russia, Medio Oriente, Africa e Asia.

L’introduzione improvvisa e surrettizia della moneta unica ha creato il paradigma comunicativo che vuole convincere tutti dell’impossibilità di alternative possibili. In balia della crisi finanziaria asiatica del 1997, i ministri delle finanze europei, non si sa quanto in sintonia e in accordo con i rispettivi governi e parlamenti nazionali, hanno deciso l’introduzione immediata dell’euro a prescindere, e addirittura in contraddizione, con le previsioni giuridiche e politiche che il Trattato di Maastricht (1992) impone tuttora.

Infatti, il regolamento comunitario 1466/97 – un tipo di legislazione inferiore ai Trattati che non prevede la ratifica nazionale ma il semplice recepimento con la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale comunitaria – ha introdotto “per legge”, appellabile solo alla Corte europea di giustizia, i criteri di rigidità sul pareggio di bilancio (3%) e sul debito pubblico (60%). Questo in evidente contraddizione con le previsioni di flessibilità previste nei Trattati e ignorando totalmente la volontà politica che nei Trattati richiedeva “una crescita armoniosa”. Quindi, a oggi abbiamo l’euro che è una moneta diversa da quella che la volontà politica espressa nei Trattati e ratificata dai Parlamenti nazionali aveva voluto e ratificato (si veda il Saggio di Verità del prof. Giuseppe Guarino).

Nel caso italiano, la responsabilità è da imputare all’allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, e a Romano Prodi, che era presidente del Consiglio dei ministri e che, non a caso, tre anni dopo fu premiato con l’incarico di presidente della Commissione europea. Nel silenzio della politica e della popolazione – che si è rassegnata al destino della moneta unica che c’è – in Italia è stato proposto un timido e molto ragionevole referendum popolare che chiede di abrogare solo alcune delle previsioni più nefaste e dannose derivate dal regolamento 1466/97. Il motto del referendum è “Si all’euro dell’Europa unita, No al Fiscal Compact e alla stupida austerità”. Il silenzio dei media e della politica è assordante!

 

(1- continua)

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