SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone i “falsi miracoli” delle banche centrali

- Mauro Bottarelli

Federal Reserve, Banca centrale europea e Bank of Japan hanno messo in campo politiche monetarie che non sembrano efficaci, spiega MAURO BOTTARELLI nella sua analisi

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Stando a una recente classifica, la francese Axa è la più grande compagnia assicurativa per assets in Europa e una delle dieci istituzioni finanziarie al mondo per entrate, quindi uno dei grandi players potenziali del Qe lanciato il 22 gennaio da Mario Draghi. Potenziale, appunto, perché a smontare del tutto le speranze rispetto al piano di stimolo della Bce ci ha pensato proprio il capo del dipartimento reddito fisso di Axa presso la sede di Londra, Nick Hayes, il quale interpellato da Bloomberg sull’argomento ha di fatto decretato in anticipo il fallimento dell’intera operazione. 

Per Hayes, infatti, «Axa non ha pianificato di vendere molti dei suoi assets sotto il programma Qe della Bce, dato il suo mandato di investimento per detenzioni specifiche e la mancanza di opportunità di mettere in operatività il denaro che riceverebbe. La gente dice “Vendi i bond governativi e presta denaro ai produttori di arnesi” ma non funzione realmente così. I bassi rendimenti non significano necessariamente più prestiti all’economia reale, sono il tempo e la fiducia gli elementi chiave e gli ultimi sei anni hanno dimostrato come i programmi di Qe non li controllino». E ancora, «Axa potrebbe alleggerire alcune sue detenzioni “al margine” come i bond periferici governativi o di Paesi core, visto che ha già pareggiato un posizione overweight sulle obbligazioni governative dell’Europa del Sud nei mesi recenti, questo perché i rendimenti di quella carta ai livelli attuali non giustificano più la posizione, sia perché i bonds sono già quasi valutati del tutto, sia perché l’economia sta ancora migliorando. È difficile poter vedere grossi quantitativi di soldi fatti grazie al trade su bond periferici a questo punto o, anzi, come molti stanno scoprendo, un grosso quantitativo di denaro ora è stato perso sui periferici, a partire dalla Grecia e presto da tutti gli altri. Questo significa che finalmente l’inversione della tendenza colpirà come una vendetta». 

In parole povere, non solo il Qe non è nemmeno cominciato ed è già un fallimento, ma, soprattutto, attenzione, perché a detta del responsabile del più grosso gruppo assicurativo d’Europa, presto la dinamica di svendita che stanno patendo i bond greci colpirà anche tutti gli altri paesi periferici, quindi anche l’Italia. Insomma, nel mondo drogato delle Banche centrali che guidano il mercato, qualcosa comincia a scricchiolare. E non poco. 

A confermarlo il fatto che giovedì la Banca centrale danese ha operato il secondo intervento in una settimana sui tassi di deposito, già in negativo ma portati sette giorni fa da -0,2% a -0,35% e l’altro ieri da -0,35% a -0,5%, lasciando invariati tutti gli altri tassi. Cosa significa questo? Semplice, guadagnare ancora qualche settimana di tempo prima di seguire l’esempio della Banca centrale svizzera e rompere il peg fisso con l’euro, per timore di venire alluvionata come effetto collaterale proprio del Qe. Il quale dovrà fare i conti con una deflazione che si fa sempre più aggressiva nell’eurozona, come confermato dal dato pubblicato ieri e che ha sottolineato un’accentuazione del calo dei prezzi al consumo a gennaio. 

Dopo essere sceso in Germania dell’1% su base mensile e dello 0,3% su base annuale, per la prima volta dal 2009, l’indice dei prezzi al consumo dei 19 Paesi è calato a gennaio dello 0,6% su base annua contro il -0,5% atteso dagli economisti, il peggior risultato dal picco di crisi post-Lehman del luglio 2009, come ci mostra il grafico, Il rallentamento dell’inflazione, ha spiegato Eurostat, segue il -0,2% di dicembre, mese in cui per la prima volta ancora dal 2009 l’indice dei prezzi al consumo ha segnato valori negativi. I prezzi dell’energia hanno subito una flessione dell’8,9% a livello annuale, mentre l’inflazione core ha toccato il minimo storico a +0,5%, un valore inferiore al +0,7% del consenso: e questo significa che si iniziano a vedere i primi effetti del trasferimento del calo dei prezzi anche al dato core. «l tasso core è sui minimi storici (l’elaborazione del dato è iniziata nel 1997, ndr). Il dato è decisamente brutto», ha commentato a caldo uno strategist contattato dall’agenzia MF-DowJones, spiegando che il comparto energetico è stato quello che ha pesato negativamente più di tutti. Ma ora c’è il Qe, tranquilli, ci penserà lui a risolvere tutto: «Bisognerà attendere parecchi mesi prima di vedere quali effetti potrà avere il Qe sull’inflazione e se saranno necessarie nuove mosse da parte dell’Eurotower», ha tagliato corto, facendo ricorso al buon senso, lo strategist. 

E sapete come ha reagito la Bce non solo a questo dato ma anche agli appunti di Nick Hayes citati poco fa? Con una perla del solito Benoit Coeure, membro del Consiglio direttivo dell’Eurotower, a detta del quale «il Qe funzionerà perché è di grandi dimensioni». Alcuni cervelli chiamati a risolvere situazioni decisamente complesse e che riguardano il destino di qualche decine di milioni di persone, lo sono meno. E la Fed, il motore immobile degli ultimi sei anni di economia e finanza mondiale, nonché dei nuovi record borsistici creati su multipli da manicomio criminale, cosa fa? Mercoledì l’istituto guidato da Yanet Jellen ha riunito il Comitato monetario, il mitologico Fomc e tenuto i mercati con il fiato sospeso fino a quando non è stato reso noto il comunicato ufficiale del meeting. Il timore, nemmeno a dirlo, era quello di un segnale che facesse presagire un anticipazione dell’aumento dei tassi di interesse dallo zero attuale. 

Cos’ha deciso, quindi? Con una sola parola, la Federal Reserve ha aggiunto un elemento significativo al testo diffuso alla fine della sua riunione: nella frase in cui dice di monitorare l’andamento dell’inflazione e dei trend di mercato, la banca centrale americana fa notare che sta monitorando «sviluppi internazionali», mentre a dicembre aveva parlato solo di sviluppi. Così facendo l’istituto guidato da Janet Yellen fa capire che un rallentamento delle economie estere sta in un certo senso condizionando il suo ottimismo in merito all’economia Usa e gli «sviluppi internazionali» sono stati quindi aggiunti all’elenco di variabili che contribuiranno a determinare la tempistica con cui si inizierà ad alzare i tassi di interesse, lasciati per ora fermi allo 0-0,25%: insomma, non potendo ammettere il fallimento del Qe su tutti i fronti tranne quello di gonfiare la bolla di Wall Street, la Fed mette le mani avanti e, lungi dall’alzare davvero i tassi pena schiantare il mercato, prepara l’alibi per il rinvio della decisione e, magari, per un’inversione di marcia che la veda stampare ancora qualche miliarduccio di dollari, incolpando il quadro internazionale. 

La Federal Reserve, poi, ha eliminato definitivamente l’espressione «lasso considerevole di tempo» riferita al periodo che può trascorrere tra la fine del piano di acquisto di Treasury e bond ipotecari (decisa a ottobre) e la prima stretta monetaria (stimata dal mercato intorno a metà 2015): lo scorso dicembre quell’espressione era stata sì usata ma in un contesto differente rispetto a quello originario, cioè l’intento a detta di molti analisti era quello di fare capire al mercato che si stava preparando a una possibile stretta monetaria anche se non così presto come alcuni nel mercato avevano anticipato. E infatti aveva introdotto l’aggettivo «paziente», mantenuto anche nel comunicato di martedì e, dal momento che il governatore Janet Yellen aveva fatto capire che paziente significa che i tassi non saliranno per «almeno due meeting», questo dovrebbe significare che una stretta monetaria non sarebbe prevista almeno fino a giugno. 

Il mercato avrà tirato un sospiro di sollievo? No, Wall Street si è schiantata, dopo una partenza positiva e nonostante il dato sugli utili di Apple avesse addirittura messo il turbo al Nasdaq. Cos’hanno letto allora tra le righe i grandi investitori? Quattro particolari: primo, ciò che a dicembre erano «forti aumenti occupazionali», mercoledì sono diventati «solidi aumenti occupazionali», sintomo di una stabilizzazione nel ritmo di crescita dei posti di lavoro e quindi dell’economia Usa. Secondo, una lettura pessimistica e anticipatoria sull’ipotesi di rialzo dei tassi dell’espressione «lasso considerevole di tempo». Terzo, la crescita economica è passata da «ritmo moderato» a «ritmo solido», altro segnale di un possibile ritorno alla normalità nella politica monetaria. Quarto e ultimo, l’entrata in scena di una nuova espressione, ovvero «l’inflazione è anticipata da un ulteriore declino nel breve termine»: sintomo che le previsioni sull’andamento dei prezzi, nonostante il Qe, non sono rosee, anche alla luce del deludente dato sulle vendite al dettaglio e del dato dei breakevens a 5 anni che nell’ultima rilevazione vede il tasso all’1,33%, al di sotto del 2% previsto come obiettivo dalla Fed. Et voilà, rendimenti obbligazionari a picco, petrolio a picco e titoli azionari a picco. 

Non ve l’hanno raccontata proprio così sui giornali e nei telegiornali la decisione della Fed, vero? Immaginavo. Ma c’è dell’altro che i grandi media hanno preferito tacere, ovvero che la performance degli indici di Wall Street registrata invece giovedì non era dovuta ai risultati economici di aziende come McDonald’s o ai dati macro usciti nel pomeriggio, visto che fino alle 19 i corsi flirtavano tra parità e rialzi frazionali, con lo Standard&Poor’s di poco negativo. A dare la svolta e a far chiudere la giornata di contrattazioni con rialzi di oltre il punto percentuale è stato il senatore democratico Charles E. Schumer, il quale ha voluto rendere pubblico quanto Janet Yellen in persona aveva detto a lui e ad altri membri del Partito democratico durante un incontro a porte chiuse terminato poco prima: «Il rialzo dei tassi di interesse non sarà immediato». Insomma, ancora una volta i corsi di Wall Street sono stati salvati dall’intervento della Fed o comunque di una banca centrale, come ci mostrano i primi tre grafici: il primo ci fa vedere che ogni rimbalzo della Borsa Usa è legato a una dichiarazione o a una mossa di Istituti centrali o loro membri, il secondo ci mostra come la Borsa sia letteralmente impennata dopo la rivelazione delle parole della Yellen e il terzo come quelle parole siano state determinanti per la comunità finanziaria, tanto da schiantare letteralmente le quotazioni dell’oro, bene rifugio per antonomasia e in rally ormai da mesi per i timori di una nuova crisi globale. E sapete chi sono i principali finanziatori delle campagne elettorali del buon Schumer? Ve lo spiega il quarto grafico, senza che io debba aggiungere nemmeno una sillaba. 

Ieri poi era atteso il dato del Pil per il quarto trimestre del 2014, dopo il boom del terzo trimestre grazie ai trucchi contabili sulle spese sanitarie legate all’Obamacare che aveva portato il dato al 5%. Gli analisti di Wall Street si attendevano un 3%, mentre la realtà è stata ancora più bassa, con un Pil al 2,6%, circa la metà del dato annualizzato del trimestre precedente, quello elaborato da Fausto Tonna in trasferta a Washington. Comunque sia, il dato finale del Pil per il 2014 è al 2,4%, meglio del 2,2% del 2013 e del 2,3% del 2012, ma non certamente un qualcosa che può far gridare alla ripresa turbo che ci spacciano i grandi media. 

Entrando nel merito, il Pil è stato portato al ribasso soprattutto dalla voce delle importazioni che hanno contribuito al dato generale per un -1,39% e dagli investimenti fissi, il cui contributo è sceso allo 0,37% dall’1,18% del secondo trimestre del 2014 e che pare destinato a scendere ancora visto che soltanto ora le aziende legate al comparto energia stanno tagliando il loro capex di spesa. Insomma, di buono c’è che la spesa per consumi personali ha contribuito per il 2,87% del Pil, salendo del 4,3% trimestre su trimestre e oltre il 4% atteso dalle previsioni, il dato annualizzato migliore dal primo trimestre del 2006. La cattiva notizia, però, è che gran parte dei consumi che gli economisti ritenevano avrebbero preso luogo nel primo trimestre di quest’anno sono stati posticipati, quindi quando arriverà il dato relativo a gennaio-marzo questo dovrà essere rivisto ulteriormente al ribasso. 

Prima reazione? Il rendimento del bond trentennale Usa toccava il minimo storico del 2,249%, spinto dall’intervento – ma guarda un po’ – del solito capo della Fed di St. Louis, il mitologico Jom B. Bullard, il quale a un quarto d’ora dall’apertura delle contrattazioni sganciava la seguente bomba a frammentazione: «Mi piacerebbe uscire dalla politica dei tassi a zero il prima possibile, è ragionevole attendere un aumento dei tassi di interesse a giugno o luglio». Detto fatto, a stretto giro di posta Wall Street apriva in ribasso, ma migliorava il dato anticipato dai futures per un motivo semplice quanto paradossale: ormai Bullard è giudicato credibile quanto il mago Otelma, oltretutto come membro della Fed non ha nemmeno diritto di voto nel Consiglio, quindi il mercato ha prezzato al contrario le sue parole, scommettendo su un rialzo dei tassi molto più distante, come annunciato dal senatore Schumer ventiquattro ore prima. 

Ma siccome sono un pignolo maledetto, sono andato a vedere la composizione delle voci che hanno consentito l’aumento dei consumi ed ecco cosa ho scoperto, come mostra il quinto grafico: non solo Fausto Tonna è tornato a Washington, ma ha pure poca fantasia, visto che ancora una volta a trainare il Pil Usa ci sono le spese legate alla sanità, ovvero gli americani spendono i dollari che risparmiano facendo il pieno con il petrolio ai minimi nel magico mondo dell’Obamacare. Ma c’è dell’altro, sintetizzato dal sesto grafico: se infatti i consumi tirano così tanto, come mai le scorte di magazzino sono salite nel quarto trimestre per un controvalore di 113,1 miliardi di dollari, il secondo aumento più marcato del XXI secolo, secondo solo a quello del settembre 2010, in piena crisi? Alla luce di tutto questo Janet Yellen deve riflettere molto bene su ciò che intende fare, perché la bolla azionaria che grava su Wall Street è al massimo dell’espansione e non manca molto al botto.

 

 

 

 

 

 

Ma passiamo poi all’altro grande laboratorio keynesiano, il Giappone dell’Abenomics, dove venerdì mattina l’indice Nikkei della Borsa di Tokyo ha chiuso in progresso dello 0,39% a 17.674,39 punti: l’ulteriore miglioramento del mercato del lavoro in Giappone e la precedente ripresa di Wall Street hanno favorito il rimbalzo dopo il calo della sessione precedente. Il Nikkei ha guadagnato all’inizio delle contrattazioni oltre l’1%, a ruota di una serie di nuovi dati macroeconomici, ma la spinta si è poi esaurita in relazione a un lieve rafforzamento dello yen sotto quota 118 sul dollaro, stando agli analisti tecnici: balle e vi spiego tra poco perché. Ma prima dei dati macro tanto attesi: il tasso di disoccupazione a dicembre è sceso dal 3,5% al 3,4% (il miglior risultato dal 1997) e il rapporto tra offerte e richieste di lavoro risulta il migliore da 22 anni, con una ratio di 1,15. 

La produzione industriale nel quarto trimestre è altresì salita dell’1,8% rispetto al trimestre precedente, dando una sostanziale conferma che il Paese è formalmente uscito dalla recessione, anche se il dato sull’output industriale a dicembre (in crescita dell’1%) risulta un po’ inferiore alle attese prevalenti. Gli analisti si attendono ora per l’ultimo trimestre 2014 una crescita del Prodotto interno lordo giapponese intorno a un tasso annualizzato del 3%, dopo due trimestri consecutivi di calo. Accidenti, l’Abenomics allora funziona! Perché allora una chiusura così anemica del Nikkei, su solo dello 0,39% nonostante questi dati e il buon traino di Wall Street? Davvero ha pesato la dinamica nel cross yen/dollaro? 

No, la ragione va ricercata in un altro dato macro, quello più importante se legato agli obiettivi ufficiali dell’Abenomics, ovvero stimolare l’inflazione. Il fronte dei consumi – penalizzato in parte dal tragicomico aumento dell’Iva dal 5% all’8% scattato il primo aprile scorso – langue e non poco, come evidenziato dal dato annuale sulla spesa delle famiglie, che risulta in calo del 3,%. L’indice dei prezzi al consumo core (che esclude gli alimentari freschi) è salito a dicembre del 2,5%, ma escludendo l’effetto del rialzo dell’Iva l’inflazione rallenta allo 0,5%, ben al di sotto del target ufficiale del 2%. La banca centrale non sembra però sotto pressione per introdurre nuovi stimoli, dopo che il calo dei prezzi petroliferi (e ora l’irrigidimento del mercato del lavoro) fornisce l’alibi per mettere la sordina agli obiettivi temporali precedentemente fissati per il conseguimento di una inflazione al 2%. 

Insomma, anche alla Bank of Japan come alla Fed si mettono le mani avanti e si cercano alibi per non ammettere ciò che è palese, ovvero che il Qe in salsa di soia non serve a nulla se non a disintegrare del tutto l’economia del Paese. Il quale già oggi vive con il rendimento del bond decennale sprofondato a un minimo storico dello 0,29%, visto che il programma di acquisto di obbligazioni della Bank of Japan è diventato così grande da essere arrivato a fagocitare il 100% delle nuove emissioni del governo: dati recenti del Fondo pensionistico statale giapponese (Gpif), per esempio, mostrano che l’istituto ha già venduto alla Boj centinaia di miliardi di dollari in titoli di Stato, un suicidio finanziario che però il buon Kuroda non può fermare poiché in assenza della sua domanda, la quale è di fatto l’unica e compra a qualsiasi pezzo – quindi devastando anche il concetto di fair value e price discovery -, il mercato si schianterebbe violentemente. 

C’è però da sottolineare che il 40% delle entrate del governo del Giappone viene già utilizzato per ripagare il suo gigantesco debito pubblico e anche un aumento di 180 punti base dei rendimenti medi sarebbe sufficiente ad assorbirne il resto: ovvero, il 100% delle entrate del governo verrebbe utilizzato solo per ripagare il proprio debito. Anche con l’aumento delle imposte al consumo dal 5% all’8%, le amministrazioni pubbliche del Giappone avrebbero una spesa di circa 100 miliardi di yen l’anno a fronte di un gettito fiscale di 50 miliardi. E se in ossequio alla ricetta keynesiana, l’onere del debito pubblico è salito senza sosta fino dagli anni Ottanta, ora a causa dell’Abenomics un altro 7-10% del Pil verrà risucchiato dal debito pubblico. In compenso, in termini di yen, il reddito nazionale non ha registrato alcuna crescita netta fino dal 2006 e l’Abenomics non ha affatto modificato le cose, visto che nell’ultimo trimestre il prodotto nazionale lordo non era superiore a quello del gennaio 2013. 

La Boj sta distruggendo lo yen e sta precludendo la possibilità di un afflusso di capitali internazionali nel Paese, fatti salvi quelli speculativi e di conseguenza, il forte calo del tasso di cambio a partire dal 2012 è probabile che si accentui ancora di più nel medio termine: più a lungo la Bank of Japan stamperà enormi quantità di nuovi yen per finanziare il 100% del deficit pubblico, più questo calo si farà marcato. 

Inoltre, il crollo della valuta, a sua volta, si sostanzierà in un netto aumento del costo della vita in un Paese che importa la quasi totalità della sua energia e la maggior parte delle materie prime, mentre i salari reali crolleranno insieme al potere d’acquisto, dinamica già in atto da almeno due trimestri: lo scorso novembre i salari reali sono crollati del 4.3% su base annua, il diciassettesimo calo mensile e il più netto dal dicembre 2009. Ecco i miracoli del mercato centralizzato e dopato delle Banche centrali, di cui torneremo a parlare diffusamente la prossima settimana.

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