POSTE ITALIANE/ Le “ombre” sulla privatizzazione

- Gian Luca Barbero

Tra qualche giorno dovrebbe arrivare il nulla osta della Consob per la quotazione di Poste Italiane. Le considerazioni di GIAN LUCA BARBERO su questa operazione

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È finalmente arrivato il tanto sospirato nulla osta della Consob al prospetto informativo predisposto da Poste Italiane S.p.A. in vista della relativa privatizzazione, già in programma da tempo, insieme a FS, ENAV e STMicroelectroncs. Differentemente dalle altre matricole candidate, la società guidata da Caio ha marciato velocemente verso la quotazione in borsa, quasi incurante della situazione di mercato, dove è attesa una volatilità crescente entro la fine dell’anno a causa del giostrarsi di diversi fattori di incertezza (crisi asiatica, effetti dell’imminente rialzo dei tassi da parte della Fed, ecc.), fattori che, se si trattasse di normali logiche di mercato, suggerirebbero verosimilmente una maggiore prudenza, sin dalla campagna pubblicitaria. Lungi dal voler entrare in complicate analisi finanziarie, per le quali tra l’altro non ho competenza, vorrei però esprimere alcune libere considerazioni. 

Dalla cessione di almeno il 40% di Poste, lo Stato potrebbe incassare circa 2,5 miliardi, con possibilità di arrivare fino a 4 miliardi, in base ai generosi range di prezzo ipotizzati in questi giorni dalle banche coordinatrici dell’offerta. Si tratta di somme più che mai essenziali, visto che le stime del Documento di economia e finanza (Def) 2015 prevedono cessioni di quote di aziende pubbliche per almeno lo 0,4% del Pil da destinare alla sostenibilità del debito pubblico: per quest’anno, dunque, l’obiettivo dovrebbe aggirarsi sui 6 miliardi (un terzo dei quali già realizzati lo scorso febbraio con la cessione di una quota di Enel pari al 5,74% del capitale per un corrispettivo di circa 2,2 miliardi). Essendo cifre già “messe a budget”, per così dire, la quotazione sembrerebbe più un esito del destino che di una valutazione condotta sulla base di piani industriali e dell’andamento dei mercati.

Per quanto riguarda una delle attività tipiche della società, legata appunto alla consegna della corrispondenza, risulterebbe ancora aperto il dossier relativo al contratto di servizio universale, che ha la funzione di garantire a tutti i cittadini la possibilità di fruire di un servizio di pubblica utilità e che in Italia è riservato a Poste Italiane. La Legge di stabilità 2015 ha ridotto il contributo annuo al finanziamento di tale servizio, introducendo però una misura compensativa che autorizza ad attingere dal fondo di compensazione degli oneri del servizio universale, finanziato dagli operatori postali, per la copertura degli ulteriori oneri non ripianati dallo Stato: una parte del contributo, finora a carico dello Stato, viene così trasferito sul mercato, a scapito degli altri competitor. 

Va detto, a questo proposito, che nel disegno legge sulla concorrenza è prevista la soppressione, a decorrere da metà 2016, dell’attribuzione in esclusiva a Poste Italiane S.p.A. dei servizi inerenti le notificazioni e comunicazioni di atti giudiziari e delle violazioni del codice della strada, ma non saprei quantificarne gli effetti benefici sulla concorrenza, considerata ormai la possibilità di notifica telematica.

Il secondo ramo di business è rappresentato dall’attività di intermediazione finanziaria, che più o meno dalla fine degli anni ’90 ha affiancato il tradizionale business dell’azienda, forte di una rete di oltre 13000 sportelli sul territorio nazionale. Gran parte dei cittadini è forse ormai portata a fidarsi più delle poste che delle banche per l’apertura di conti correnti e la gestione dei propri risparmi. Una recente ispezione Consob – per la verità poco pubblicizzata se non per ribadire che è acqua passata – ha evidenziato forti criticità nell’attività di distribuzione svolta tra il 2011 e il 2013, dovute soprattutto a vendite di prodotti finanziari in conflitto di interesse (operazioni di buyback di prodotti di terzi su cui Poste incassava laute commissioni) e ad anomali profili di rischio che gli operatori attribuivano alla clientela, registrando elevati livelli di conoscenza ed esperienza in servizi di investimento per oltre il 90% dei clienti, in modo da poter vendere tranquillamente prodotti finanziari complessi, cosa che diversamente sarebbe vietata.

Infine, vorrei ricordare che il risparmio raccolto tramite buoni postali è normalmente investito, per conto di Poste Italiane, da Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., che certamente avrà un ruolo di primo piano nell’agenda delle privatizzazioni. Parte del risparmio raccolto potrà essere impiegato dal “fondo sovrano” italiano anche nell’acquisto di azioni in offerta da parte dell’emittente? 

Oltre al palese conflitto di interessi, un normale risparmiatore potrebbe trovarsi così nella situazione di comprare direttamente le azioni in borsa, spinto dall’azione di marketing dell’azienda e delle reti distributrici, ignaro del fatto che altri l’hanno già fatto al suo posto e magari per tranche consistenti del suo patrimonio. Potrebbe anche non rivelarsi un buon investimento. Vedremo.

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