FINANZA E TERRORE/ Dall’Ue pronta una “discriminazione” per l’Italia

- int. Francesco Daveri

Per FRANCESCO DAVERI, sarebbe davvero singolare che le spese della Francia per la sicurezza venissero scorporate dal patto di stabilità e che la stessa operazione fosse negata all’Italia

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

«Sarebbe davvero singolare che le spese della Francia per la sicurezza venissero scorporate dal Patto di stabilità e che la stessa operazione fosse negata all’Italia. Il rapporto deficit/Pil del nostro Paese è al di sotto del 3%, quello di Parigi è al di sopra». A evidenziarlo è Francesco Daveri, professore di Scenari economici all’Università Cattolica di Piacenza. Nei giorni scorsi il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, aveva affermato che “le spese antiterrorismo sono straordinarie e in quanto tali devono trovare un trattamento straordinario da parte dell’Ue nell’ambito del patto di stabilità”. Martedì però il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha tirato il freno a mano: “Discuteremo delle bozze di bilancio 2016 di Francia e Belgio. L’attuale crisi della sicurezza potrebbe essere un motivo per considerare queste spese come straordinarie, ma bisogna vedere il tipo degli investimenti, come e dove sono effettuate le spese e occorre vedere se hanno un impatto sui bilanci e sui conti pubblici”. Intanto la Ragioneria di Stato ha reso noto che nei primi otto mesi del 2015 l’Italia ha speso 138,1 miliardi di euro in interessi per il debito pubblico.

Il governo Renzi vorrebbe scorporare le spese per la sicurezza, che nei primi 10 mesi del 2015 sono state pari a 24 miliardi. Ritiene che sia una cifra congrua?

Non si deve guardare a quanti soldi spenda effettivamente uno Stato per fare fronte all’emergenza migranti o sicurezza. Si fa una stima di quali sono le spese aggiuntive che deriveranno da eventi eccezionali e questa voce è sottratta dal deficit pubblico che conta per il patto di stabilità. Nel contabilizzare i numeri per la clausola migranti, il governo italiano non si è vincolato a spendere veramente i soldi per questa voce. Si scorpora dalla spesa pubblica totale una possibile stima, ma poi il governo italiano ne fa quello che vuole.

Dijsselbloem ha detto che se ne parlerà per Francia e Belgio, ma sembra avere escluso l’Italia. Perché?

L’Italia e il Belgio hanno un rapporto deficit/Pil sotto al 3% mentre la Francia è al di sopra. Sarebbe quindi singolare se alla Francia fosse consentito quello che è negato all’Italia. Naturalmente il deficit non è l’unico criterio per valutare lo Stato dei bilanci pubblici di un Paese, conta anche il debito/Pil e da questo punto di vista l’Italia è messa meno bene della Francia. Parigi ha comunque un debito pubblico che è molto cresciuto nel corso degli anni e che si avvicina al 100%. Francamente quindi non vedo per quale ragione alla Francia dovrebbe essere consentito ciò che all’Italia verrebbe negato.

Come si può giocare questa partita il governo italiano?

Il governo dovrebbe fare una stima dei costi aggiuntivi che derivano dalla sicurezza, che deve essere aumentata in occasione di questi momenti straordinari. Va quindi presentata una cifra che sia plausibile. Non si possono contabilizzare le spese normali, bensì soltanto quelle aggiuntive. Questi sono i margini all’interno dei quali è giusto che l’Italia giochi le sue carte per ottenere un altro eventuale sgravio rispetto a quelli già ottenuti.

Il governo avrebbe dovuto impegnarsi di più per tagliare il debito?

Il governo deve tenere in considerazione da un lato l’elevato stock di debito pubblico, che suggerirebbe di aggiustare i conti e di ridurre il deficit con rapidità. D’altra parte però lo stato dell’economia è in un’iniziale ripresa, ma sconta ancora i tanti anni di crisi da cui veniamo. Questi ultimi si ripercuotono in un elevato livello di disoccupazione e in prestiti deteriorati che gravano sui bilanci delle banche. Ci sono alcune carte che il governo sta giocando. La tesi del nostro esecutivo è che, data l’elevata quota di capacità produttiva inutilizzata, l’economia italiana si trova ancora in una situazione di crisi.

 

Quindi lei ritiene che la vera priorità sia rilanciare la crescita?

Il rapporto deficit/Pil è comunque al di sotto del 3%. Data la situazione europea di estrema precarietà per quanto riguarda sicurezza ed emigrazione, tutto sommato non affrontare il rientro dal deficit serve anche a non esacerbare gli animi e a mantenere un clima di fiducia che è necessario nel momento della ripresa. L’importante è che a un certo punto i conti tornino, e che quindi ci sia un piano credibile per una riduzione di deficit e debito nel corso del tempo.

 

C’è il rischio che a un certo punto il debito vada fuori controllo?

Con gli attuali tassi d’interesse e con l’economia di nuovo in crescita, il rapporto debito/Pil dovrebbe cominciare a calare nel 2016. Sarà un calo molto limitato, e se cambiassero le circostanze in termini di crescita o di tassi d’interesse le cose potrebbero cambiare. I tassi però rimarranno bassi a lungo, e per quanto non rapida la crescita economica europea proseguirà. Per una volta, sia pure in modo più lento, l’Italia si è riuscita ad agganciare alla crescita europea.

 

(Pietro Vernizzi)

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