IL MERITOMETRO/ Un nuovo “spread” che penalizza l’Italia

- Nicolò Boggian

NICOLO’ BOGGIAN ci mostra i risultato del Meritometro, un indicatore quantitativo che misura il livello di meritocrazia del nostro Paese confrontandolo con altre 12 realtà europee

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Da ormai più di un mese la politica e il dibattito pubblico si sono avvitate nella scelta importante del nuovo Presidente della Repubblica e dei conseguenti impatti sulla peso politico dei vari partiti di governo e di opposizione. Mentre si aspetta che le prime riforme andate in porto del Governo Renzi – il Jobs Act, la riforma della Pa, del Fisco e della scuola – vadano a regime e dispieghino i loro effetti sull’economia e sulla società, il Forum della Meritocrazia ha provato a misurare il livello di meritocrazia in Italia.

È nato così il “Meritometro“, un indicatore quantitativo che misura il livello di meritocrazia del nostro Paese confrontandolo con altre 12 realtà europee. E diciamolo subito: per l’Italia è una vera e propria doccia fredda, anche se forse non del tutto inaspettata.

I pilastri del merito L’indicatore si basa sull’esame dei 7 pilastri ritenuti più idonei a generare e sostenere un contesto favorevole al merito. Libertà, pari opportunità, qualità del sistema educativo, attrattività per i talenti, regole, trasparenza e mobilità sociale, sono stati così analizzati partendo dalle misurazioni quantitative fornite dalle statistiche di autorevoli fonti istituzionali. E stando ai dati elaborati dal Forum, e da un’équipe di esperti dell’Università Cattolica di Milano, all’Italia spetta la maglia nera. Il nostro, infatti, è il più basso livello di meritocrazia fra i paesi considerati nella ricerca (Austria, Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Finlandia, Francia, Norvegia, Polonia, Spagna, Svezia). 

I risultati A livello generale nel vecchio continente, neanche a dirlo, i più meritocratici sono i paesi scandinavi (come si può notare nel grafico a fondo pagina) a cui spetta tutto il podio, più il quarto posto. Seguono Paesi Bassi, Germania, Gran Bretagna, Austria e Francia. L’Italia totalizza un punteggio (23) pari a meno della metà della medaglia d’oro (Finlandia, 68), ma anche inferiore di oltre dieci punti alla Polonia (39) e alla Spagna (35). 

Non va meglio l’analisi per singoli pilastri. Siamo infatti ultimi nelle classifiche parziali, con la sola eccezione di quello relativo all’attrattività dei talenti, dove l’Italia si piazza in penultima posizione. Non sfugge che le nazioni posizionate più in alto sono quelle che hanno tassi di crescita maggiori ed economie più stabili. 

Perché il nostro livello di meritocrazia è più basso? Quali politiche pubbliche possono stimolare il merito?Spesso si è detto che per aver maggiore meritocrazia si deve diminuire il grado di clientelismo della politica, il campanilismo nelle nomine e il familismo delle imprese padronali. Conforta quindi sapere che vi sia una maggiore attenzione nelle nomine pubbliche, anche se continua a esserci poco ricambio generazionale e poco cambiamento. L’errore però degli ultimi governi in materia di Pubblica amministrazione è stato di aumentare ancora di più il grado di burocrazia e di controllo formale degli enti sulle società partecipate e sull’economia, invece di semplificare le regole permettendo l’introduzione di modelli più privatistici e di impostare un vero sistema che incentivi le realtà ben gestite e penalizzi quelle poco efficienti. In sostanza, uno Stato che controlli più i risultati e un po’ meno le procedure.

Tuttavia un posizionamento così basso non si può spiegare solo con la tendenza italiana di far lavorare l’amico dell’amico o di avere un sistema di regole particolarmente ingessato. Ci deve essere qualcosa di più. Oltre a questi fattori, che causano una bassa produttività del lavoro sia nel privato che nel pubblico e alle modalità con cui si gestisce la “cosa pubblica”, bisogna discutere anche di come si spende il denaro pubblico (non sempre in modo produttivo) e quanto se ne spende (troppo per la qualità con cui lo si utilizza).

Da questo punto di vista, allora, non si scorgono ancora delle vere scelte di politica economica e sociale e quindi non ci sono ancora segnali incoraggianti sulla possibilità di avere quella crescita della meritocrazia necessaria per far crescere il nostro Paese. La spesa pubblica resta infatti molto alta e poco produttiva e di conseguenza altissima la tassazione sul lavoro. Questa spesa si concentra sulla sanità, sulle infrastrutture, sulle pensioni e sull’apparato burocratico, essenzialmente per spesa per il personale (dei cui limiti abbiamo detto sopra). Sebbene questo tipo di spesa garantisca stabilità e tenuta sociale non produce sviluppo e spesso non garantisce nemmeno equità. In queste condizioni la meritocrazia fatica a crescere. 

Diverso sarebbe se si spostassero risorse per esempio sulla ricerca, sull’istruzione, sui servizi all’infanzia e alla persona e sulla detassazione per le imprese e sul lavoro. Ognuno dei “capitoli di spesa” appena ricordati ha effetti importanti: fa crescere l’innovazione, la valorizzazione delle competenze e delle potenzialità dei cittadini, l’occupazione femminile, la natalità, favorisce la libera impresa.

Se vogliamo che ci sia più meritocrazia, oltre ad una gestione della Pubblica amministrazione più semplice e qualificata, serve che si spostino molti denari dai primi tipi di spesa ai secondi. Speriamo quindi si parli meno di chi manovra il timone e di più di dove ci vuole portare.



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