SPY FINANZA/ Dalla Svizzera una “mazzata” ai no euro

- Mauro Bottarelli

Secondo MAURO BOTTARELLI, ultimamente cresce il numero di inesattezze riguardo la finanza e l’economia. Ci sono dei dati pronti a fare chiarezza sulla situazione

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Le castronerie, spesso bipartisan, più grandi che si sentono ripetere in tema economico in questo momento storico sono due: la glorificazione della sovranità monetaria come unica salvezza del mondo e la cantilena ritrita sulle responsabilità totali del neoliberismo per la crisi che stiamo vivendo da ormai sette anni. Ne sono pieni giornali e talk-show, a tal punto che al mattino quando si prende il caffè al bar schiere di pappagalli ben ammaestrati dal pensiero mainstream ripetono idiozie senza senso e, soprattutto, senza conoscerne il significato o il contenuto. Ultimamente, poi, sono anche sorti dibattiti sproloquianti sulla Dottrina sociale della Chiesa come ricetta per uscire dal pantano, con argomentazioni da espatrio immediato alle quali contrappongo umilmente la lettura de “La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere” di Jacques Le Goff.

Partiamo dal primo totem dei “no euro”, ovvero stampare moneta come esercizio di libertà. Bene, evito lunghe disquisizioni e non scomodo i padri nobili della Scuola Austriaca di Economia, mi limito all’attualità che non avrete letto si nessun giornale. Il 15 gennaio, se ricordate, vi diedi conto del fatto che la Banca centrale svizzera aveva annunciato l’addio al peg fisso euro/franco a 1,20, di fatto un ritorno alla libera fluttuazione e all’indipendenza monetaria. Bene, tre mesi fa in un report la stessa Banca annunciava quanto gli fosse costata questa scelta sovranista: una perdita record di 29,3 miliardi di franchi svizzeri, circa 32 miliardi di euro. Venerdì lo stesso Istituto ha pubblicato il resoconto del secondo trimestre (di questo tocca dare atto, per essere di fatto un hedge fund è parecchio trasparente) e della prima metà dell’anno. Risultato? Un’altra perdita epica, senza precedenti da 50,1 miliardi di franchi (51,8 miliardi di euro), dei quali 47,2 su posizioni valutarie, un qualcosa che equivale al 7% del Pil svizzero! Insomma, nel secondo trimestre perdite per altri 20 miliardi rispetto al primo, questo nonostante in questo periodo il cross valutario del franco non abbia subito gli scostamenti drastici dei primi tre mesi dell’anno.

Motivo? Semplice, nel primo trimestre ha pagato l’apprezzamento post-peg e nel secondo il deprezzamento dell’euro a causa del Qe della Bce, essendo il grosso delle detenzioni forex svizzere denominate proprio nella valuta comune europea. Da mandato statutario, la Banca centrale svizzera – esattamente come tutte le altre – non deve contabilizzare profitti ma solo assicurare la stabilità dei prezzi, ma essendo quotata, avendo azionisti e pubblicando il 13-F trimestrale sui conti, la Snb tende a operare diversamente, pur potendo sempre ricorrere al famoso “stampare moneta” per uscire da una sgradevole posizione di sotto-capitalizzazione.

Ma dove vanno i profitti della Banca centrale svizzera? Ai suoi azionisti, ovvero i cantoni, i quali però in caso di perdite come quelle occorse da inizio anni, pagano il prezzo che impatta sulle loro economie e bilanci come vere e proprie misure di austerità fiscale. Cosa succederà ai 26 cantoni elvetici quando si renderanno conto che, a differenza del solito, non potranno godere di quei profitti e che, anzi, dovranno tirare la corda e non poco se per caso il franco non crolla e l’euro non sale, operando offsetting sul perdite del primo semestre? Tagli alla greca in salsa di cioccolato fuso? Questo non dimenticando mai che in Svizzera ci sono tassi di interesse negativi, quindi gli istituti pagano la Banca centrale per far detenere il loro capitale: referendum per l’abrogazione dei tassi sotto zero in vista? Eh sì, le gioie della sovranità monetaria al suo meglio.

Ma c’è di più, sempre dall’ultimo bollettino trimestrale scopriamo che gli assets totali della Snb sono cresciuti a 577 miliardi al 31 marzo scorso dai 561 di fine 2014, con ben 350 di essi registrati come investimenti in valuta estera. Bene, il 17% di questi, pari a 91 miliardi di franchi o 94 miliardi di euro, erano in titoli azionari esteri, ovvero il 15% del Pil svizzero è in equities e iscritto a bilancio della Banca centrale più sovranista che c’è! Ecco la lista dei titoli azionari maggiormente detenuti (nel primo grafico a fondo pagina) e come vedete sono in gran parte blue-chips statunitensi!

E pensate che sia l’unica Banca centrale a farlo? Che dire della Fed di New York, operatrice diretta sul mercato (attraverso Citadel) per almeno un decennio e con un’esposizione equity da centina di miliardi di dollari sia a bilancio che attraverso veicoli off-balance, garantiti sempre da Citadel? D’altronde, qual è l’unico scopo di Fed, Snb e le altre Banche centrali se non quello di creare reflazione per il mondo attraverso l’aumento dei corsi azionari rialzisti? E la Snb, sovranissima, fa di più, visto che rende noto trimestralmente quali azioni compra e detiene, di fatto garantendo un piggybacking a potenziali investitori che vedono nell’acquisto di titoli detenuti da una Banca centrale un trading a rischio zero, esattamente come i bond italiani e spagnoli finché Draghi stampa e compra. Si chiama MANIPOLAZIONE e qualcosa può sempre andare storto, come ci dimostrano le perdite record in cui è incorsa la Snb.

C’è però il rovescio della medaglia e questo introduce la discussione sulla seconda castroneria, quella del libero mercato e del capitalismo come male assoluto. Ovvero, se passerà da “teoria del complotto” a “complotto svelato” il fatto che le Banche centrali operino direttamente sul mercato, comprando titoli, come reagirà il residuo di libero mercato esistente alla constatazione che il valore “reale” dell’indice Standard&Poor’s è null’altro che la funzione diretta di quante volte il trading desk della Fed di New York schiaccia il tasto “buy” dal palazzo al 33 di Liberty Street?

Eh già, perché alla faccia del liberismo e del turbo-capitalismo selvaggio, il mercato non solo è drogato di denaro a costo zero per comprare titoli (soprattutto ricomprare i propri, come ci mostrano i dati record dei buybacks Usa per abbassare il flottante, tenere alto il prezzo e, soprattutto, pagare dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti), ma vede le Banche centrali non solo operative sul mercato, nella fattispecie comprando futures dello S&P’s 500, ma addirittura pagate e incentivate per farlo! Non è una mia fantasia complottista, è un programma che si chiama Cbip, ovvero Central Bank Incentive Program ed è operativo su piattaforme di trading come il Cme, come ci mostra la nota di presentazione a fondo pagina.

Capito ora perché la grande correzione non è ancora arrivata, tranne che in Cina e perché i cali sono contenuti e gli indici sfondano sempre nuovi record, nonostante gli Usa scontino dati macro da recessione e l’Europa sia nel pantano totale? Perché ci sono gli acquirenti di ultima istanza, c’è il “plunge protection team” globale che sostiene i corsi! Il Cbip permette ai cosiddetti “Partecipanti qualificati” di ricevere delle commissioni per il proprio trading di prodotti del Cme Group, attraverso conti che possono essere sia registrati a nome del partecipante o separati e gestiti da una terza parte per conto dello stesso.

 

 

Il tutto per trading solo elettronico su prodotti Cme, Cbot e Nymes, oltre a prodotti futures del Comex a partire dal primo gennaio di quest’anno e fino al 31 dicembre. Ed è un’operatività univoca, non binaria, visto che per ottenere il loro scopo, i partecipanti hanno un solo trade, ovvero l’acquisto. Anche di E-mini, ovvero futures sull’indice Standard&Poor’s di Wall Street. Insomma, pur di ottenere liquidità per il mercato, ovvero limitare gli ordini, la Cme paga un rimborso ai partecipanti per ogni loro trade e questo nonostante le Banche centrali, come la vulgata sovranista ci insegna, possano stampare tutto il denaro che vogliono!

E chi può diventare “Partecipante qualificato” al programma Cbip? Una banca centrale non statunitense, una banca multilaterale di sviluppo, un’istituzione finanziaria multilaterale, una banca sub-regionale, un gruppo di coordinamento di aiuto (!!!!) o un’organizzazione internazionale di banche centrali (vedi la BRI o la World Bank). Come si fa? Bisogna completare il modulo del Cbip e ottenere l’approvazione dalla Cme, la quale ovviamente farà controlli strettissimi e rimanderà al mittente molte richieste.

È dunque questo il liberismo selvaggio che sta distruggendo il mondo? È questo il libero mercato, radice di tutti i mali e demiurgo della crisi infinita? Per favore, smettiamola di dire castronerie, il libero mercato purtroppo non c’è più. Altrimenti non saremmo in questa situazione, dove l’intero sistema finanziario è in mano alle Banche centrali, quindi agli Stati, quindi ai politici che usano le banche d’affari per perseguire il loro scopo, cioè mascherare il fallimento patetico e totale delle loro politiche keynesiane di creazione del debito. Almeno, io la penso così. 

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