SPY FINANZA/ Le “bugie” degli Usa e gli “scivoloni” dell’Ue

- Mauro Bottarelli

Gli statunitensi sanno mentire per i loro interessi, gli europei no. MAURO BOTTARELLI mostra due esempi che spiegano bene questa situazione che va a vantaggio di Washington

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Sapete qual è la differenza più grande fra Stati Uniti ed Europa? È solo una: gli statunitensi sanno mentire per i loro interessi, gli europei no. Vi faccio due esempi che si sono sostanziati al riguardo nelle ultime 48 ore, senza che nessuno dei grandi quotidiani o telegiornali abbia avuto nulla da dire al riguardo. Mentre le Borse cercavano di non affogare dopo il tracollo di Shanghai, giovedì il settimanale belga Knack pubblicava un’intervista con Peter Praet, membro del Comitato esecutivo della Bce. E quale era il concetto forte di quell’intervista? Praet ha detto di non vedere un piano B rispetto al programma attuale di stimolo messo in atto dalla Bce. Della serie, autolesionismo a mercati aperti. 

Per carità, è vero ciò che dice, ma non lo si deve dire in forma ufficiale, pubblica e con le Borse che arrancano: serve la dottrina Greenspan, quando le cose si mettono davvero male, il compito di un banchiere centrale è quello di mentire. E invece, il buon Praet ha spiattellato tutto: «Non c’è nessun piano B, c’è un solo piano, questo anche se l’inflazione è ben lontana dall’obiettivo del 2% che si è posta l’Eurotower». E poi, il delirio keynesiano: «Se si stampa abbastanza denaro, si avrà sempre inflazione. Sempre. Ma se i prezzi del petrolio e delle materie prime cadono, è ben più difficile dare una spinta all’inflazione». 

D’altronde, la Bce ha intensificato gli sforzi per sostenere un’economia fiacca durante la riunione dello scorso dicembre, ma i mercati sono rimasti delusi dalle misure annunciate, che comprendevano un ampliamento del programma di acquisto di obbligazioni anche ai cosiddetti muni-bond e il taglio del tasso di deposito, già negativo, per incoraggiare i prestiti, dinamica che invece non si sta sostanziando, come ci mostra l’esperimento estremo della Riksbank svedese. Il presidente della Bce, Mario Draghi, all’epoca aveva commentato la decisione dicendo che il programma mensile di acquisto da 60 miliardi di euro per lo più in titoli di Stato sarebbe stato prorogato di sei mesi, quindi fino a marzo 2017, e potrebbe essere esteso ulteriormente, se necessario. E nell’intervista pubblicata giovedì, Praet ha confermato le parole di Draghi: «Guardando alla situazione economica, credo che l’attuale politica continuerà almeno fino al 2017 e più a lungo, se necessario», ha detto. 

Andando però oltre, troppo oltre in un mondo di bugie e di trading desk pronti a scoprile e punirle. Praet, infatti, ha anche difeso gli sforzi della Bce per rilanciare l’economia dell’area dell’euro. «Se la Banca centrale europea non avesse adottato le misure in atto, ci troveremmo in depressione, sono convinto di questo. L’area euro potrebbe essere caduta e questo sarebbe stato una catastrofe. La Bce, pertanto, ha fatto quello che doveva fare, ma la politica monetaria non può risolvere tutti i problemi». Della serie, il Re è nudo e ve lo certifico io che faccio parte della sua corte. Un capolavoro di autolesionismo. 

Veniamo ora agli Usa, i quali ieri hanno trionfalmente annunciato al mondo di aver creato a dicembre 292mila nuovi posti di lavoro non agricoli, contro le attese di 200mila unità e in salita dal dato – già rivisto al rialzo – di novembre di 252mila. Un successone, non fosse per un particolare: non solo non c’è stato l’aumento minimo dei salari settimanali che ci si attendeva – +0,2% -, ma, anzi, per la prima volta da 14 mesi c’è stato un calo della paga oraria, scesa da 25,25 dollari a 25,24 dollari. 

Direte voi, sai che problema a fronte di quei numeri. E in parte avete ragione, ma è andando a scavare nelle ragioni di quel centesimo di calo che si scopre come gli Usa creano posti di lavoro e, soprattutto, di che tipo. Primo, a dicembre sono stati assunti altre 36.900 lavoratori a basso salario nel comparto ristorazione, ovvero baristi e camerieri, i quali oggi contano per un totale di 11,3 milioni di unità. Il primo grafico a fondo pagina mette le cose in prospettiva: ovvero, il numero di baristi/camerieri e di lavoratori nel comparto della manifattura dal gennaio 2015 a oggi. Evito i commenti. 

C’è poi un altro dato che vale la pena prendere in considerazione, ovvero il fatto che dei 73mila nuovi lavori nell’ambito di servizi e professioni creati a dicembre, ben 34mila sono di carattere temporaneo: bene, oggi i lavoratori a tempo determinato negli Usa sono al numero record assoluto. Il secondo grafico ci mostra poi vividamente dove sta il cuore del problema: ovvero, a dicembre il numero di chi per sbarcare il lunario deve fare più di un lavoro è salito di altre 324mila unità, portando il totale a 7,738 milioni di persone, il dato più alto dall’agosto 2008: suona qualche campanello d’allarme? Insomma, di quel dato generale dei 292mila nuovi occupati, più del totale deve fare almeno due lavori per campare. 

Ecco spiegato quel centesimo in meno di paga oraria, ma anche la natura neo-feudale dell’economia Usa, lo schiavismo dei tempi moderni. Lo dicono questo gli Usa? Certo, ma all’interno di un report che nessuno, se non gli addetti ai lavori, leggeranno per intero, sui tg e sui giornali passerà un solo numero: 292mila nuovi occupati contro i 200mila attesi. E non basta, perché negli Usa nessuno vi dirà questo pubblicamente. Ovvero, il disastro degli ordinativi industriali, i quali sono scesi del 4,2% su base annua a novembre, tredicesimo calo mensile di fila. I beni durevoli, esclusa la difesa, hanno visto un calo di ordinativi dell’1%, dopo essere saliti dell’1,4% in ottobre. 

Insomma, i segnali di recessione ci sono tutti in comparti come manifattura e servizi, ma nessuno – tranne il sottoscritto e pochi altri – quando pensa agli Usa li associa a una crisi economica già in atto. Perché? Ce lo spiega il terzo grafico, il quale ci mostra come la spesa per mezzi aerei militari e loro parti, molti dei quali comprati dagli alleati mediorientali degli Usa, sia salita di 8,2 miliardi, ovvero un +46,9% in un solo mese, il dato più alto a livello mensile dall’11 settembre. È la guerra, il warfare a tenere in piedi l’industria Usa, ma questo a fronte di assunzioni unicamente in comparti a bassa incidenza salariale e temporanei nei servizi: insomma, non c’è vera crescita, non c’è economia in espansione, ci si basa come al solito sul moltiplicatore del Pil garantito dalle spese belliche. Ma questo nessuno lo ammetterà sui giornali Usa, in Europa invece diciamo sempre la verità. E facciamo la fine del cappone a Capodanno. 

 

 

 



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