FINANZA/ Così l’Europa ci sta portando verso il burrone

- Giovanni Passali

Siamo al collasso economico-finanziario, stiamo andando a tutta velocità verso il burrone e nessuno fa niente, dice GIOVANNI PASSALI supportato da alcune notizie e numeri 

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Siamo al collasso economico-finanziario, stiamo andando a tutta velocità verso il burrone e nessuno fa niente. Stiamo preparando il più grande disastro economico e sociale della storia moderna, pure superiore a quello della Grande Depressione, e nessuno vi dice niente. Sto esagerando nel mio commento catastrofico? Sono un catastrofista? Giudicate voi, dopo le notizie che qui riporto.

Domenica 8 maggio trecento soci di banca Crediveneto (dopo Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, non ci voleva un altro fallimento bancario a disastrare le povere tasche del laborioso popolo veneto) si sono presentati a Cerea in provincia di Verona, convocati in assemblea per discutere del bilancio. Non hanno potuto farlo perché all’inizio della riunione è stato letto un comunicato di Bankitalia in cui si diceva che il ministero dell’Economia con decreto (del venerdì precedente) ha posto Crediveneto in liquidazione coatta amministrativa. Ai soci sono rimaste le briciole.

Quello che ci deve colpire non è solo la modalità con cui è avvenuta la tragica conclusione di una storia di sofferenza bancaria, ma soprattutto il fatto che la notizia è stata completamente tacitata dai media. Nessun ne ha parlato, tutti zitti. Non sia mai che a qualcuno venga in mente che il sistema bancario sia tutto così, tutto intrinsecamente marcio, perché marcio è quello europeo e marcio è l’euro. C’è troppo in ballo e i cittadini non devono sapere.

Altra notizia. La produzione industriale a marzo è aumentata dello 0,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Un valore insignificante che conferma la stagnazione e spazza via ogni ipotesi di crescita, dopo il Jobs Act e dopo tutto il lavoro fatto dal governo e i sacrifici imposti.

Altra notizia. I nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato sono stati appena 51mila, contro i 225mila di un anno fa, in pieno Jobs Act. Il dato è inferiore persino al 2014, quando erano 87mila. Il Jobs Act è stato un fallimento totale, pagato da tutti noi. Come tutti sanno, il lavoro non puoi crearlo per legge se non hai una moneta tua e devi rispettare un assurdo pareggio di bilancio.

Con questi numeri Renzi è andato in Europa a chiedere maggiore flessibilità: e gli hanno concesso maggiore flessibilità non perché i numeri sono buoni, ma per evitare il collasso dell’Italia prima del tempo, cioè prima di averci spolpati per bene, acquistando le nostre migliori aziende (soprattutto quelle di Stato) per un tozzo di pane.

Altre due notizie dall’economia reale. L’apertura di nuove partite Iva in marzo è in calo del 2,7% rispetto a un anno prima. E nell’ultimo anno hanno chiuso 290 aziende al giorno.

Notizie dall’estero, perché la crisi non è solo italiana. Forse avrete letto da qualche parte che la Francia in questi giorni è flagellata dagli scioperi, tutti contrari alla riforma che Hollande vuole imporre, quella riforma che in Italia abbiamo già fatto (grazie a Monti, Letta e Renzi) e in Francia ancora no, motivo per cui hanno un deficit superiore al 4%, cioè sono fuori dai parametri di Maastricht. Ma a loro niente sanzioni, mentre noi dobbiamo andare a mendicare maggiore flessibilità, sennò sono dolori. E oltre a scioperi e manifestazioni, vi sono stati pure scontri durissimi, di cui non ci hanno detto quasi nulla.

La situazione sociale è tesissima. Così come in Grecia, dove si moltiplicano manifestazioni e scontri perché, dopo tutte le sofferenza imposte, ancora non basta, per ricevere nuovi aiuti (che aumenteranno il debito) l’Ue chiede nuovi sacrifici, nuovi tagli (alle pensioni da fame, alla sanità che non ha più medicinali). E tutto questo accade mentre tutti sanno che il 95% dei 220 miliardi prestati è andato alle banche. Ma occorre preservare quel modello, occorre che quel modello sia replicato fedelmente in Spagna, Portogallo e poi Italia. Soprattutto in Italia, dove c’è ancora tanta ricchezza (materiale) da andare a prendere con rapine finanziarie.

E pure Spagna e Portogallo se la passano male. Questa la dichiarazione del commissario Moscovici: “La Commissione Ue ha deciso di non aprire procedure sanzionatorie nei confronti di Spagna e Portogallo, nonostante non abbiano rispettato il target di riduzione del deficit. Bruxelles tornerà sulla situazione dei due Paesi all’inizio di luglio. Non è il momento giusto, economicamente o politicamente, di fare questo passo”. Capito? Non è il momento giusto politicamente. Anche se il rapporto deficit/Pil è al 5,1% per la Spagna e 4,4% per il Portogallo. E il debito spagnolo è arrivato al 100% del Pil, era meno del 50% prima della crisi.

Questi sono i risultati di un modello europeo che non funziona e non può funzionare, perché incentrato su una moneta che è straniera per tutti i paesi, quindi una moneta che può solo creare debiti. E un modello che pretende di “aiutare” a pagare i debiti impagabili con nuovi debiti, sempre più grandi. Una catena del debito che arricchisce solo gli intermediari, cioè i grandi gruppi bancari.

Ultima notizia. L’agenzia Standard e Poor’s avverte che la situazione sociale potrebbe esplodere e “intravede un elevato rischio che paesi come la Spagna, l’Italia, il Portogallo e la Francia non riusciranno a fare progressi nelle riforme intraprese, in quanto l’esercito dei disoccupati non tollererà più altre misure di austerity”. Anche loro lo hanno capito e avvertono i governi perché si preparino ai disordini sociali.

Quando lo capiremo anche noi? E lo capiremo prima che la situazione possa degenerare? E, soprattutto, dobbiamo capire che esiste un altro modo, non violento, per vincere davvero questa guerra che i poteri finanziari hanno scatenato contro di noi. Il modo semplice è quello di smettere di usare la loro moneta.

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