MIGRANTI/ La Merkel ne ha assunti solo 54, ridateci Keynes…

- Sergio Luciano

Un anno dopo che più di un milione di migranti e rifugiati sono venuti in Germania, solo 54 sono assunti a tempo indeterminato. Alla faccia dell’integrazione. SERGIO LUCIANO

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LaPresse

“Le 30 maggiori società quotate tedesche hanno un fatturato complessivo di oltre 1.100 miliardi di euro e oltre 3,5 milioni di dipendenti ma impiegano non più di 54 rifugiati con lavoro a tempo indeterminato un anno dopo che più di un milione di migranti e rifugiati sono venuti in Germania”. Non lo rileva un grillino tedesco in vena di attacchi polemici. Lo ha riportato il giornale dell’establishment economico tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Per mettere il dito sulla piaga dell’integrazione difficile, per non dire impossibile.
L’Occidente — il “Vecchio Mondo”, ricco e insicuro — è alle prese (già di suo, ovvero indipendentemente dal problema migratorio!) con una crisi occupazionale senza precedenti nella storia: anche qui, non lo denuncia qualche post-leninista in delirio post-rivoluzionario, ma il World Economic Forum, sussiegosa istituzione privata finanziata dai magnati del capitalismo globale, che lo scorso anno, a Davos, ha prodotto uno studio sul futuro del lavoro che impietosamente preannuncia 5,1 milioni di posti di lavoro in meno da qui al 2020 nelle prime 15 economie di mercato del mondo.
Ebbene: su questa crisi, come pioggia sul bagnato, arriva lo tsunami migratorio. E la Germania — meta ambitissima dai migranti, che fessi non sono per quanto ignoranti, e la riconoscono come un’economia ricca — va nel panico. Dopo il beau geste dell’anno scorso, quello di aprire le frontiere, e il primo trauma dei fattacci di Colonia, adesso fa marcia indietro e si chiede, nel suo pensiero collettivo: d’accordo che noi abbiamo sempre prosperato sulle braccia degli stranieri, è vero che senza il sudore di italiani, turchi, curdi, belgi e sudamericani non saremmo oggi l’unica economia prospera del Vecchio Continente, ma ormai abbiamo i robot per fare i lavori che fino a ieri affibbiavamo a questi uomini da soma che reclutavamo anche alla “fine del mondo”. E che ce ne facciamo di tutti questi richiedenti asilo, casa e lavoro?
“La maggior parte dei rifugiati sono ben addestrati e motivati. La Mercedes ha bisogno di loro” aveva detto giulivo il presidente della Daimler Benz Dieter Zetsche, un anno fa, prima dell’esplosione dell’evidenza. Nei fatti, i migranti non sono per niente qualificati. Non soltanto non sanno fare i mestieri che — forse, e in parte — sarebbe ancora possibile affidare loro, ma non parlano la lingua, faticano a impararla, non sono ingegneri, medici e programmatori elettronici, ma manovali e contadini. L’industria tedesca, nonostante i robot e prima che la crisi vaticinata a Davos inizi a mordere, avrebbe effettivamente ancora bisogno di riempire 663mila posti di lavoro disponibili entro la fine dell’anno, ma solo un quinto di questi posti non richiedeva quelle competenze elevate che i migranti non hanno e che è antieconomico impartirgli (tentare di…). Il partito della Merkel, per ingolosire le imprese, ha anche proposto che le aziende, in casi di assunzioni sotto-professionalizzate, possano anche per i primi sei mesi pagare il nuovo personale meno dell’attuale salario minimo di 8,50 euro all’ora, che è già da fame; legittimando un nuovo schiavismo, ma tant’è: però neanche quest’ipotesi convince.

Attorno al fenomeno migratorio manca, in realtà, in Europa e non solo in Germania, qualunque visione politico-economica rotonda, che colleghi il problema ingravescente della disoccupazione industriale da rivoluzione tecnologica in arrivo alla necessità di trovare spazi e risorse per i migranti e dia risposte unitarie a entrambi i problemi, cercandole in una nuova redistribuzione dei carichi di lavoro e del corrispondente reddito che faccia lavorare meno tutti, pagando altrettanto meno un po’ tutti ma pagandoli. L’esplosione di produttività a costi stracciati che si prepara “grazie” (?) all’imminente era dei robot intelligenti genererà un’enorme offerta aggiuntiva di beni e servizi a prezzi bassi, tanto più che le piattaforme Internet della sharing economy si stanno contemporaneamente incaricando di disintermediare molte attività, funzioni e lavoratori del terziario. Ebbene, chi comprerà tutti questi beni e tutti questi servizi? Quale domanda accoglierà quest’offerta? Nessuno se lo chiede, nessuno se ne preoccupa. Non ci pensa la Germania, non ci pensa l’Europa. Come potrebbe pensarci l’Italia? C’è qualcuno che possa resuscitare Keynes, o meglio ancora il generale Marshall?



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