BANCHE/ Adesso le popolari piacciono anche alla City

- Sergio Luciano

Le banche popolari, visto il trattamento loro riservato in Italia, sembrano essere la pecora nera della finanza internazionale. Non è però così. SERGIO LUCIANO spiega perché

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Giuseppe De Lucia Lumeno

Ma come, le banche cooperative non erano le “pecore nere” del sistema? Non erano le ultime della classe della finanza internazionale? Lo sembravano, per lo meno, quando tre anni fa il governo Renzi prese la cervellotica decisione di imporre con legge la trasformazione in società per azioni delle otto più grandi banche popolari italiane e la fusione, altrettanta obbligatoria, tra le banche di credito cooperativo. Risultato, sei banche popolari che si sono precipitate (qualcuna anche per necessità…) a trasformarsi in Spa nonostante tutti i giuristi italiani più esperti del settore fossero esterrefatti della dozzinalità e arbitrarietà della riforma e avessero ispirato numerosi ricorsi; e le banche di credito cooperativo in confuso e tuttora incompiuto rovello sul da farsi. Mentre il Consiglio di Stato ha bloccato la riforma delle popolari che, molto opportunamente, avevano procrastinato fino all’ultimo l’adempimento dell’iniquo obbligo impostole (con il colpevole avallo della Banca d’Italia) dall’ex governo.

Ebbene, adesso proprio da Londra, dall’autorevolissima rivista “The Banker”, edita dal gruppo che pubblica anche il Financial Times – distribuita in 18 paesi, con una banca dati di circa 4.000 profili per valutare capacità finanziaria, redditività e prestazioni – arriva la riabilitazione ufficiale del “modello” delle banche cooperative. Ebbene, The Banker ha assegnato per il 2016 il premio “Banca dell’anno” a due realtà del mondo della cooperazione bancaria europea: il gruppo finlandese OP Financial e quello francese BPCE. Lo sottolinea, con un editoriale che riflette l’orgoglio di categoria su Formiche, il segretario generale di Assopopolari Giuseppe De Lucia Lumeno.

Perché questa scelta di The Banker? Per ragioni squisitamente “prestazionali”. Il primo dei due istituti ha registrato, nel 2016, una forte crescita con incrementi di utile netto, captale Tier 1 e attività rispettivamente del 40, 27 e 13%. Il suo modello di “bancassicurazione” integrato (che sembra ammiccare al controverso progetto di Banca Intesa di acquisire le Assicurazioni Generali!) ha visto il numero di clienti aumentare del 4% anno su anno fino a 1,67 milioni della prima metà del 2016, e ciò grazie anche al miglioramento dell’accessibilità attraverso orari prolungati e un’offerta in continua espansione e modernizzazione dei servizi digitali. II secondo, il gruppo francese, si è segnalato, oltre che per la capacità di recupero di utile netto in crescita del 11,6%, per la strategia messa in atto relativamente alla sfida innovativa proseguendo nella politica di acquisizioni selettive con Fidor, banca digitale al 100%, e Pi Solomon, specializzata in fusioni e acquisizioni. Nel 2016 è stato il primo gruppo bancario nella zona euro a offrire servizi di pagamento tramite smartphone Apple con le sue due reti bancarie al dettaglio, Banque Populaire e Caisse d’Epargne.

“In Europa, dunque, la Cooperazione bancaria, come conferma l’attribuzione di questo prestigioso premio, è ancora, oggi più di prima, un modello primario di efficienza”, commenta De Lucia, “e di riferimento per il corretto esercizio della funzione creditizia e monetaria a favore di famiglie, privati e imprese, cuore dell’economia reale. Un modello riconosciuto, una conferma che le banche cooperative continuano a esistere, a registrare ottimi risultati, a essere difese, salvaguardate e valorizzate in tutto il mondo, anche e soprattutto come conseguenza della crisi mondiale seguita al fallimento della Lehman”.

Inevitabile a questo punto, per De Lucia, una “zoomata” sulla situazione italiana. Che contiene una severa denuncia: “Le banche popolari italiane”, scrive, “e più in generale la cooperazione bancaria, grazie all’invidiabile posizione di mercato acquisita e allo stato di salute di cui godono, sono molto appetibili e dunque contendibili. Per questo, molto probabilmente, come del resto sta accadendo per il resto del patrimonio industriale e finanziario italiano, è in corso un’operazione di spoliazione da parte del resto d’Europa che non risparmia il sistema bancario. Solo così, e alla luce della debolezza dell’Italia in Europa, è possibile spiegare la mancanza di difesa di quella parte del sistema bancario che più è necessario per finanziarie le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, e di conseguenza, per favorire la ripresa economica”.

“Oggi, però, dopo gli attacchi sconsiderati degli ultimi due anni”, prosegue De Lucia, “grazie anche a un intervento della Giustizia amministrativa e a un clima che nel Paese sta, forse, finalmente cambiando, la questione si riapre completamente. Cominciano a farsi visibili le condizioni perché venga ridata la giusta dignità alla funzione essenziale del modello del credito cooperativo delle banche popolari e territoriali e al ruolo insostituibile che le stesse svolgono a favore delle economie delle zone di appartenenza salvaguardando la concorrenza da ogni tentativo sempre dietro l’angolo di oligopolio e di bonapartismo economico. Come del resto avviene in tutto il mondo dove l’altro modello, quello della banca globale, così universalmente esaltato e sponsorizzato nel momento del massimo dispiegamento della globalizzazione e del neoliberismo degli anni ‘80 e ‘90 è considerato, altrettanto universalmente, già morto e sepolto, come di recente ha scritto autorevolmente anche il Financial Times”.

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