SPY FINANZA/ Così l’Italia si prepara al rebus del Def

- Giuseppe Pennisi

Italia e Unione europea non passano un buon momento, soprattutto perché la loro libertà di azione, dal punto di vista economico, è limitata. L’analisi di GIUSEPPE PENNISI

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

In questi giorni, mi è tornata alla mente una colazione in un bistrot parigino, all’inizio degli anni Novanta, con Marc Blondel, leader carismatico di Force Ouvrière, il sindacato “libero” francese che aveva rotto con Confédération générale du travail (di origine comunista) rivendicando “l’indipendenza” da qualsiasi partito. Si parlava da qualche anno di “seconda globalizzazione” (la prima era stata quella del 1870-1910). Blondel sottolineò che i sindacati avevano perso il loro interlocutore tradizionale in quanto “i Governi non erano diventati che meri subappaltanti dei mercati internazionali”.

Il ricordo mi è venuto leggendo le cronache di come le forze politiche italiane e gli “esperti” che le accompagnano si stanno dimenando in questi giorni per trovare un accordo sulla flessibilità per i 3,4 miliardi che secondo l’Ue mancano al nostro bilancio 2017 e soprattutto per turare la falla dei 20 miliardi che si dovrebbe parare per fare quadrare i conti 2018 (anno elettorale). Si agita molto pure Matteo Renzi che, ormai privato cittadino in quanto ex da tutti gli incarichi, farebbe bene ad andare a riflettere all’Abbazia di Vallombrosa, peraltro non molto distante da casa sua.

Ci sono varie poste sul tappeto sia per l’immediato (trovare i 3,4 miliardi per l’anno in corso), sia per impostare il Def per il 2018. Per il brevissimo periodo, si pensa di risolvere il problema con un aumento delle accise e nuove stime di incassi derivanti dalla lotta all’evasione: l’Ue dovrebbe “fare finta” di credere a queste proposte e chiudere, con flessibilità, la partita. Non si vuole toccare l’Iva (era stato pensato di portare dal 10% al 13% l’aliquota sui generi a più bassa tassazione indiretta, misura che avrebbe colpito i percettori di redditi più bassi), ma il privato cittadino Matteo Renzi avrebbe urlato che ciò lo avrebbe penalizzato alle prossime elezioni. Per il “buco” (come si diceva un tempo) di 20 miliardi per il 2018, la proposta più gettonata sarebbe quella presentata in due studi della School of European Political Economy della Libera Università Internazionale di Studi Sociali di Roma (Sep-Luiss).

I due lavori propongono un “accordo contrattuale” tra Italia e Ue, un accordo “non punitivo, ma di sostegno”. Tramite fondi Ue, in gran parte già disponibili, l’Italia raggiungerebbe e manterrebbe il livello d’investimento del passato e un quadro di certezze a medio termine per gli investitori stranieri. In contropartita, l’Italia delegherebbe all’Ue la valutazione, la selezione e il controllo degli investimenti e della realizzazione delle riforme necessarie per giungere a un aumento della produttività e al pareggio di bilancio. Il Parlamento manterrebbe la sua sovranità nel rispetto di regole comuni. In parallelo, verrebbe varata una nuova versione dell’annoso progetto “eurobonds”, basata questa volta su titoli sintetici agganciati, o emessi, dal Meccanismo europeo di stabilità (il Fondo salva-Stati).

In pratica, l’Italia chiederebbe di diventare un “protettorato”. Ciò si inquadra piuttosto poco con l’orgoglio di Matteo Renzi, ora “cittadino qualsiasi, ma non troppo”. Ci sono, poi, due punti di fondo. Il primo riguarda il “contratto Italia-Ue”. Alla base di qualsivoglia contratto ci vuole fiducia e l’Ue non ne ha moltissima nell’Italia. La stessa Ue, poi, non è onnipotente, ma soggiace a forze più robuste (quelle a cui si riferiva Blondel). È significativo un documento pubblicato sul sito del Fondo monetario internazionale il 23 marzo e di cui pare nessuno in Italia si sia accorto nonostante sia stato firmato da due economisti del Fondo (Eric Eyraud e Tigran Poghosyan) e uno della Commissione europea (Vitor Gaspar) riguardo l’uso politico delle politiche di bilancio (Fiscal Politics in the Euro Area IMF Working Paper No 17/18). Il documento è un indubbio assist a quanti vogliono tenere la barra ritta (indubbiamente il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia e delle Finanze). Lo studio analizza la politique d’abord nelle politiche di bilancio dei 19 Stati dell’eurozona dal 1999 al 2015 sulla base dei consuntivi, da cui si evincono i regali elettorali di ciascuno dei 19. In breve, tutti hanno trasgredito. Chi più chi meno.

C’è soprattutto un utile confronto con federazioni come gli Usa e il Canada in cui, rispettivamente, gli Stati e le Province hanno ampia libertà di manovra. Le sanzioni ci sono state pure quando le autorità politiche e amministrative hanno concesso flessibilità. Le hanno impartite i mercati che, ammoniva Luigi Einaudi, si vendicano sempre. In aggiunta, in questo periodo l’Ue è nel mirino:i dazi annunciati da Donald Trump sarebbero una reazione autorizzata dall’Organizzazione mondiale del commercio perché l’Ue non ottempera a decisioni prese, in base al diritto internazionale, nel 2009. Pure l’Europa è in subappalto.

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