STX-FINCANTIERI/ La vittoria francese spacciata per successo italiano

- Paolo Annoni

La vicenda Fincantieri-Stx si è conclusa ieri in occasione dell’incontro tra Macron e Gentiloni. Il risultato non è così positivo come si vuol far credere. PAOLO ANNONI

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Lapresse

Come da ampie previsioni la vicenda Fincantieri-Stx si è conclusa ieri in occasione dell’incontro a Lione tra Macron e Gentiloni. L’accordo, svelato già in mattinata da Le Monde, prevede una quota del 50% di Fincantieri a cui verrà aggiunto un 1% prestato dallo Stato francese per 12 anni dopo i quali diventerà “italiano” a tutti gli effetti. Questo 1% può essere ritirato dal governo francese se la società italiana non rispetterà gli accordi; in questo caso l’Italia potrà “restituire” il suo 50%. Nella versione originale dell’accordo firmato quando Hollande era presidente l’Italia avrebbe avuto il 51% senza condizioni, con Fincantieri al 48% e un 3% a una fondazione italiana. Questo accordo è stato unilateralmente cancellato da Macron e rinegoziato fino alla conclusione di ieri.

Chiusa la vicenda possiamo trarre alcune conclusioni. La prima è che questo accordo è una vittoria per la Francia che ridiscute con successo un accordo già firmato con l’Italia. La Francia ha ottenuto che per dodici lunghissimi anni l’azionista italiano lavori rispettando gli interessi del sistema francese pena, in sostanza, il ritorno di tutta la società in mano francese. Nemmeno un Paese europeo e partner come l’Italia può pensare di prendere la maggioranza di una società francese “strategica” senza che il governo transalpino non entri direttamente nella partita ottenendo un potere, unilaterale, di indirizzo. Nel nuovo accordo è la Francia ad avere il pallino ed è nelle condizioni di riprendersi tutto se i suoi obiettivi non vengono perseguiti.

Rispetto alle ipotesi prese in considerazione nelle ultime settimane l’Italia salva la faccia, ma il principio sancito nell’accordo originale, la maggioranza per l’Italia, è sostanzialmente disatteso. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se l’Italia, unilateralmente, decidesse di stoppare Vivendi su Telecom Italia assicurandosi poi un potere di fatto decisivo sugli indirizzi strategici del gruppo telefonico. La Francia negli ultimi anni ha ottenuto la maggioranza di un numero impressionante di società strategiche. Sostenere che fossero solo società private è grottesco di fronte a un Paese che si muove oltre ogni evidenza come un sistema unico.

La seconda vittoria francese è quella di aver posto un principio. Se il trattamento riservato a una società controllata dallo Stato italiano che ha firmato un accordo sancito da un presidente della Repubblica francese è questo immaginiamo quale possa essere l’impatto sulle mire delle società private; nessuna società privata con un briciolo di buon senso può pensare di entrare in Francia senza essere stata esplicitamente invitata. Il mercato francese rimane un tabù, a meno che non si lasci il controllo a un francese.

L’ultima considerazione riguarda gli altri dossier su cui si incrociano Francia e Italia a partire da Telecom Italia. Se l’accordo di ieri è una traccia, dovremmo concludere che all’Italia viene concesso di salvare la faccia, il +1% in prestito o l’ad di Telecom Italia, ma che nella sostanza il potere rimane saldamente in mano francese. Dovrebbe essere un avvertimento per le proposte “europee” sul resto delle attività di Fincantieri e persino su Finmeccanica; insistere su questa strada richiede o tanta malafede o tanta ideologia e incompetenza, perché nell’Europa di Macron questo è il modo in cui si fanno gli affari tra Paesi “europei”.

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