STX-FINCANTIERI/ Industria Usa e svolta “europeista” dietro la partita Italia-Francia

- Hildenbrand Sensini

La partita tra Fincantieri e Stx è molto di più di quello che appare. Ecco cosa si giocano davvero Francia e Italia. Ma per capirlo occorre fare un passo indietro. HILDENBRAND SENSINI

bruno_lemaire_piercarlo_padoan_1_lapresse_2017
Bruno Le Maire e Pier Carlo Padoan nel luglio scorso (LaPresse)

Con una previsione di due tappe, l’11 e il 26 settembre, Italia e Francia si confronteranno per risolvere il problema Stx-Fincatieri, nato a causa della “conversione a U” decisa da Macron (rispetto a quella del suo predecessore) con la negazione dei diritti che spettano in ogni parte del mondo a un azionista di maggioranza. Questo giro di danza è assolutamente coerente con la metodologia francese adottata storicamente nell’approccio ai programmi di cooperazione intrapresi con i cugini italiani.

Il nodo che il Governo italiano sta cercando di sciogliere e sul quale l’ultimo aggiornamento viene dal Forum Ambrosetti tenutosi a Cernobbio in questi primi giorni di settembre, va sciolto. Peraltro desta meraviglia il fatto che il comportamento d’oltralpe, stigmatizzato dai media nazionali e da più parti, non sia stato immediatamente compreso. È deludente scoprire che i commentatori del Bel Paese non abbiano sufficiente conoscenza della storia dei rapporti industriali Italia/Francia nei settori dell’alta tecnologia che, fino alla fine del secondo millennio, hanno — normalmente — tratto origine e stimolo dalle esigenze di natura militare. Ed è per questo che va compreso quanto segue.

La situazione, nella ratio francese ha, nel suo complesso, una valenza ben più ampia che s’innesta su un baricentro militare e necessita di un rapido cenno alle motivazioni logiche che, a cavallo fra gli anni 80 e 90, portarono al largo disimpegno (non solo italiano) dalla “via Usa” a favore di quella “europea”, nell’area dell’alta tecnologia militare.

Il rapporto militare-industriale con gli Usa era semplice: le forze armate (FF.AA.) Usa scrivevano requisiti idonei alla propria proiezione di potenza nei diversi scacchieri e l’industria H.T. (High Technology) Usa (militare e non) progettava e realizzava prodotti corrispondenti ai predetti requisiti totalmente autoctoni. I sistemi così realizzati erano dunque “tailored” per le FF.AA. Usa e le FF.AA. estere ad essi interessate (quelle che ambivano schierare materiali militarmente credibili) non potevano far altro che acquistare “as it is” prodotti che rimanevano praticamente immodificabili se non attraverso l’industria Usa e comunque con la preventiva autorizzazione governativa americana.

L’eventuale utilizzo di sistemi di scoperta o d’arma americani su piattaforme nazionali, in concorso con sistemi non Usa, avveniva a spese e responsabilità delle nazioni acquirenti, con notevoli difficoltà per ottenere le informazioni tecniche indispensabili per le diverse integrazioni di sistema. Le modalità amministrative di acquisto erano altrettanto semplici: contratto governativo Usa prestampato (DD-Form 1513) con termini e condizioni immodificabili e con oggetto/tempi/costi modificabili unilateralmente e senza preavviso dal Governo Usa.

I sistemi venduti all’estero da quel Governo erano sempre in configurazione degradata rispetto a quella in uso presso le proprie FF.AA. e, nel giro di alcuni anni, essi uscivano dal ciclo di sopportabilità logistica Usa per cui la nazione acquirente o abbandonava i sistemi acquisiti o era costretta a progredire in configurazione, con tempi e costi imposti dal Governo Usa.

Alle varie industrie nazionali dei Paesi acquirenti venivano concessi limitati spazi di collaborazione nel supporto logistico e, comunque, al di fuori della filosofia di “compensazione industriale”. L’export militare americano, vero business per l’industria Usa (non solo di settore e quindi globalmente per il Tesoro federale) coinvolge direttamente la struttura militare che considera (nella sua pragmatica visione strategica) l’export di sistemi Usa come un maldigeribile tributo da pagare sull’altare della “cooperazione” con gli alleati (meglio definibile, nel caso americano, come “assistenza militare”).

Ed è per questo che le risorse umane e strumentali del dipartimento della Difesa Usa, destinate all’assistenza agli alleati, sono tutte raggruppate in uffici (operativi, tecnici e amministrativi) che fanno capo al Fms (Foreign Militry Sales), unica struttura deputata. Per legge federale, tale struttura non può gravare neanche per un solo dollaro sul contribuente americano, ma è totalmente finanziata (materiali, stipendi e addirittura piani pensionistici) dalle nazioni acquirenti, attraverso i contratti di approvvigionamento dei materiali e delle prestazioni industriali e governative.

Come sopra detto, gli anni a cavallo fra gli 80 e i 90 segnano l’inizio della “vocazione europeista” (o meglio “antiamericana”) soprattutto degli stati maggiori delle forze armate italiane e francesi (e, in parte, di quelle britanniche) che portano alla scrittura di requisiti operativi compatibili e al successivo avvio di storici programmi di progettazione, sviluppo e produzione (anche ai fini dell’export) di sistemi missilistici navali e terrestri (programmi Fsaf e Paams, in cooperazione It-Fr-Uk), di unità navali di superficie (Classi “Orizzonte” e “Fremm” in cooperazione It-Fr) e subacquee (U-212 in cooperazione It-Ge).

Sono quelli gli anni in cui le industrie europee tecnologicamente più avanzate avvertono finalmente la consapevolezza di potersi affrancare dal legame con gli Usa e addirittura competere con le industrie di oltreoceano sul mercato mondiale che, nel frattempo, iniziava a mutare radicalmente dopo la caduta del muro.

Quelli sopra citati sono programmi che, sviluppatisi in un arco temporale di 20 anni (e quindi ancora oggi in fase di produzione) hanno comportato impegni finanziari pluriennali da “punti percentuali di Pil” per ciascuna nazione coinvolta. Programmi peraltro inesauribili almeno fino al decennio 2050, vista la necessità di garantire loro gli sviluppi di configurazione (idonei a coprire l’evolvere della “minaccia”) e del supporto logistico in vita (finalizzato a garantire la funzionalità dei sistemi, a fronte delle naturali evoluzioni hardware e software). Ben si può comprendere il radicale cambio di passo posto in essere dai primi negoziatori italiani e francesi che erano in larga misura gli stessi che avevano gestito per anni il rapporto con la parte Usa.

Quindi: non più requisiti “calati dall’alto” del dipartimento per la Difesa Usa, bensì scritti a più mani e condivisi (o ben differenziati) dai diversi stati maggiori. Non più sistemi di scoperta e d’arma prevalentemente consolidati per finalità operative Usa e immodificabili, bensì da disegnare e realizzare “su misura” per le Nazioni cooperanti. Non più contratti prestampati, bensì negoziabili; atti ufficiali e documentazione tecnica/operativa/amministrativa; non più obbligatoriamente in lingua inglese, bensì pariteticamente scritti nelle lingue dei Paesi cooperanti. Uffici di Gestione programma non più costituiti da funzionari esclusivamente americani, bensì da bilanciati esperti operativi, tecnici e amministrativi delle nazioni cooperanti. Non più prime-contractors esclusivamente Usa, bensì consorzi industriali paritetici delle nazioni cooperanti peraltro autorizzati ad accedere a sub-contractors europei (e non) in competizione sul libero mercato.

Dopo decenni di oscurantismo sembrò dunque che stesse risorgendo quel sole atto a risvegliare e riscaldare i legittimi orgogli nazionali. Sì è vero, ma…. purtroppo il libero mercato (esattamente come quello in regime di monopolio) premia sempre i più forti e nel rapporto privilegiato tra Francia e Italia, risultò subito evidente chi fosse “il più forte”.

(1 – continua) 

© RIPRODUZIONE RISERVATA