SPREAD, EURO, DEFICIT/ La verità su quello che accade intorno all’Italia

Lo spread ieri ha fatto segnare nuovi massimi e l’andamento è davvero molto pericoloso. Occorre fare chiarezza per capire cosa accade davvero. PAOLO ANNONI

03.10.2018 - Paolo Annoni
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I titoli di Stato italiani, lo “spread”, continuano a non mostrare segni di miglioramento dopo l’annuncio della finanziaria con il deficit al 2,4%. Lo spread ieri ha fatto segnare nuovi massimi e l’andamento è davvero molto pericoloso. Su questo tema continuano a intrecciarsi questioni diverse. I primi cinque punti sono opzionali. Chi ha fretta vada direttamente al sesto.

Primo punto – Il 2,4% di deficit della finanziaria è il numero più basso degli ultimi dieci anni e identico a quello dell’anno scorso “targato” Gentiloni/Padoan con le principali forze dello scorso governo che chiedevano all’Europa di poter fare numeri più alti. La comunicazione del governo rimane bellicosa e la finanziaria “tutto reddito di cittadinanza” pessima; andare contro l’Europa significa automaticamente andare contro l’unica istituzione che è in grado di fermare lo spread. I “mercati” esistono solo nella misura in cui la Bce si fa da parte. Questo è quello che è successo nel 2011 e nel 2012. L’austerity di Monti non ha fermato lo spread e i mercati non l’hanno mai “comprata” fino a quando non è comparsa la Bce.

Secondo punto – I debiti statali di tutte le principali economie globali, nessuna esclusa, sono esplosi dopo la crisi di Lehman del 2008 e le banche centrali hanno sostenuto questo sforzo stampando moneta per salvare l’economia. Dietro a parole complicate come “Quantitative easing” c’è una banca centrale che compra debito creando moneta. L’esplosione dei debiti pubblici è l’evento finanziario dell’ultimo decennio. Pensare di ripagarli con l’austerity o semplicemente e principalmente con un incremento delle tasse è una follia che sopravvive solo in Italia e in parte in Europa. Questi debiti si curano in due modi: crescita e inflazione. Come sempre, tra l’altro.

Terzo punto – Sostenere che se l’economia peggiora si farà meno deficit è un’altra assurdità. Più l’economia peggiora più gli Stati devono fare politiche anticicliche. È quello che, appunto, è accaduto nel 2008 e che accadrà nel futuro in scenari simili con le banche centrali che, di nuovo, “creano” moneta. Non sarà la soluzione migliore, ma non ce ne vengono in mente altre. Se nel 2019 ci sarà una recessione globale, imporre più austerity o una politica fiscale restrittiva o un taglio degli investimenti pubblici non sarà la soluzione in nessun posto fuori dall’Europa. Quello che accadrà, in caso di recessione globale, sarà esattamente quello che abbiamo visto nel 2008: deficit a due cifre ovunque con le banche centrali che creano dal nulla moneta comprando titoli di Stato. Per preoccuparsi degli effetti di lungo periodo c’è tempo: primum vivere.

Quarto punto – Le gravi disfunzioni dell’euro non sono un argomento di discussione per pericolosi sovranisti, ma vengono evidenziate regolarmente da una schiera di premi Nobel semplicemente perché sono evidenti; questa discussione è in atto anche tra chi l’euro lo vuole salvare. Riassumiamo in questo modo le contraddizioni: un Paese indebitato, con un’economia in difficoltà, a parità di valuta e dazi, nei momenti di difficoltà paga un interesse più alto sul debito e deve fare più austerity. Come vada a finire è abbastanza chiaro: un trasferimento di imprese da periferia a centro che si produrrebbe anche in America o in Cina se la regione A, l’Alabama, fosse costretta a competere con una regione B, New York, a parità di cambio, di dazi ma con più tasse e maggiori costi del debito. In Europa chi fa politiche anticicliche per la periferia, visto che gli Stati periferici non possono?

Quinto punto – L’Italia ha un debito molto più alto del 2008 perché c’è stato il fallimento di Lehman e perché, come è accaduto in Grecia, l’austerity ha colpito il denominatore del rapporto “debito/Pil” facendolo esplodere. Il beneficio dell’austerity è stato più che compensato dal crollo dell’economia in proporzioni tali che l’assunto iniziale, per chi ci credeva, e cioè che si mettesse il fisco italiano su binari più stabili nel lungo periodo nonostante la botta iniziale, è stato smentito.

Sesto punto – Come si esce dall’esplosione dello spread cui assistiamo? A questo punto della vicenda solo e solamente con un intervento dell’Europa e della Bce che non sono un’entità neutra, ma l’espressione di un certo “equilibrio di potere” in Europa in cui noi, l’Italia, contiamo pochissimo. Se la speculazione è in moto, come sembra, esattamente come nel 2011, non sarà né un nuovo governo, né una nuova finanziaria a poterla fermare.

Settimo punto – La comunicazione del governo è stata folle, avendo consegnato ai mercati una narrazione da governo sudamericano che fa deficit per mance elettorali e redditi di cittadinanza e poi si fa fotografare dopo la presa del “palazzo”. Nessuna preoccupazione per infrastrutture, crescita e imprese con la disoccupazione giovanile ai massimi in Europa dopo la Grecia. Oggi ci viene, inevitabilmente, riservato lo stesso trattamento che si riserva a uno Stato sudamericano che in più ha una marea di debito in valuta straniera.

Ottavo punto – Se, a prescindere da quello che si pensa di questa opzione, l’obiettivo di qualcuno è davvero l’uscita dall’euro come esito di uno scontro all’ultimo sangue con la Germania o come esito di un collasso finanziario, questo è sicuramente il modo peggiore. Uscire dall’euro con l’economia distrutta dopo mesi di calvario sui mercati è la cosa peggiore possibile per l’Italia, soprattutto se si presenta con un governo che invece di preoccuparsi di far aprire imprese, salvare quelle che non si sentono troppo bene o costruire ponti e ferrovie con una strategia, comunica assistenzialismo e mance elettorali litigando con tutti.

Oggi o l’Italia si piega all’Europa, pagando pegno per la ribellione, oppure attiva l’atomica dell’uscita dall’euro. Ma, in questo secondo caso, avendo scelto i tempi e i modi peggiori. Se uscita dall’euro deve essere, allora serve un blitz, non una traversata del deserto. Se si vuole uscire dall’euro qualche amico e qualche idea bisogna averla. Così è solo un massacro inutile. Litigare con le istituzioni europee senza un piano o un’alternativa vera, con tutti i sacrifici del caso, è senza senso. O si sta dentro o si sta fuori, ma in entrambi i casi serve un piano. Senza un piano serio le sparate degli ultimi giorni, le minacce e le smargiassate, sono solo la garanzia sulla vita di ogni speculatore.

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