SPILLO USA/ Quei complimenti a denti stretti del New York Times a Trump sull’occupazione

- Nicola Berti

Il New York Times ha commentato i dati record dell’occupazione Usa che fanno il paio con l’aumento del Pil pari al 4,1% nel secondo trimestre. NICOLA BERTI

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Guerra in Siria, Donald Trump (LaPresse)

È un articolo guardingo, a denti strettissimi, quello con il quale il New York Times ha commentato i dati record dell’occupazione Usa, gemelli degli indicatori-boom del Pil (+4,1%) nel secondo trimestre. La lente del NYT punta in particolare sui lavoratori a bassa education, senza diploma di scuola superiore: il loro tasso di disoccupazione in luglio è crollato al 5,1%, un terzo rispetto al 15,6% del picco fa 2009 e 2010, all’indomani del collasso di Wall Street (quel picco era anche il triplo del tasso di disoccupazione di chi era uscito da un “college”). 

Economisti, analisti di Borsa, imprenditori interpellati concordano con la Fed che ha appena promosso da “solido” a “forte” il ritmo dell’economia americana. Jobless che non si affacciavano più sul mercato del lavoro, oggi lo fanno con successo: e l’aumento dei posti di lavoro come “cassiera” o “custode di parcheggio” o “addetto alle pulizie e alla manutenzione” lo conferma. Né manca già qualche zona inattesa di surriscaldamento: un piccolo industriale meccanico ammette di avere difficoltà a trovare turnisti a 14 dollari l’ora. Tanto che ha allentato i suoi standard di reclutamento verso chi ha scontato pene per reati minori. I “talenti” cominciano a essere risorsa scarsa anche nelle fasce meno professionalizzate. E sono in diminuzione anche i lavori part-time: non è tempo di mezzi lavori centellinati, i datori di lavoro sembrano avere posto pieno per tutti.

Che “la gente si senta bene e spenda” il giornale lo lascia dire a qualche intervistato, con un accenno sfuggente alla riforma fiscale varata da Donald Trump. Che siano tornati a bordo della Corporate America dei “dropout” socio-scolastici per i quali nel ventunesimo secolo sembrava persa ogni speranza lo afferma un professor dell’Università del Michigan. Il giornalista gioca invece sul controluce l’osservazione che trend macro e clima di fiducia “non sembrano toccati dalle grandi manovre dell’amministrazione repubblicana sul fronte dei dazi”. Ancora: è puntuta, la newsanalysis, nel constatare che al boom dei posti di lavoro non corrisponde un pari incremento dei salari (ma con l’occupazione aumenta anche la mobilità, l’accessibilità della scala professionale).

Freddo ma preoccupato – dal punto di vista del giornale-baluardo dei democratici anti-trumpiano – è infine il passaggio più politicamente esposto dell’articolo: “È un contingente di forza-lavoro di cui Donald Trump si è fatto campione alle presidenziali e un bacino a quale sia democratici che repubblicani faranno appello alle prossime elezioni mid-term di novembre”.

I rapporti fra Trump e il giornale della sua New York sembrano comunque in evoluzione. Nei giorni scorsi un tweet della Casa Bianca ha rivelato che Arthur Gregg Sulzberger – 38enne publisher del NYT, in quinta generazione – è stato ricevuto da Trump per un colloquio informale. Sulzberger – in leggero imbarazzo presso la sua granitica redazione anti-Donald – ha replicato di aver voluto tentare di far regredire il presidente dalla sua continua polemica contro i “nemici della stampa”.

(P.S.: Nel weekend il NYT aveva in prima pagina un editoriale dal titolo sarcastico, “La costosa educazione di Mark Zuckerberg e della Silicon Valley”. Sommario: “Hanno trasformato i social media in armi e ora tutti ne paghiamo il prezzo”. Certo, Facebook è ora sinonimo di troll putiniani e denunciarlo è un modo di declinare la fatwa democrat contro Trump. Però nel 2016 le élite globalisticamente corrette di New York e di San Francisco avevano votato compatte per Hillary Clinton contro The Donald. E all’inizio del 2017 Zuckerberg aveva iniziato un singolare tour interno agli Stati Uniti, subito favoleggiato come primo atto della campagna presidenziale 2020, l’inizio della Grande Riscossa. Sono passati meno di due anni e scopriamo che i liberal della East Coast, dopo aver allevato Mr. Facebook nei dormitori di Harvard, lo giudicano ora un traditore, come tutti i suoi compari californiani. Alla stregua dell’ex eroe Julien Assange, il Robin Hood di Wikileaks. “The (New York) Times are changing”, canterebbe il Nobel Bob Dylan. Gli anni ’60 e seguenti sono davvero lontani.)



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