SPILLO/ Di Maio discettando di spread fa il gioco degli anti-italiani

Luigi Di Maio rilascia dichiarazioni sullo spread, ignorando forse che questo indicatore, importante per il debito, dipende anche da quello che non fa il suo Governo. SERGIO LUCIANO

09.08.2018 - Sergio Luciano
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Luigi Di Maio (LaPresse)

Ma benedetto ragazzo, con tutta la sua furbizia, Luigi Di Maio – detto “Giggino” dal suo detrattore principe Vincenzo De Luca – potrebbe talvolta stare un poco più attento con le parole. In un’intervista pubblicata ieri, invece, il vicepremier e leader dei Cinquestelle, titolare di Lavoro e Sviluppo economico nel Governo Conte, ha detto che “lo spread è un numero, come il Pil, che da solo non serve a misurare la felicità di un Paese o le performance della sua economia. Ci sono parametri, anche in Europa, totalmente e forse volutamente ignorati che potrebbero ribaltare i rapporti di forza tra Paesi. Quindi stiamo parlando di scelte politiche che necessariamente dovranno cambiare a Bruxelles”.

Bene, bravo, bis. Viene in mente il Don Ferrante dei Promessi Sposi (brivido sulla pelle pensando alle facce sbalordite e per lo più ignare di chi dietro la tastiera smanetta post e tweet in merito) che discettava se la peste fosse “sostanza” o “accidente”, maneggiando disinvolto la relative categorie aristoteliche, ma, nel frattempo, non prendendo le precauzioni del caso, si beccò il contagio e morì… Augurando a Giggino ogni bene, personale e politico – anche perché alcune cose indiscutibilmente buone le sta facendo, come il divieto della pubblicità per i giochi d’azzardo legali o i maggiori sgravi alle assunzioni a tempo indeterminato – si deve anche raccomandargli più prudenza. Mentre discetta sulla natura dello spread, di spread potrebbe malauguratamente soccombere, e con lui il Paese.

Lo spread non ha alcun bisogno di “aver ragione” per imporre al sistema finanziario internazionale la sua legge. Non è figlio della politica e nemmeno al 100% della speculazione. È un calcolo: è la differenza tra il rendimento di un Btp italiano e quello di un Bund tedesco. Se un Btp rende il 3% e il Bund il 2%, il differenziale sarà di 100 punti base. Oggi lo spread veleggia attorno ai 250 punti base, oltre 100 in più rispetto alla fine dell’aprile scorso, pari a un costo di 2 miliardi di euro in più di interessi annuali che il Tesoro deve pagare a chi compra i suoi Btp…

Chiamiamolo pure “ricatto dei mercati”, se ci fa star meglio, ma tant’è: un Paese indebitato per il 132% del suo Pil deve riuscire, per andare avanti a pagare pensioni e stipendi, a collocare sul mercato ogni mese quasi 40 miliardi di titoli, che devono trovare compratori e quindi offrire loro rendimenti appetibili rispetto al rischio e alle offerte concorrenti. E la speculazione, periodicamente, chiede di più: se appena le si offre il pretesto per farlo. E quanto a pretesti l’Italia gliene ha spesso offerti tanti.

È in questa cornice che il Governo Conte – a oggi incolpevole del maxidebito italiano! – dovrà, con la prossima Legge di bilancio trovare i termini di una quadratura del cerchio ai confini con la realtà: mantenere, almeno un po’, le mega-promesse della campagna elettorale, grazie alle quali i giallo-verdi hanno vinto, e non farsi massacrare dai mercati. La prudenza di Tria e i virtuosismi dialettici di Salvini e Di Maio qualcosa potranno fare, ma poco. Non ci sono i soldi, e la spending-review – la grande illusione di tutti gli ultimi governi per ridurre l’ancora enorme spesa pubblica improduttiva – è ben lontana dall’essere fattibile sul serio.

Di Maio ha in mano la patata bollente dell’economia più del prudente Salvini, che si è arroccato sulla materia spinosa ma non altrettanto spendereccia dell’ordine pubblico. Deve sapere, dunque, Di Maio che le sue idee – giuste o sbagliate che siano – possono fornire ai mercati il destro per attaccare l’Italia speculativamente e fare soldi. 

Tenga presente che il nutrito fronte degli “anti-italiani” alla Mario Monti, quelli per i quali l’Italia migliore è una Germania che sa cucinare gli spaghetti al dente, ha dalla sua l’artiglieria di tutti i media, a oggi compresa la Rai (fino alle prossime nomine). Perfino Berlusconi, essendo editore in proprio, aveva – se non altro – avuto sempre dalla sua i suoi giornali e le sue tv. I media di area “benpensante” si stracciano le vesti alle critiche dei giallo-verdi contro l’Europa a guida tedesca. Per loro l’unica strada è l’austerity e arrivano al punto di considerare la purga imposta dalla Troika alla Grecia – Paese gaglioffo quant’altri mai, ma non per questo passibile di garrota – come la punizione in fondo giusta per uno Stato scialacquatore: senza accorgersi che la Grecia, per essere stata espropriata di tutte le sue infrastrutture a favore di proprietà straniere, per essere stata condotta ai massimi storici di disoccupazione e per essere in ginocchio sotto tutti i punti di vista, è la prova provata che di austerity si può anche morire. Ma tant’è: comanda la Germania, e i suoi corifei non hanno a oggi sviluppato alcun pensiero evolutivo, sul ruolo e la missione dell’Europa unita. Nessuna visione sociale, nessuna visione solidale, soltanto un’ode permanente agli egoismi nazionali in salsa deutsche. Con buona pace dell’Europa di Spinelli e di Delors.

Le tv e i giornali di area berlusconiana non appoggiano il governo perché trovano in esso un “compagno che sbaglia”, Salvini, e che inopinatamente appoggia il mangia-Cavaliere Di Maio; dunque criticano a tutto spiano la componente pentastellata del governo, badando solo a evitare che attaccando troppo l’esecutivo di cui in fondo Salvini è co-leader, costui si stufi e mandi all’aria per ripicca le produttive (anche politicamente) alleanze che Forza Italia e Lega hanno in Lombardia, Veneto e Friuli. Forse pensano – e direi con ragione – che Salvini non è così stupido dal compromettere il certo (le tre Regioni) per l’incerto (la coalizione di governo) e quindi continuano a martellare.

Le testate di Urbano Cairo, da La7 al Gruppo Rcs col Corriere della Sera, erano state fino a poco tempo fa meno precluse alle ragioni dei giallo-verdi, anche nel riconoscerne qualche merito, ma qualcosa è cambiato negli ultimi tempi, con coincidenza certamente casuale, con il mancato ridimensionamento, da parte del Governo, degli auspicati tagli alla capacità di raccolta pubblicitaria della Rai… Per cui soprattutto il Corriere – il quotidiano oggi di gran lunga più autorevole nel Paese – ha riscoperto la sua faccia cattiva, affidata non più alla gelida gnagnera di Monti, ma al tandem Giavazzi-Alesina, e a sua volta martella. Dunque Giggino e Salvini devono accontentarsi di un po’ di aperture di credito residue de La7, dell’appoggio diffidente del Fatto, e di poc’altro. Quindi, qualsiasi cosa facciano o dicano Di Maio e “Il Capitano”, sono pernacchie e sdegno.

Ma guardiamo ai fatti. Il vero problema del governo è che non ci sono i soldi, e ne servono: una dozzina di miliardi solo per non aumentare l’Iva; e almeno 5 per fare anche solo una specie di “prova generale”, di “simulazione” della flat-tax (si parla di un interventino a favore delle sole società più piccole) e del reddito di cittadinanza (da finanziare un pochetto di più dell’embrione partorito dal Governo Gentiloni). Impensabile poi metter mano alla Legge Fornero: e i risparmiucci ricavati dal taglio alle pensioni d’oro basteranno tutt’al più a finanziare il cambio delle fioriere a palazzo Chigi.

Saranno cavoli amari, quindi, per Di Maio e Salvini, far accettare ai rispettivi elettorati questi topolini partoriti dalla elefantiaca campagna elettorale. Se con qualche barbatrucco i due riusciranno a scollinare l’immancabile ondata di delusione che arriverà in ottobre dal loro elettorato, devono badare bene a evitare che si aggiunga alla bolletta della Legge di bilancio anche il denaro da stanziare per fronteggiare l’eventuale effetto-rincaro dei rendimenti che dovesse essere portato dallo spread: altrimenti, non si sa davvero come potrà il governo cavarsela. 

Quindi, cari vicepremier: di fronte a questi problemi, non si rilasciano dichiarazioni a vanvera, la prudenza è d’obbligo. E quando si replica agli attacchi degli anti-italiani, si chieda loro dov’erano quando il quadriennio renziano passava a suon di fanfare aumentando il debito e senza aumentare davvero l’occupazione (che si misura in ore lavorate e non in teste nominalmente occupate solo perché Eurostat ha deciso di definire occupato anche un poveraccio che lavora una sola ora alla settimana, morendo intanto di fame). Non risponderanno, gli anti-italiani, ma almeno staranno un po’ più zittini. Ecco: stiano zitti anche i due vicepremier e facciano quanti più fatti possibile.

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