DEF 2018/ Tutti i punti deboli della “manovra del popolo”

- int. Francesco Forte

“Adesso diventa decisivo il ruolo di Mattarella, che ha il dovere/potere di controllare che le misure del Def siano conformi agli articoli 81 e 97 della Costituzione” spiega FRANCESCO FORTE

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Luigi Di Maio. Sullo sfondo Giovanni Tria (LaPresse)

Dopo il Def che pone l’asticella del deficit al 2,4%, Lega e M5s sono molto soddisfatti, ma la reazione dei mercati non si è fatta attendere: spread sopra quota 270 e Borsa, titoli bancari in testa, a picco. C’è da essere contenti perché ci sono più spazi finanziari per la crescita o c’è da preoccuparsi per la tenuta dei conti pubblici? “Come cittadino italiano – risponde Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze – sono molto preoccupato. Adesso diventa decisivo il presidente della Repubblica. Perché Mattarella ha il dovere/potere di controllare che le misure siano conformi alle regole costituzionali degli articoli 81 e 97. L’articolo 81 è molto simile al fiscal compact e stabilisce l’equilibrio tra le entrate e le spese, fatta eccezione per la capacità produttiva inutilizzata, mentre l’articolo 97 stabilisce che le pubbliche amministrazioni sono tutte tenute a seguire queste regole, che quindi non riguardano solo lo Stato centrale. Le due norme della Costituzione sono fondamentali per il controllo di legittimità da parte del presidente Mattarella”.

Secondo lei, che cosa è successo, visto che si è arrivati al 2,4% dopo che per settimane il ministro dell’Economia aveva tenuto la barra ferma sull’1,6% di deficit? Perché Tria ha dovuto cedere?

Perché, a mio parere, lo hanno messo lì con Paolo Savona, il quale non ha partecipato al vertice di governo per discutere il bilancio. È andato per dirgli: caro Tria, se tu continui così, sarò io il ministro dell’Economia al tuo posto. E non c’è neanche bisogno di fare un rimpasto, perché Savona sarebbe diventato, oltre che ministro degli Affari europei, anche titolare dell’Economia, il che non è in sé così scandaloso, visto che affari europei ed economia si saldano insieme. Di fronte al fatto che il governo giallo-verde avesse pronto un altro ministro, non era possibile aprire alcuna crisi di governo. E questo, secondo me, è stato il ricatto.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha difeso il Def dicendo: “Vogliamo ridurre il debito ma con la crescita”. È davvero una manovra per la crescita, visto che arriviamo a un deficit del 2,4%, cioè con una dote di 17 miliardi in più da utilizzare?

Intanto non sappiamo come esattamente sarà la manovra, perché questa è solo la copertina. Per ora è stato fissato il deficit, ma non si conoscono ancora le articolazioni nè il contenuto del testo. Quindi non sappiamo a quanto ammontano gli investimenti pubblici e quant’è l’entità dei tagli fiscali.

Si sa, però, che per il reddito di cittadinanza verranno messi a disposizione 10 miliardi e per “quota 100” delle pensioni serviranno 6-8 miliardi…

Quota 100, se gestita bene, ha persino effetti positivi, perché genera occupazione. Cioè genera posti di lavoro che il reddito di cittadinanza non può certo inventare. Il difetto del reddito di cittadinanza è la sua trasformazione in sussidio a chi non ha ancora un’occupazione, oltretutto inserendo la regola, in caso di proposta di occupazione, che la sede di lavoro sia entro i 50 chilometri e che sia consona alla specializzazione del beneficiario. Ma in questo modo un laureato in legge, se vive al Sud, non troverà mai posto.

La decisione di Macron di alzare il deficit della Francia al 2,8% è stata una sorta di assist alle richieste del governo giallo-verde?

Sicuramente sì. Anche se il ragionamento è privo di senso, perché, dal punto di vista legale, la Francia non è obbligata come noi a rispettare le regole del fiscal compact, dal momento che ha un debito pubblico sotto quota 100, per i mercati un dato tranquillizzante. Inoltre la Francia vanta una produttività che è aumentata rispetto all’epoca pre-crisi, mentre in Italia non siamo ancora tornati a quei livelli. Quindi Macron ha dei buoni motivi per chiedere di alzare il deficit, sia dal punto di vista delle ragioni legali sia della sostenibilità finanziaria. A ciò, poi, si aggiunga che il sistema bancario francese è solidissimo, superiore a quello tedesco e a quello italiano, ovviamente più acciaccato. Il debito pubblico francese, tra l’altro, ha uno spread rispetto ai Bund tedeschi di soli 35 punti e non di oltre 270 come il nostro. Che poi Macron abbia fatto quest’annuncio per rimediare a una situazione politica disperata e per cercare di controbilanciare la sua riforma del mercato del lavoro, che non è molto efficiente, questo è un altro discorso. Ma la voglia di imitazione qui in Italia è stata assunta come pretesto dai leghisti e dagli altri per ignoranza.

Ignoranza?

Ciò che preoccupa, me soprattutto, è che c’è qualcuno che lancia dichiarazioni che sembrano uscite dai testi della Rivoluzione francese, dichiarazioni utopiche. Ricordano quelle di Robespierre, quando scriveva che finalmente il popolo si era liberato di tutti i vincoli ed era padrone dei suoi diritti. Ricordiamoci che la Rivoluzione francese è arrivata al macello, poi all’iper-inflazione e infine alla restaurazione.

E adesso cosa rischiamo?

Il presidente della Repubblica può avere un potere correttivo sostanzioso. Prendiamo, per esempio, la pensione di cittadinanza: oltre a essere costosa, è anche un po’ iniqua. Perché per gli anziani poveri, che esistono e non sono pochi, ma che non è detto abbiano già raggiunto la soglia per l’età pensionabile attuale, la tragedia a questo punto è ancora maggiore. C’è gente che ha 58 anni ed è malconcia, e sono proprio queste le persone di cui il governo avrebbe dovuto occuparsi.

Di Maio ha twittato che con il reddito di cittadinanza “abbiamo sconfitto la povertà”. Non è così?

No, non è affatto vero. Perché con il reddito di cittadinanza diamo dei soldi a dei giovanotti che, largamente, lavorano in nero e non diamo invece i soldi ai veri poveri. L’aiuto ai poveri si fa, innanzitutto, con interventi ad hoc, rispondendo ai bisogni, specifici e non reddituali, e si tratta di interventi che riguardano persone in stato di indigenza e non certo di un reddito che il beneficiario può spendere anche al bar. Oltretutto stiamo parlando di una cifra molto consistente. No, la lotta alla povertà è tutta un’altra cosa.

Ieri intanto lo spread è schizzato verso l’alto e la Borsa è crollata. Ma lo stesso Di Maio prima ha detto “Non mi preoccupo di spread e Borse” e poi ha aggiunto “Non vogliamo lo scontro con la Ue”. Che ne pensa?

Che Di Maio non capisce l’economia e la contabilità delle finanze pubbliche. Perché è chiaro che, se lo spread sale, il suo bilancio si autodistrugge: aumentando il costo della gestione del debito, i soldi per le spese che lui si immagina di poter fare vengono meno. Basta uno spread a 260 – ma penso che arriverà a 300 se non ci saranno correzioni – per metterci nella condizione di dover pagare di più il servizio al debito, cioè il deficit va a finanziare il cosiddetto bilancio secondario, a tutto detrimento delle risorse disponibili per il bilancio primario. Se fossi in Di Maio sarei preoccupato.

E con la Ue come la mettiamo?

Il fatto che Di Maio non voglia lo scontro non vuol dire nulla. L’Unione europea chiederà di scendere al 2%, se non si vuole che l’Italia subisca una procedura d’infrazione. Non andare allo scontro, allora, cosa vuol dire: accettare la procedura d’infrazione o accettare di modificare il contenuto del Def?

Il governo è convinto di poter rassicurare i mercati e la Commissione, che “saranno costretti a ricredersi sull’Italia”. Guardando alle misure previste, che carte può giocare Conte? Gli investimenti?

Gli investimenti sono sicuramente un fattore positivo, però non bastano a certificare uno slittamento del deficit dallo 0,9% al 2,4%. È evidente che tutti questi punti non sono equivalenti a misure di investimento.

Eppure per il programma straordinario di manutenzione della rete viaria, vista l’eccezionalità e l’urgenza, il governo italiano è intenzionato a chiedere il riconoscimento della flessibilità di bilancio. Vuol dire bussare alla Ue per ottenere ulteriori risorse al di là del deficit al 2,4%?

No. Vuol dire semplicemente che questo capitolo rientra nelle concessioni di flessibilità. Però è stupida – mi permetto di dire – questa argomentazione, perché le spese di manutenzione straordinaria sono comunque spese di investimento. Chi scrive queste cose mi sembra non abbia in sé neanche i princìpi elementari dell’economia. La spesa per investimenti consente alla rete viaria di funzionare meglio e, funzionando meglio, si genera una riduzione del costo dei trasporti, con conseguente miglioramento della produttività. E con una maggiore efficienza produttiva si genera un output gap, concetto che probabilmente sfugge a questi signori. La questione dell’eccezionalità è una stupidaggine, un’aggiunta inutile da leguleio. E ciò è tutta colpa dei difetti culturali in cui sono avviluppati i due partner di governo.

Cosa intende dire?

I Cinque stelle hanno dei legulei, non dei giuristi; la Lega, invece, ha dei commercialisti – senza voler offendere nessuno – o degli esperti di finanza bancaria. Sono figure non in grado di capire i meccanismi della macro e della microeconomia, ecco perché avrebbero bisogno di uno come Tria, che è un economista ma lo hanno esautorato, o come Daniele Franco, un ottimo ragioniere generale dello Stato.

Cosa succederà adesso?

Prima di tutto, lo ripeto, ci sarà il magistero del presidente della Repubblica, che può suggerire delle correzioni. Posto che non lo faccia, ma io mi auguro che qualcosa proponga, perché in base agli articoli della Costituzione che ho citato all’inizio Mattarella ha una grossa responsabilità, c’è poi l’interlocuzione con la Commissione Ue, la quale è sicuramente in una posizione debole, viste le elezioni europee della primavera 2019. Ma da Bruxelles, come primo passo, chiederanno di fare delle correzioni. E secondo me, visto che il governo vuole intervenire sulle aliquote fiscali, che possono essere digerite da un effetto espansivo legato alle misure in questione, questo effetto dilatazione può avere impatti positivi sul rapporto debito/Pil, il che renderebbe sostenibile anche un deficit al 2,1%. Si tratta, insomma, di muovere solo uno 0,3%.

(Marco Biscella)

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