Italia in recessione: cos’è e che significa/ Pil giù, economia ‘depressa’: le conseguenze e come se ne esce

- Niccolò Magnani

Recessione tecnica: che cos’è e cosa significa per l’economia italiana dopo il calo del Pil. L’economia “depressa”, le conseguenze e come se ne esce

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(Pixabay)

Con il Pil dell’economia in calo per il secondo trimestre consecutivo (Q3-Q4 del 2018) l’Italia è ufficialmente entrata in recessione tecnica: in termini meramente esemplificativi, con recessione si intende un Paese che arrivato ad una certa capacità produttiva non è poi più in grado di sfruttarla pienamente. L’opposto della crescita economica, la recessione porta al mancato sviluppo di diversi settori dell’economia con possibili ricadute su consumi, produzione di beni e servizi e ricchezza della popolazione: a livello di teorie economiche, non vi è un unico caso in cui si può con certezza parlare di “recessione” visto che l’economia di un Paese è molto più complessa e variegata di quanto una pur solida teoria possa inquadrare. Al netto di ciò, l’economista Julius Shiskin, come ricorda il Post, è stato “adottato” ormai universalmente come il padre della teoria che ancora oggi vige in materia: suggerì infatti di considerare l’andamento del Prodotto Interno Lordo in due trimestri consecutivi, se il dato resta negativo in entrambi allora il Paese si può dire in recessione. Tra le immediate conseguenze “principali” che possano intercedere quanto un Paese, come l’Italia in questo caso, entra nel ciclo negativo per così tanti mesi consecutivi vi possiamo trovare il calo dell’occupazione legato strettamente alla minor produzione: ma anche sfiducia dei mercati e aumento del costo della vita.

COME SI ESCE DALLA RECESSIONE

L’economia con un Pil negativo due trimestri consecutivi si dice ormai “depressa” anche se il vero termine di “depressione” economica si intende un andamento assai più negativo: «Si parla di depressione quando la variazione in negativo del PIL supera il dieci per cento o quando la fase di recessione dura molto a lungo, per almeno tre o quattro anni», riporta il focus dedicato del Post. Per capire invece come si possa uscire da un periodo assai complesso come la recessione economica, le soluzioni possono essere tante ma nessuna di diretta ed “esatta” praticabilità: come ha detto il Premier Conte ieri anticipando di fatto i dati Istat sulla recessione, «Abbiamo una economia che crescerà. Dobbiamo lavorare insieme, progettare gli strumenti per far crescere l’economia in modo robusto e duraturo». La situazione internazionale sfavorisce un po’ tutti in questo momento, con la guerra dei dazi continua tra Usa e Cina, il rallentamento della Germania – nostro storico partner commerciale – e la fine imminente del Quantitative Easing della Bce di Mario Draghi: non solo, il Governo italiano ha margini ridotti per tagliare la spesa avendo già inserito nell’ultima Manovra di Bilancio tagli da oltre 50 miliardi di euro per disinnescare le clausole di salvaguardia che avrebbero portato all’aumento diretto dell’iva. Insomma, futuro fosco per il prossimo biennio sul quale tra l’altro gravano ancora le “zavorre” delle clausole di salvaguardia: 23 miliardi di aumenti Iva il prossimo anno, 29 quello successivo. Nel suo rapporto diffuso ieri l’Ufficio parlamentare di bilancio valuta che «sarà molto difficile sostituire le clausole con altre voci di bilancio, come fatto regolarmente negli anni passati». In una intervista rilasciata al Sussidiario questa mattina, l’economia Mario Deaglio prova però ad offrire alcune “proposte” per poter alzare il livello qualitativo della crescita Pil: «necessario che le famiglie mantengano un comportamento di sostanziale fiducia sulla loro situazione confermando i programmi di spesa, non altissimi ma neppure piccolissimi, già decisi. In secondo luogo, dobbiamo sperare che non si scateni una guerra commerciale mondiale, che avrebbe ricadute negative, dagli Usa alla Cina, sull’import di beni e prodotti europei, e quindi anche italiani. In terzo luogo, tutti ci auguriamo che gli investimenti crescano, non tanto sul fronte pubblico – qui non arrivano segnali incoraggianti, perché si è rinviato quasi tutto -, ma quanto meno da parte delle imprese».

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