SCENARIO/ Tav, stagnazione e spread preparano il nuovo governo (senza M5s)

Non è ancora chiaro se la Tav potrà aprire una crisi di Governo, ma l’Italia, dopo l’instabilità economica, deve affrontare quella politica

10.03.2019, agg. alle 09:14 - Stefano Cingolani
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Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

L’ultima trovata, da azzeccagarbugli di lungo corso, è la “clausola di dissolvenza”: i bandi per la Tav vanno avanti, ma se il Governo ci ripensa tutto salta di nuovo. L’obiettivo, ancora una volta, è prendere tempo, fino alle elezioni europee del prossimo maggio. “La crisi di Governo non ci sarà”, come dice Davide Casaleggio? Vedremo, ma chiunque non sia accecato dalla propaganda si rende conto che l’Italia è entrata in una nuova fase di instabilità politica proprio mentre è in corso un’altra ondata di instabilità economica. E le due instabilità si alimentano l’un l’altra.

Può darsi che la ripresina della produzione industriale a gennaio sia un segnale che può essere evitata una vera e propria recessione, tuttavia il dato rispetto al gennaio 2018 resta decisamente negativo e il 2019 è cominciato in netta discesa. Se davvero la miccia della Tav alla lunga farà scoppiare la santabarbara giallo-verde, allora vedremo ripetersi lo scenario della scorsa primavera, con il rialzo dello spread e la minaccia continua che il debito italiano possa essere declassato dalle agenzie di rating fino al livello di junk, spazzatura. A quel punto non c’è sovranismo che tenga, la sovranità economica, che dipende direttamente dalla sostenibilità dei debiti contratti con i risparmiatori, sarà bella che andata.

Tutto questo è ben presente a chi guarda con lucidità alla situazione italiana dall’esterno, ma anche dall’interno. Il Presidente della Repubblica, ad esempio, non perde occasione di instillare nelle due forze che si dividono il Governo del Paese razionalità e buon senso. Lo ha fatto ultimamente anche rispetto alla firma dell’accordo sulla nuova Via della Seta (si tratta di una dichiarazione d’intenti per ora, ma sta suscitando allarme nell’Unione Europea e negli Stati Uniti), invitando a non deragliare dal solco euro-atlantico. Lo fa anche sull’economia. Che cosa succede se una crisi di Governo porta a elezioni anticipate? Chi preparerà di qui al mese prossimo il Documento di economia e finanza che fa da cornice alla legge di bilancio per il 2020?

Non è una questione puramente formale, al contrario: si sa che la finanziaria per il prossimo anno sarà decisiva, perché nell’autunno scorso sono state rinviate le scelte più importanti e dolorose, a cominciare dall’aumento dell’Iva imposto dalle clausole di salvaguardia per chi viola le regole del deficit e del debito pubblico. Solo per questo sono in ballo ormai 23 miliardi di euro, circa due punti di prodotto lordo, un vero salasso. Con una crescita vicina allo zero saltano tutti i parametri adottati dal Governo per impostare il bilancio pubblico. Bisogna ricominciare da capo, tenendo conto che la stagnazione provoca una stasi anche delle entrate fiscali, quindi riduce al minimo le munizioni a disposizione del Governo.

Il ministro Tria può anche prendersela con la Germania o, se ne ha la forza, con Donald Trump, la cui politica protezionista sta facendo crollare anche il commercio estero cinese (le esportazioni sono scese del 21% rispetto a un anno fa), e può continuare a gettare la colpa sugli altri, esercizio nel quale questo Governo eccelle ancor più di quelli precedenti, ma le chiacchiere stanno a zero: il ministro dell’Economia deve fare i salti mortali per trovare risorse che non ha.

Il Governatore della Banca d’Italia ha rimproverato il Governo per non aver impostato una politica di bilancio “più prudente”, ma ha anche lamentato che non si sia affrontato il nodo più intricato che blocca lo sviluppo: “Una riforma strutturale del fisco è la priorità del Paese”, ha detto Ignazio Visco. Dopo tanto clamore sulla flat tax, quest’anno la pressione fiscale sarà superiore a quella dell’anno scorso. E sul 2020, come abbiamo detto, incombe lo spettro dell’Iva che diventa più minaccioso ogni mese che passa. Non si tratta, dunque, di prudenza, si tratta di aver impostato una politica economica su basi sbagliate, puntando a redistribuire una torta che non c’è, scommettendo sul potere salvifico di un aumento delle pensioni e del reddito di cittadinanza che invece ha uno scarso impatto anti-ciclico.

Se i quattrini spesi per quelle due promesse “ideologiche” fossero stati impiegati per ridurre le imposte sul lavoro, sarebbe stato possibile quanto meno mitigare l’impatto negativo della congiuntura esterna. Invece, tra pagare chi non lavora (il M5s) e “liberare” chi lavora (la Lega) è prevalsa la cultura del non lavoro, in un Paese dove la quota di popolazione attiva è inferiore alla media dell’Ue, soprattutto per l’ancora scarsa partecipazione femminile. Errori dovuti a pregiudizi culturali, ma anche a scarsa capacità di capire le vere debolezze del Paese.

Difficile risalire la china, ci vorrebbe un grande senso di responsabilità, la voglia di mettere in secondo piano gli interessi di parte, una capacità di governo che, come si vede, manca completamente. La questione della Tav ne è la dimostrazione più evidente. Dentro il M5s aumenta la pressione di chi, a cominciare da Beppe Grillo, vorrebbe sganciarsi al più presto dall’abbraccio esiziale con Matteo Salvini e recuperare l’originaria spinta protestataria. All’opposizione i grillini crescono, al governo decrescono (ma è una decrescita tutt’altro che felice).

Se la Lega ottiene un buon risultato alle europee, sarà Salvini a spingere per una crisi di Governo con l’intento di portare dentro Fratelli d’Italia. In quel caso il peso dei M5s si ridurrebbe ancora e la linea Grillo potrebbe prevalere. Ma tornare ai tempi del Vaffa può rivelarsi un’illusione. Gettare le colpe sugli altri, dopo un anno vissuto caoticamente, basterà solo a conservare una minoranza di fanatici a 5 Stelle.

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