UNGHERIA FLAT TAX AL 9%/ “Anche l’Italia può farla se taglia gli sprechi”

La tassa piatta del 9% fa sì che ogni giorno in Ungheria nasca un’impresa a capitale italiano. Nella Ue è auspicabile una maggiore concorrenza fiscale sulle aliquote

12.03.2019 - int. Nicola Rossi
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Viktor Orban (LaPresse)

Mentre in Italia Salvini torna a parlare dell’ipotesi di allargare la flat tax alle famiglie entro il 2021, in Ungheria la tassa piatta è realtà: 9% per le società dal 2017 e 15% per le persone fisiche dal 2011. Risultato? Ogni giorno il Paese di Viktor Orbán attira una società a capitale italiano. Come riportato qualche giorno fa dal Sole 24 Ore, oggi in Ungheria si contano più di 2.800 aziende italiane, per un totale di 26mila dipendenti e un fatturato complessivo superiore ai 3,4 miliardi di euro. La maggior parte sono piccole o piccolissime aziende, dislocate perlopiù nell’area intorno a Budapest, ma non mancano quelle distribuite nelle zone di confine. E’ mai possibile che un Paese come l’Ungheria possa “permettersi” un’aliquota così bassa? “Pure per noi sarebbe possibile – risponde Nicola Rossi, economista e presidente dell’Istituto Bruno Leoni -: se non avessimo il debito pubblico che abbiamo e se fossimo capaci di spendere di meno su altre voci, ce lo potremmo permettere”.

Non ci vede nulla di particolarmente strano?

No. Se, però, la domanda è: “com’è possibile che all’interno dell’Unione Europea esistano aliquote così diverse?”, la mia risposta è che l’omogeneità è giusta per le basi imponibili, ma poi penso che sia un bene avere Paesi diversi che decidono aliquote diverse.

Ma la flat tax dell’Ungheria è nel mirino della Commissione europea perché per la Ue una pianificazione fiscale aggressiva crea distorsioni alla concorrenza. Che ne pensa?

Dobbiamo stabilire il principio: la concorrenza fiscale è permessa o non è permessa? Io mi auguro che continui a rimanere. Ciò che non dovrebbe essere permessa è una disparità di basi imponibili.

Perché?

Perché questa disparità crea una concorrenza fiscale nascosta. Io invece credo che la concorrenza fiscale debba essere, a parità di basi imponibili, sulle aliquote. Se un Paese vuole andare al 9%, come l’Ungheria, e ha le possibilità di permetterselo con una struttura del bilancio pubblico che glielo permette, non vedo perché non debba farlo. Se, poi, l’Ungheria trucca le carte, questo non lo so, ma spetta alla Commissione europea appurarlo e dirlo.

Non sarebbe più giusto trovare un giusto equilibrio tra pressione fiscale e tutela della concorrenza tra Paesi?

Io non credo che la tutela della concorrenza dipenda da una perfetta omogeneità e perfetta uniformità: questa sarebbe una completa assenza di concorrenza. Perché alla fine andremmo tutti a collocarci su un’aliquota sola. Ripeto: la tutela della concorrenza credo debba avere a che fare con una concorrenza fiscale limitata alla aliquote, ma non estesa alla struttura delle imposte e quindi alle basi imponibili.

E’ pur vero che l’Ungheria può permettersi questa tassa piatta anche perché è beneficiaria netta dei fondi Ue, cioè può “sottrarre” aziende e capitali ad altri Paesi anche perché sfrutta le risorse messe in comune da questi Paesi, non crede?

Anche noi riceviamo i fondi Ue.

Ma noi siamo contributori netti, cioè versiamo di più di quel che riceviamo…

Secondo me, questo è un calcolo un po’ mal fatto.

Dove sta l’errore?

Non si tiene conto di un elemento. Se pure siamo contributori netti, dobbiamo tenere conto di ciò che diamo alla Ue, di ciò che prendiamo dalla Ue e di ciò che evitiamo di pagare grazie alla Ue. Se noi non fossimo nell’euro, oggi spenderemmo circa 30 miliardi in più di interessi. Se tenessimo conto di questo, noi non siamo contributori netti, al contrario.

In Europa una tassazione più concorrenziale sulle imprese è dunque auspicabile?

Io sono convinto che un po’ di sana concorrenza fiscale debba esserci. E’ opportuna, ragionevole e fa bene a tutti, perché stabilisce il principio che si può fare di meglio con meno.

Intanto Salvini ha ricordato che “stiamo lavorando per portare la flat tax alle famiglie”. Ma la situazione dell’economia e dei nostri conti pubblici ci consente un tale intervento?

La mia osservazione è che una profonda riforma del sistema fiscale sia assolutamente necessaria. Se si mettono in campo taglio delle spese fiscali, spending review ed eventualmente anche revisione della struttura delle aliquote Iva l’operazione è fattibile. Altrimenti la vedo difficile e complicata.

Andrebbe abbinata anche una lotta all’evasione più stringente ed efficace?

La lotta all’evasione fiscale va condotta comunque, rientra nei compiti dello Stato.

Ma non sarebbe meglio, in un passaggio intermedio, applicare una flat tax solo alle imprese?

Una flat tax per le imprese praticamente c’è già: è l’Ires al 24%.

(Marco Biscella)

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