PIL +0,2%/ Solo l’addio all’austerity può farci (davvero) ripartire

- Paolo Annoni

I dati comunicati ieri dall’Istat su Pil e disoccupazione sono stati migliori delle attese. Per la vera crescita occorrono però altri passi importanti

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

I dati comunicati ieri dall’Istat su Pil e disoccupazione sono stati migliori delle attese; la variazione del Pil rispetto al quarto trimestre 2017 è stato dello 0,2% rispetto alle attese dello 0,1%. Sicuramente più positivi i dati sul mercato del lavoro, con una disoccupazione scesa al 10,2% dal 10,5% e un aumento degli occupati, soprattutto tra i minori di 34 anni. L’andamento economico è ovviamente al centro del dibattito politico italiano da un bel pezzo, perché dal 1999 al 2017 l’Italia è il Paese con la peggior performance mondiale tra gli stati del primo mondo per il Pil pro capite, persino inferiore a quella della Grecia. La mancata crescita italiana è un problema almeno ventennale aggravato da due recessioni: quella del 2008 e quella, sicuramente peggiore, del 2012.

Sulla finanziaria fatta da questo Governo si possono dire molte cose; una delle cose che non si può dire, per esempio, è che sia una manovra che esce dagli “argini” delle regole dell’Unione europea con un deficit assolutamente in linea con quelli precedenti. Possiamo discutere ovviamente su come questo deficit sia speso; è una discussione molto interessante perché senza deficit non c’è crescita, soprattutto in un Paese che ha un’economia molto sottoperformante da due decenni e che oggi mostra tutte le conseguenze della bassa crescita e di due recessioni.

Il reddito di cittadinanza non ha influito sul Pil del primo trimestre. Può aver influito nella misura in cui ha concorso al deficit programmato del 2,04%, alla polemica con l’Europa e al conseguente rialzo dello “spread” che in Italia si attribuisce ai “mercati” mentre per tutti gli altri, quelli che vedono i deficit americani, giapponesi, cinesi e di molte economie dell’area euro, ai conflitti tra Italia e la sua banca centrale. In sostanza, per criticare bene e logicamente questo Governo bisognerebbe dire che senza il reddito di cittadinanza la crescita del primo trimestre sarebbe stata maggiore perché l’Italia non avrebbe pagato le conseguenze dello spread.

La norma più popolare tra gli imprenditori, tra quelle oggetto di polemica, è la riforma della legge Fornero. Il motivo è evidente, dato che da un’impresa escono lavoratori anziani, pagati con stipendi frutto di altre epoche e con contratti rigidi. Sicuramente per un’impresa, e quindi per l’economia, nel breve periodo l’effetto è molto positivo via espansione dei redditi e della capacità di investimento. Un’azienda che va bene deve assumere un’altra persona prima di quanto fosse atteso. Nello stato attuale dell’economia italiana con una disoccupazione giovanile molto alta è un fattore molto positivo. Poi possiamo discutere sulla tenuta del sistema pensionistico avendo sempre ben chiaro che senza giovani che lavorano il sistema crolla. Lo sblocco degli investimenti per i comuni virtuosi e per le regioni ha contribuito in modo positivo.

Passiamo al confronto con l’Europa. Non siamo sicuri che abbia senso confrontare la performance del Pil italiano, per esempio, con quello francese trainato dai consumi e drogato dalle politiche assistenzialistiche di Macron per placare, giustamente, i gilet gialli. Se il reddito di cittadinanza fosse partito il primo gennaio a parità di tutto ed essendo il danno da spread già maturato, la crescita ovviamente sarebbe stata superiore. Dato che il reddito di cittadinanza va a fasce di popolazioni molto povere viene tutto speso (la “money velocity” di questi soldi è molto alta) e non corre il rischio di essere risparmiato. È una misura assistenziale che ha molti effetti sul breve periodo e molto positivi sui consumi. Non ha nemmeno molto senso fare i confronti con la Spagna, un Paese che ha avuto una frazione dell’austerity italiana; sicuramente nei suoi risvolti bancari e creditizi.

La questione, alla fine, è come rilanciare la crescita, che tradotto significa fare in modo che ci siano più aziende, che quelle che ci sono diventino più grandi e che la spesa “improduttiva” rimanga sotto controllo. Per fare questo ci sono cose che costano molto, altre che costano poco e altre ancora che non costano nulla. Sburocratizzare non costa niente, mentre recuperare un deficit infrastrutturale pauroso costa molto.

L’economia italiana è talmente prostrata e i dati sull’occupazione giovanile talmente pesanti da farci sospettare che praticamente qualsiasi cosa si faccia, spendendo soldi veri, per rilanciare l’economia sia molto positiva e metta in atto un circolo virtuoso. Soprattutto se fa lavorare i giovani. Uscire dallo schema dell’austerity è fondamentale. Pensare di rispettare i limiti dell’Unione europea anche in fasi di recessione globale e con una crescita ridotta al lumicino è un approccio fallimentare come dimostrano gli ultimi due decenni di non crescita italiana. Se si parte dal presupposto di una crescita molto depressa che diventa drammatica in fasi di recessione con il vincolo di rispettare comunque certi deficit si ottiene il default. Oltretutto dopo due decenni di mancata crescita non ci sono più cuscinetti per cui qualsiasi mutamento sfavorevole del contesto esterno in Italia diventa una tragedia. L’approccio giusto è quello di rilanciare la crescita con un Pil che cresce a tassi superiori al 3% e tranquillizzare così i mercati su un debito che comunque per la prossima generazione è destinato a rimanere alto. Inseguire la sua riduzione deprimendo l’economia peggiora tutto come abbiamo imparato nel 2012. In questo è fondamentale la copertura dell’Europa e delle sue istituzioni, a partire dalla Bce.

La manovra di questo governo non è la tragedia che è stata prospettata. Il reddito di cittadinanza, con costi inferiori alle stime, è assistenziale, ma viene speso tutto e in casi molto rari lascia la gente sul divano. La riforma della Fornero è un aiuto vero, di breve periodo, alle imprese e consente assunzioni in più che nel deserto dell’economia italiana contano moltissimo. La sfida oggi è togliere la burocrazia, far ripartire gli investimenti, anche pubblici, e tutelare le aziende italiane dalle scorribande estere e dalle tensioni geopolitiche. Tutte sfide irrisolte da due decenni.

Siamo come eravamo sei mesi fa, incluso un debito molto alto, con uno “spread” superiore e un po’ di soldi in tasca in più in un’economia che però era molto depressa. Adesso arriva la parte difficile degli investimenti pubblici, della burocrazia in un contesto geopolitico molto complicato che sarebbe davvero il caso di non complicare ulteriormente.

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