INCHIESTA/ Berlusconi vs.Bersani: qual è la “ricetta” migliore?

- Ugo Arrigo

Il Governo e il Partito democratico hanno presentato le loro ricette per la crescita economica. UGO ARRIGO le commenta e le confronta per i nostri lettori

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Foto Imagoeconomica

Nelle ultime settimane, il dibattito sulla politica economica da adottare per allontanare la nostra economia dalle secche sulle quali sembra essersi arenata è oscillato tra due rotte opposte: la prima è quella della riduzione del debito pubblico, la seconda quella del rilancio della crescita. Delle due è sicuramente più allettante e convincente la seconda: se si riuscissero a ottenere tassi di incremento del Pil molto più vicini a quelli medi dei paesi sviluppati si otterrebbero vantaggi rilevanti non solo sul fronte dell’economia reale ma anche in termini di miglioramento dei saldi del bilancio pubblico, grazie al maggior gettito fiscale e alla minor spesa a protezione dei lavoratori, e di sostenibilità del debito.

Più crescita significherebbe, infatti, migliorare il fatidico rapporto debito/Pil sia dal lato del denominatore che dal lato del numeratore. La rotta opposta di chi suggerisce di affrontare il problema del debito attraverso provvedimenti drastici quali consistenti imposte patrimoniali appare invece di dubbia praticabilità e di sicura iniquità e recessività. Sarebbe come mettere a dieta ferrea un paziente debole anziché cercare, attraverso cure ricostituenti, di rimetterlo in movimento.

Individuata la rotta migliore si tratta tuttavia di capire come azionare le macchine della nave per riuscire a percorrerla. In che direzione muovere le leve? Quali pulsanti pigiare? Vi sono al riguardo due ricette, in gran parte differenti, che sono state formulate in questi giorni dai cuochi del governo e dai cuochi dell’opposizione rappresentata dal Partito Democratico (non sarebbe male che si esprimessero sul tema anche gli altri partiti, trattandosi dei problemi chiave del nostro paese ora e per un bel po’ degli anni a venire). Vediamo in sintesi le due ricette.

La ricetta del Governo

Il Consiglio dei Ministri del 9 febbraio ha approvato o esaminato diversi provvedimenti con “obiettivi di liberalizzazione e di sviluppo dell’economia nazionale”. Essi riguardano in particolare: (1) un progetto di revisione di alcuni articoli della Costituzione a contenuto economico; (2) un pacchetto di norme finalizzate a snellire procedure inerenti attività economiche; (3) un provvedimento che regola interventi di incentivo al sistema produttivo; (4) il riesame degli interventi per il Sud; (5) un insieme di provvedimenti finalizzati a dare efficienza e ridurre i tempi della giustizia civile.

Il primo punto riguarda un disegno di legge costituzionale per la modifica degli articoli 41, 97 e 118 della Costituzione “in senso liberista”, come indicato nel Comunicato stampa del Governo, essendo finalizzato a rimuovere gli ostacoli che si frappongano fra l’imprenditore e la realizzazione dell’attività economica, oltre a “incrementare qualità e trasparenza della pubblica amministrazione”.

 

Il secondo punto riguarda un pacchetto di norme “per il rilancio della competitività e per lo sviluppo” comprendenti misure semplificatorie su differenti tematiche economiche, quali contratti pubblici, riqualificazione urbana, immobili di interesse culturale, finalizzate a dare “celerità e snellezza alle procedure”.

 

Il terzo provvedimento è uno schema di decreto che “disciplina, gli interventi di incentivo al sistema produttivo finalizzati allo sviluppo del territorio, alla crescita (con particolare riferimento alle Piccole e medie imprese), alla promozione delle attività di ricerca, allo sviluppo e all’innovazione, alla reindustrializzazione delle aree di crisi e al salvataggio e ristrutturazione delle imprese in difficoltà”.

 

Questo provvedimento va nella medesima direzione del “Piano nazionale per il Sud”, composto prevalentemente da programmi di spesa, il cui stato di attuazione e programma di interventi futuri è stato oggetto di valutazione. Utile allo sviluppo economico è certamente anche il disegno di legge “recante misure specifiche volte ad incrementare la produttività del sistema giudiziario civile ed a ridurre la durata dei processi civili, dando attuazione al principio della ragionevole durata del processo previsto dall’art. 111 della Costituzione”. Il provvedimento è finalizzato in primo luogo a individuare strumenti per la riduzione del contenzioso e lo smaltimento dei processi più vecchi attraverso regole organizzative, regole di semplificazione delle procedure, la nomina di 600 giudici ausiliari, tra magistrati e avvocati dello Stato in pensione per la definizione delle cause in attesa di sentenza.

 

Quale giudizio di sintesi si può dare della ricetta governativa? Va indubbiamente nella direzione della crescita, ma i provvedimenti non appaiono risolutivi e inoltre alcune pietanze sono di troppo lenta cottura (le riforme costituzionali), mentre altre presentano il rischio di effetti collaterali negativi (gli incentivi finanziari alle attività economiche). Sul fronte delle riforme costituzionali è indubbio che alcuni articoli di contenuto economico potrebbe essere meglio scritti nella direzione dell’economia di mercato e della concorrenza, ma bisogna anche ricordare che, se hanno giustificato mezzo secolo fa la nazionalizzazione dell’energia elettrica, non hanno tuttavia ostacolato il boom economico post bellico e neppure le massicce privatizzazioni degli anni ’90.

 

Quanto ai programmi che prevedono l’erogazione di fondi in favore dell’attivazione di investimenti privati e l’apertura di imprese riconosco la mia contrarietà “liberista”. Il rischio è che essi rappresentino un collante provvisorio tra attività economiche e territori: quando terminano i loro effetti, l’attività è spesso destinata a distaccarsi giungendo a chiusura o delocalizzazione (gli stabilimenti Fiat, per quattro quinti localizzati al Sud, sono un esempio rilevante di questo rischio). Molto meglio usare lo strumento della fiscalità, riducendo per un certo numero di anni le imposte sui profitti e/o la fiscalità sull’impiego del fattore lavoro per tutte le imprese di aree sottosviluppate anziché dare aiuti selettivi solo ad alcune, alterando la concorrenza.

Ragionando con voti accademici, la ricetta del Governo non arriva alla sufficienza, ma bisogna riconoscere che manca il pezzo forte, rinviato a un prossimo Consiglio dei Ministri: l’emanazione del disegno di legge in tema di mercato e concorrenza, la cosiddetta legga annuale di concorrenza, attesa ormai da molti mesi. Se andrà nella direzione auspicata dall’Autorità Antitrust nel suo parere della primavera 2010, si arriverà a un voto nettamente positivo; in caso contrario l’insufficienza sarebbe confermata e potrebbe persino peggiorare.

 

La ricetta del Partito Democratico

A differenza di quella del Governo, la ricetta del Partito Democratico sembra contenere tutti i pezzi forti annunciati, tuttavia è molto articolata e quindi difficile da riassumere in poche frasi. Si può dire che essa contiene: (1) interventi finalizzati alla concorrenza, e questo è molto apprezzabile; (2) interventi finalizzati alla tutela del consumatore e alla riduzione di libertà asimmetriche delle loro controparti imprenditoriali; (2) modifiche normative e regolamentare finalizzate alla semplificazione.

 

Per quanto riguarda gli interventi finalizzati a una maggiore apertura dei mercati, alla liberalizzazione e alla concorrenza, i principali sono: (a) in tema di ordini professionali interventi finalizzati a ridurre le barriere di accesso a categorie economiche e professionali e le penalizzazioni per le giovani generazioni (riduzione durata tirocinio e obbligo di equo compenso); (b) interventi sul settore delle farmacie con liberalizzazione della vendita di tutti i medicinali a carico dei cittadini e possibilità di ampliamento dell’orario di apertura oltre quello standard; (c) interventi sulla distribuzione dei carburanti: libertà di approvvigionamento dei gestori della rete ed eliminazione dei vincoli regionali sulla liberalizzazione della distribuzione (non mi convince invece la proposta di acquirente unico per il commercio all’ingrosso dei carburanti); (d) nel mercato del gas separazione proprietaria nella rete di trasporto nazionale; (e) in tema di regolazione: istituzione dell’Autorità di regolazione dei trasporti, trasferimento delle funzioni di regolazione dei servizi postali all’Agcom, diversa regolamentazione delle tariffe autostradali, divieto di ricoprire incarichi “in serie” nelle autorità indipendenti; (f) in tema di commercio, possibilità per tutte le attività commerciali di fornire liberamente ai consumatori anche servizi integrati con la propria attività principale, facoltà di apertura domenicale dei negozi nei comuni non turistici, sostegno fiscale per i primi anni di attività agli esercizi di prossimità nei centri minori.

 

I provvedimenti sopra elencati vanno indubbiamente nella direzione della concorrenza e del mercato, non sono etichettabili come provvedimenti tipici “di sinistra” e dovrebbero essere apprezzati dalla destra che ha a cuore la libertà di iniziativa, il libero scambio, il mercato. Perché quindi non realizzarli rapidamente attraverso vaste intese? (La risposta è in realtà ben nota ed è la compresenza di una destra liberista, che non vede tra i suoi esponenti il ministro dell’Economia, e di una destra protezionista/corporativa che è sinora riuscita a prevalere).

 

Altre proposte del PD, volte a “dare più potere e libertà ai consumatori nei mercati caratterizzati dalla presenza di forti operatori”, vanno nella direzione della tutela del consumatore rispetto a produttori con robusto potere di mercato (come nei settori delle banche e delle assicurazioni) e sembrano rispondere più a esigenze di equità che di efficienza economica: portabilità gratuita dei conti correnti, abolizione della clausola di massimo scoperto e di altre commissioni analoghe nei c/c bancari, abrogazione del tacito rinnovo del contratto RC auto, divieto di modifiche unilaterali del contratto RC auto, promozione dei gruppi di acquisto solidali polizze RC auto, revisione del meccanismo del bonus malus.

 

Bisogna, inoltre, aggiungere le proposte di semplificazione dell’accesso alla class action, di estensione del campo di applicazione della class action, di eliminazione dei disincentivi a intraprendere azioni di tutela. Su queste proposte non sono in grado di dare un giudizio netto: da “liberista” dovrei essere scettico, potendo esse sconfinare in una eccessiva limitazione della libertà d’impresa, tuttavia riconosco che l’asimmetria di potere di mercato tra consumatori e produttori “forti” o molto organizzati rappresenta un problema che neppure l’azione dell’Antitrust riesce spesso a rimediare. Per una valutazione corretta bisognerebbe quindi leggere l’articolato di queste proposte.

La ricetta “somma”

Dalle considerazioni precedenti, il lettore avrà capito che delle due ricette preferisco quella del PD, pur essendo questa preferenza indotta dal pezzo che manca nella proposta del Governo (la legge di concorrenza). Bisogna tuttavia riconoscere che la parte pro-concorrenza della proposta del PD, in linea anche con i suggerimenti dell’Antitrust, potrebbe tranquillamente essere recepita nella legge di concorrenza che attendiamo dal Governo e in tal caso il pacchetto complessivo del Governo, oltre a ottenere un buon voto, sarebbe anche migliore nel suo insieme della proposta del PD. In sintesi: per ora il pacchetto del PD è meglio di quello, incompleto, del Governo, ma la ricetta “somma” sarebbe comunque migliore di ambedue.

 

La ricetta mancante

A questo punto il lettore si porrà la domanda chiave: ma la ricetta “somma” sarebbe sufficiente a riattivare un po’ di crescita? E qui la mia risposta è: assolutamente no. Al pasto della “crescita” manca infatti la pietanza principale, quella più sostanziosa: la riduzione della pressione fiscale. L’Italia ha, infatti, secondo i più recenti dati Ocse, la terza più elevata pressione fiscale tra i paesi membri dopo Danimarca e Svezia, pari al 43,5% nel 2010.

 

Questo dato misura tuttavia solo la pressione fiscale apparente, condizionata dalla presenza nel Pil per una quota rilevante del fenomeno dell’economia sommersa. La pressione fiscale effettiva, derivante dal rapporto tra gettito fiscale e la sola parte emersa del Pil, arriva, secondo le stime del Centro studi Confindustria, al 54%, ponendo l’Italia al primo posto al mondo, salvo l’ipotesi ben poco probabile che vi sia del nero consistente in Danimarca e Svezia. Come è possibile la crescita economica con una simile pressione fiscale, e con servizi pubblici a cittadini e imprese certo non in linea con quelli scandinavi? Su questo tema, purtroppo, le due ricette contrapposte non dicono nulla. 

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