INCHIESTA/ Tasse, 43 miliardi pagati per niente

- Ugo Arrigo

Dopo tre manovre nell’arco di pochi mesi nel 2011, qualche effetto benefico sui conti italiani si dovrebbe vedere. Invece, spiega UGO ARRIGO, ci sono cifre importanti che “sballano”

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Mario Monti (Foto: Infophoto)

La scorsa settimana abbiamo tracciato un bilancio, il cui esito non è stato favorevole, dei risultati economici conseguiti dal Governo in un anno di attività. Rigore, equità e crescita dovevano essere gli obiettivi chiave dell’azione dell’esecutivo, ma l’equità nei provvedimenti fiscali adottati non si è vista, la crescita non c’è stata, sostituita anzi da una recessione che ha interamente cancellato il debole recupero da quella precedente, e il rigore è risultato eccessivo e inopportuno non avendo prodotto alcun miglioramento di rilievo nei nostri conti pubblici.

Il nostro Paese sta quindi peggio rispetto a un anno fa, anche se per nostra fortuna i mercati finanziari internazionali credono almeno per ora il contrario e lasciano tranquillo lo spread, l’unico parametro economico sul quale è possibile riscontrare miglioramento. Ma la riduzione dello spread non è in grado di compensare la perdita di benefici per la collettività generata dalla recessione. Il calo dello spread non si mangia, direbbe qualcuno di cui non ricordiamo il nome, il Pil sì.

I nostri lettori, che stanno tuttora pagando le nuove e maggiori tasse introdotte lo scorso anno sotto la spada di Damocle dello spread per “risanare” i conti pubblici, sono presumibilmente perplessi su quanto abbiamo scritto la scorsa settimana. Com’è infatti possibile che tutti i soldi in più versati al fisco dai contribuenti nel corso del 2012 non abbiamo prodotto effetti di rilievo sui nostri conti pubblici? Tentiamo di dare una risposta al riguardo.

Conviene partire dalle ripetute manovre di finanza pubblica del secondo semestre dello scorso anno, i cui effetti economici sui conti pubblici, costituiti dalla somma di maggiori entrate nette e minori spese nette, sono rappresentati nel grafico seguente. La prima manovra estiva fu presentata da Tremonti a inizio estate (d.l. 98/2011), in concomitanza col primo rialzo rilevante dello spread, e approvata dal Parlamento a tamburo battente come legge 15 luglio 2011 n. 111. Essa aveva per obiettivo il conseguimento del pareggio di bilancio nel 2014 da raggiungersi in due tappe di riduzione sostanzialmente equivalenti nel 2013 e 2014. Gli effetti previsti sul 2012 erano invece limitati a 5,6 miliardi, dato che sull’anno già operavano le disposizioni della manovra del maggio 2010 e non si intendeva realizzare una correzione troppo brusca dai possibili esiti recessivi. Nel 2013 gli effetti della manovra salivano invece a 24,5 miliardi e nel 2014 a 48 miliardi, corrispondenti a una correzione di circa tre punti di Pil (istogrammi blu nel grafico).

Grafico 1 – Gli effetti sui conti pubblici 2012-14 delle tre manovre del 2011 (miliardi di euro)

Poiché i mercati finanziari non si accontentarono e la manovra non si rivelò in grado di fermare la crescita dello spread, il Governo italiano si accordò incautamente in sede europea (vi erano già segnali di rallentamento dell’economia) per l’anticipo di un anno dell’obiettivo del pareggio di bilancio che fu spostato al 2013. Per conseguire tale obiettivo fu attuata la seconda manovra Tremonti (con d.l. 138/2011, convertito con legge 14 settembre 2011 n. 148) che aggiunse provvedimenti di maggiori entrate e minori spese per ulteriori 23 miliardi circa nel 2012, 30 circa nel 2013 e 11 nel 2014. L’effetto complessivo delle due manovre diveniva quindi di 28 miliardi per il 2012, 55 per il 2013 e 60 per il 2014). In tal modo si sarebbe dovuto conseguire il pareggio di bilancio già dal secondo anno.

Ma neanche la seconda manovra Tremonti fu sufficiente a tacitare lo spread, il quale anzi nella prima metà di novembre salì a livelli da paesi prossimi al default e rappresentò la lettera di licenziamento per il Governo Berlusconi. Arrivò quindi il Governo tecnico Monti, il cui primo provvedimento fu la terza manovra del semestre (d.l. 201/2011, convertito dalla legge 22 dicembre 2011 n. 214). Con essa si aggiunsero effetti per ulteriori 20,5 miliardi già nel 2012, e 21,5 sia nel 2013 che nel 2014.

Sommando le tre manovre, la correzione totale dei conti pubblici diveniva di 49 miliardi nel 2012, 76 nel 2013 e 81 nel 2014. In rapporto al Pil, si trattava di 3 punti di correzione nel 2012 e quasi 5 nei due anni successivi. Considerando che nel 2011 l’indebitamento della Pubblica amministrazione (il disavanzo totale del settore pubblico) era stato del 3,9% del Pil, le tre manovre risultavano tali da assicurare il pareggio già dal 2013, compensando senza problemi il maggior onere per interessi sul debito derivante dall’aumento dello spread.

A questo punto è necessario domandarci come è andata a finire, almeno per ora. Quali effetti le tre manovre hanno prodotto sui conti pubblici italiani della parte già trascorsa del 2012? Nell’intervento della scorsa settimana abbiamo di fatto sostenuto che non vi è stato alcun effetto e che la grave recessione economica in corso – prevalentemente causata dalla manovre recessive e che i governi che le hanno attuate non hanno saputo immaginare – ha interamente assorbito gli effetti attesi delle manovre.

A riprova della teoria abbiamo portato i dati del conto economico della P.A. al 30 giugno scorso, l’ultimo disponibile, evidenziando come il disavanzo nei 12 mesi terminanti a giugno fosse ancora pari a 59 miliardi di euro, pochissimo al di sotto del disavanzo del 2011. Un limite di questa analisi deriva dal fatto che per evitare effetti di stagionalità consideriamo sempre i dati di 12 mesi e che, ovviamente, i due periodi che stiamo confrontando (gen.-dic. 2011 e lug. 2011-giu. 2012) hanno in comune il semestre lug.-dic. 2011 non interessato dagli effetti delle tre manovre. Tuttavia, l’assenza di cambiamenti di rilievo nel saldo ci dice che il contributo generato dal primo trimestre 2012, in cui hanno prodotto effetti sia le manovre che la recessione economica, è stato quasi identico al contributo del primo trimestre 2011 in cui le manovre non c’erano ancora state e la recessione neppure. La recessione avrebbe quindi cancellato quasi integralmente (almeno nel primo semestre 2012) gli effetti attesi delle manovre.

Si è accorto il Governo di questo fatto? Se leggiamo le dichiarazioni ufficiali si direbbe di no:

Il Governo di Mario Monti ha garantito che i conti pubblici del Paese venissero messi “in ordine in maniera permanente da qui al 2014”. Lo ha detto il ministro delle Finanze, Vittorio Grilli, durante la conferenza stampa a Bruxelles al termine dei lavori dell’Ecofin. Il ministro ha ricordato che tra le previsioni di autunno formulate dalla Commissione europea e quelle contenute nel Documento di economia e finanza del Governo “c’è poca differenza”. “Sono scarti decimali che in questo clima di incertezza sono del tutto accettabili”, ha aggiunto Grilli. (MF Dow Jones, 13 novembre 2012).

“Negli ultimi 12 mesi il mio governo ha portato avanti le riforme per migliorare la situazione economica italiana. Ora i conti pubblici sono in salute”. È quanto ha detto Mario Monti durante un convegno organizzato dalla Camera di Commercio di Dubai. Il presidente del Consiglio ha fatto notare come gli investitori stranieri e i capitali siano “tornati in Italia” dopo il lavoro di risanamento dei conti pubblici. (Agi, 20 novembre 2012).

Conviene allora andare a verificare anche le previsioni ufficiali del Governo, da poco corrette attraverso il Documento di aggiornamento al Def presentato il 20 settembre scorso. La tabella seguente riporta queste previsioni assieme a tutte quelle ufficiali formulate nell’ultimo biennio sul 2012 dal Governo in carica e dal precedente nei differenti documenti ufficiali di previsione e programmazione finanziaria.

 

 

Come si può vedere a settembre 2010 Tremonti prevedeva un 2012 radioso, con un Pil reale in crescita del 2%, una cifra che nell’ultimo decennio si era vista una sola volta. Le previsioni per il 2012 formulate ad aprile 2011 appaiono invece più realistiche e interessanti: Pil in crescita dell’1,3%, indebitamento della P.A. a 45 miliardi (2,7% del Pil) e saldo al netto degli interessi, l’avanzo primario, a 39 miliardi (2,4% del Pil). Sono le ultime previsioni ufficiali prima delle manovre dell’estate 2011. Nel loro aggiornamento di settembre 2011 esse incorporano gli effetti delle prime due manovre e infatti l’avanzo primario è previsto di 21 miliardi più elevato rispetto ad aprile e il disavanzo totale, l’indebitamento, di 20 miliardi più basso. Queste differenze sono più piccole rispetto all’entità delle prime due manovre, che abbiamo visto pari a 28 miliardi, perché nel frattempo la previsione di Pil nominale è stata corretta al ribasso di 20 miliardi e su di essi, evidentemente, non ci può essere gettito fiscale.

Ancora più interessanti sono i dati previsivi inclusi nella relazione al Parlamento presentata dall’attuale Governo a fine 2011 (i valori assoluti su sfondo grigio sono desunti moltiplicando i valori in rapporto al Pil per la previsione del Pil): poiché nel frattempo vi è stata anche la terza manovra, l’avanzo primario è ora previsto più elevato di 35 miliardi rispetto all’aprile precedente pre-manovre. Certo che 35 miliardi sono meno dei 49 miliardi di effetti complessivi sul 2012 delle tre manovre, ma i 14 miliardi di differenza sono spiegabili con la minor previsione di Pil. Poiché essa si è complessivamente ridotta di 30 miliardi rispetto ad aprile, è plausibile che quei 14 miliardi rappresentino il corrispondente mancato gettito. Ciò non toglie tuttavia che l’effetto netto delle manovre risulti sceso al 70% (35 miliardi su 49) dell’effetto previsto al momento della loro emanazione.

Ancora più interessante verificare le ultime previsioni, quelle di settembre scorso. Esse prevedono un calo del Pil reale del 2,4% contro un aumento dell’1,3% nell’aprile scorso, quasi quattro punti percentuali di differenza. E che fine hanno fatto i 49 miliardi di effetti totali delle tre manovre? Ahinoi, l’avanzo primario è ora previsto a 45 miliardi, solo 6 in più dei 39 previsti ad aprile scorso. In sostanza i 49 miliardi di aumenti di tasse e riduzioni di spese per il 2012 delle tre manovre 2011 si sono ridotti, nelle stesse previsioni del Governo, a soli 6 miliardi di miglioramento dell’avanzo primario. E gli altri 43 miliardi di cui non abbiamo più notizia (i quali corrispondono all’88% dell’effetto atteso sul 2012 delle tre manovre)?

I 43 miliardi sono evaporati con la recessione in corso: il Pil nominale è infatti previsto ora a soli 1564 miliardi, 78 in meno rispetto ai 1642 della previsione dello scorso aprile. I 43 miliardi di effetti mancanti delle manovre sono le tasse che gli italiani non stanno pagando sui 78 miliardi di Pil che non sono stati prodotti in conseguenza della recessione (assieme a probabili maggiori spese di protezione sociale). Si conferma così, nelle stesse previsioni del Governo, come la recessione abbia sostanzialmente azzerato gli effetti delle manovre attesi nel 2012 sulla finanza pubblica. Questa è la finanza pubblica dell’Italia.

 

Postilla: Ma l’Europa è contenta di tutto questo? Apparentemente si. Questa è infatti la sua posizione:

L’Italia rispetterà gli impegni presi in sede europea sui conti pubblici. È quanto emerge dalle previsioni economiche d’autunno diffuse dalla Commissione Ue. “Nel 2013 sarà raggiunto il pareggio strutturale di bilancio”, cioè al netto dell’effetto del ciclo, lo scrive Bruxelles ricordando che “il saldo primario di bilancio (spesa pubblica meno entrate, al netto degli interessi sul debito pubblico, ndr) è stimato sopra il 5% del Pil nel 2013 e ampiamente stabilizzato nel 2014”. Si tratta della migliore performance tra i 17 paesi dell’Eurozona. Nel dettaglio, la Commissione prevede per il 2012 un deficit pubblico pari al 2,9% del Pil nel 2012, poi 2,1% nei due anni successivi. Depurato dell’effetto del ciclo, il deficit pubblico strutturale risulta nei fatti azzerato nel 2013 pari infatti allo 0,4% del Pil rispetto all’1,3% di quest’anno. Per quanto riguarda il debito, il rapporto debito/Pil crescerà nel 2013 al 127,6% del Pil dal 126,5% di quest’anno. (Asca, 7 novembre 2012).

In sostanza, poiché siamo in recessione, se non lo fossimo i nostri conti pubblici starebbero con queste aliquote fiscali molto meglio (saldi strutturali anziché effettivi). All’Ue un disavanzo pubblico italiano 2012 al 2,7% del Pil con Pil crescente non andava bene (la previsione di aprile 2012), mentre un disavanzo effettivo al 2,6% del Pil col Pil in profonda recessione va invece benissimo (la previsione di settembre 2012) perché il disavanzo “strutturale”, al netto del ciclo, risulta molto migliore. Peccato che la recessione ce la siamo prodotta in casa grazie alla manovre recessive che l’Europa ci ha imposto e noi abbiamo imprudentemente accettato di attuare.

La logica dei saldi strutturali ha senso in presenza di ciclo negativo di origine esterna, non quando è interno e prodotto dalle scelte fiscali. Altrimenti è come affermare che il cane è curvo perché si sta mordendo la coda, ma se non lo facesse risulterebbe perfettamente dritto.



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